HENRI PIRENNE.
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MAOMETTO E CARLOMAGNO.
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Parte 2.
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Traduzione di: Mario Vinciguerra.
1976. Edizioni Laterza. ROMA.
Collezione Universale Laterza.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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PARTE SECONDA. L'Islam e i carolingi.
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Capitolo 1. L'espansione dell'Islam nel Mediterraneo.
1.1. L'invasione dell'Islam.
1.2. La chiusura del Mediterraneo occidentale.
1.3. Venezia e Bisanzio.
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Capitolo 2. Il colpo di Stato carolingio e il voltafaccia del papa.
2.1. La decadenza merovingia.
2.2. I maggiordomi carolingi.
2.3. L'Italia, il papa e Bisanzio. Il voltafaccia del papato.
2.4. Il nuovo impero.
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Capitolo 3. Gli inizi del Medioevo.
3.1. L'organizzazione economica e sociale.
3.2. L'organizzazione politica.
3.3. La civilt intellettuale.
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Conclusione.
Bibliografia essenziale
Cronologia.
NOTE alla Seconda parte.
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Fine Indice.
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Parte Seconda. L'ISLAM E I CAROLINGI.
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Capitolo Primo. L'ESPANSIONE DELL'ISLAM NEL MEDITERRANEO.
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1.1. L'invasione dell'Islam.
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Niente  pi suggestivo per comprendere l'espansione dell'Islam nel VII secolo che paragonarla, nella sua irruzione nell'impero romano, alle invasioni germaniche. Queste sono la conclusione di uno stato di cose antichissimo, pi antico dell'impero, e che ha pesato pi o meno su tutta la sua storia. Quando l'impero, sfasciate le frontiere, abbandona la lotta, i suoi invasori ben presto si lasciano assorbire da esso e nella misura del possibile continuano la sua civilt, entrando in quella comunit sulla quale essa si fonda.
Al contrario prima del tempo di Maometto l'impero non ebbe quasi nessun rapporto con la penisola arabica(582). Per proteggere la Siria dalle bande nomadi degli abitanti del deserto si content di costruire un muro, su per gi come quello della Bretagna settentrionale contro le invasioni dei Pitti; ma questo limes siriaco, di cui si riconosce ancora oggi qualche avanzo in mezzo al deserto, non  affatto paragonabile a quello del Reno o del Danubio(583).
L'impero non ha mai considerato quel paese come uno dei suoi punti sensibili, n vi ha ammassato grosse forze militari. Quel muro era una linea di sorveglianza attraversata dalle carovane che portavano profumi ed aromi. L'impero persiano, anche esso confinante con l'Arabia, si era regolato allo stesso modo verso di quella. Insomma non c'era nulla da temere dai beduini nomadi di una penisola, il cui grado di civilt era quello della trib, le cui credenze religiose erano appena superiori al feticismo ed i cui abitanti passavano il tempo a farsi la guerra tra loro o a saccheggiare carovane, che andavano da sud a nord, dallo Yemen verso la Palestina, la Siria e la penisola del Sinai, passando per la Mecca e Yathreb (la futura Medina).
Assorbiti come erano nel loro conflitto secolare, n l'impero romano n l'impero persiano non sembrano aver sospettato della propaganda, con cui Maometto in mezzo ad una lotta confusa di trib stava per dare al suo popolo una religione, che avrebbe ben presto proiettata sul mondo insieme con la sua dominazione. L'impero era gi preso alla gola, e Giovanni Damasceno ancora non vedeva nell'Islam che una specie di scisma di natura analoga alle eresie precedenti(584).
Quando Maometto mor, nel 632, niente rivelava il pericolo che si manifest fulmineo due anni pi tardi. Nessuna misura era stata presa alla frontiera. Avendo la minaccia germanica assorbito incessantemente l'attenzione degli imperatori, l'attacco arabo li sorprese. In un certo senso l'espansione dell'Islam fu un caso fortuito, se si intende con questa parola la conseguenza imprevedibile di parecchie cause combinate. Il successo dell'attacco si spiega con l'esaurimento dei due imperi confinanti con l'Arabia, il romano ed il persiano, in seguito alla lunga lotta che li aveva spinti l'uno contro l'altro, ed aveva infine coronato la vittoria di Eraclio su Cosroe (m. 627)(585).
Bisanzio stava per riconquistare il suo splendore, ed il suo avvenire sembrava assicurato dalla caduta del nemico secolare, che gli restituiva la Siria, la Palestina e l'Egitto. La Santa Croce perduta era ricondotta trionfalmente dal vincitore a Costantinopoli. Il sovrano dell'India mandava ad Eraclio le sue felicitazioni e il re dei Franchi, Dagoberto, concludeva con lui una pace perpetua. C'era da aspettarsi con sicurezza che Eraclio riprendesse in Occidente la politica di Giustiniano. Era vero che i Longobardi occupavano una parte dell'Italia ed i Visigoti nel 624 avevano ripreso a Bisanzio i suoi ultimi baluardi in Spagna; ma che cosa era questo paragonato alla formidabile ripresa che avveniva in Oriente?
E invece uno sforzo senza dubbio superiore alle sue capacit aveva esaurito l'impero, e l'Islam stava bruscamente per sottrargli quelle province che la Persia gli aveva rese. Eraclio (610-641) doveva assistere impotente al primo scatenarsi di questa nuova forza, che disorient il mondo e lo svi(586).
La conquista araba, che si slancia in pari tempo sull'Europa e sull'Asia,  senza precedenti; la rapidit dei suoi successi non si pu paragonare che a quella con cui si costituirono gli imperi mongoli di un Attila, o pi tardi di un Genghis Khan o di un Tamerlano. Ma questi furono cos effimeri come la conquista dell'Islam fu durevole. Questa religione ha ancora oggi i suoi fedeli quasi dappertutto dove si  imposta sotto i primi califfi. Ha del miracoloso la sua fulminea diffusione se paragonata al lento progresso del cristianesimo.
A pari di questa irruzione cosa sono le conquiste per tanto tempo arrestate e cos poco violente dei Germani, che dopo secoli riuscirono solo a corrodere il confine della Romania?
Al contrario intere parti dell'impero crollano davanti agli Arabi. Nel 634 essi s'impadroniscono della fortezza bizantina del Bothra (Bosra) di l dal Giordano; nel 635 Damasco cade; nel 636 la battaglia dello Yarmuk d loro tutta la Siria; nel 637 o 638 Gerusalemme apre loro le porte, mentre verso l'Asia essi conquistano la Mesopotamia e la Persia. Quindi l'Egitto  attaccato a sua volta; poco dopo la morte di Eraclio (641) Alessandria  presa e il paese occupato. Andando l'espansione sempre avanti, sommerge i possedimenti bizantini dell'Africa settentrionale.
Tutto questo si spiega senza dubbio con l'imprevisto; con la confusione degli eserciti bizantini disorganizzati e sorpresi da una nuova maniera di combattere; con il malcontento religioso e nazionale dei monofisiti e dei nestoriani in Siria, ai quali l'impero non ha voluto fare nessuna concessione; con quello della chiesa copta di Egitto e con la debolezza dei Persiani(587). Ma tutte queste ragioni non bastano a spiegare un trionfo cos completo. L'immensit dei risultati raggiunti  molto al di sopra della importanza del conquistatore(588).
Il grande problema che si pone a questo punto  di sapere perch gli Arabi, i quali non erano certamente pi numerosi dei Germani, non furono assorbiti come loro dalle popolazioni dei paesi di civilt superiore, dei quali s'impadronirono. Tutto sta qui. Non c' che una risposta, ed  di ordine morale. Mentre i Germani non ebbero niente da opporre al cristianesimo dell'impero, gli Arabi erano esaltati da una fede nuova. Questo e questo solo li rese inassimilabili, perch per tutto il resto essi non avevano maggiori prevenzioni che i Germani contro la civilt dei popoli che conquistavano. Al contrario essi se l'assimilarono con una stupefacente rapidit: in iscienza si misero alla scuola dei Greci, in arte a quella dei Greci e dei Persiani. Non erano neanche fanatici, almeno al principio, e non intendevano convertire i loro soggetti, ma volevano solo che obbedissero al dio unico, Allah, e al suo profeta Maometto; e poich questi era arabo, all'Arabia. La loro religione universale  nello stesso tempo nazionale: essi sono i servitori di Dio.
Islam significa "rassegnazione" o "sottomissione" a Dio e musulmano vuol dire "sottomesso". Allah  uno, ed  logico quindi che tutti i suoi servitori abbiano il dovere di imporlo ai miscredenti, agli infedeli. Ci che essi si propongono non , come si  detto, la loro conversione ma il loro assoggettamento(589). Questo  il loro patrimonio d'idee. A conquista fatta non domandano di meglio che prendere come un bottino la scienza e l'arte degli infedeli, che coltiveranno in onore di Allah. Si approprieranno anche delle istituzioni civili nella misura in cui saranno loro utili. D'altronde vi sono spinti dalle loro stesse conquiste. Per governare l'impero che hanno costituito non possono pi fondarsi sulle loro istituzioni tribali, allo stesso modo che i Germani non potettero imporre le proprie all'impero romano. La differenza  che dappertutto dove essi sono, dominano. I vinti sono a loro soggetti, pagano solo l'imposta, ma per tutto il resto sono fuori della comunit dei credenti. La barriera  insormontabile; non si pu fare nessuna fusione fra le popolazioni conquistate ed i musulmani. Che formidabile contrasto con un Teodorico, che si mette al servizio dei suoi vinti e cerca di assimilarsi ad essi!
Presso i Germani il vincitore andr al vinto spontaneamente. Presso gli Arabi  il contrario,  il vinto che andr al vincitore, e non vi potr andare che servendo, come lui, Allah, leggendo, come lui, il Corano, dunque apprendendone la lingua, che  la lingua santa e nello stesso tempo la lingua dei conquistatori.
Nessuna propaganda, e neanche una pressione religiosa, come avvenne presso i cristiani dopo il trionfo della chiesa. "Se Dio avesse voluto - dice il Corano - avrebbe fatto un solo popolo di tutti gli uomini", e condanna in termini precisi la violenza contro l'errore(590). Non esige che l'obbedienza ad Allah, obbedienza esteriore di esseri inferiori, degradati, disprezzabili, che si tollerano, ma che vivono nell'abiezione. Questo  insopportabile e avvilente per l'infedele. Non si offende la sua fede, la si ignora, ed  il mezzo pi efficace per distaccarlo e per portarlo ad Allah, che non solo gli render la dignit, ma anche gli aprir le porte della citt musulmana. L'infedele  passato alla religione del musulmano precisamente perch questa obbliga in coscienza il credente a trattare l'infedele come soggetto. Ma passando all'islamismo quello ha spezzato ogni legame con la sua patria e col suo popolo(591).
Il Germano si romanizza nel momento che entra nella Romania; il Romano invece si arabizza nel momento che  conquistato dall'Islam(592). Poco importa che fino in pieno Medioevo continuino ad esistere in mezzo a popolazioni musulmane piccole comunit copte, nestoriane e soprattutto ebraiche. Tutto l'ambiente  stato ci nonpertanto profondamente trasformato; c' stato un taglio, una rottura netta col passato; il nuovo signore non permette pi che nel raggio della sua dominazione una qualsiasi influenza estranea possa sfuggire all'occhio vigile di Allah. Il suo diritto derivante dal Corano si sostituisce al diritto romano, la sua lingua al greco ed al latino.
Cristianizzandosi l'impero aveva cambiato di anima, se cos pu dirsi; islamizzandosi, cambia insieme di anima e di corpo. La societ civile  trasformata quanto quella religiosa.
Con l'Islam un nuovo mondo entra nel bacino del Mediterraneo, dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civilt. Ha inizio una lacerazione, che durer fino ai nostri giorni. Sulle rive del Mare nostrum si stendono oramai due civilt differenti ed ostili; e se ai nostri giorni quella europea ha sottomesso quella asiatica, tuttavia non l'ha potuta assimilare. Il mare, che era stato fino allora il centro della cristianit, ne diviene la frontiera. L'unit mediterranea  rotta.
La prima espansione si rallent sotto il califfo Otman, e il suo assassinio (656) apr una crisi politica e religiosa, la quale non cess che con l'avvento al trono di Moavia nel 660. Era nell'ordine delle cose che un potere dato da una forza di espansione quale quella dell'Islam dovesse imporsi a tutto il bacino del grande lago. E infatti si sforz di raggiungere questo scopo. Dalla seconda met del VII secolo mir a divenire una potenza marittima sulle acque dove dominava Bisanzio, sotto il regno di Costanzo II (641-668). I vascelli arabi del califfo Moavia (660) cominciano ad invadere le acque bizantine. Occupano l'isola di Cipro e non lontano dalla costa di Asia Minore riportano una vittoria navale sullo stesso imperatore Costanzo II; s'impadroniscono di Rodi e si spingono sino in Creta ed in Sicilia(593). Poi fanno del porto di Cizico una base navale da dove assediano a pi riprese Costantinopoli, che oppone loro vittoriosamente il fuoco greco, sino a che nel 677 essi rinunziano all'impresa(594).
La spinta verso l'Africa cominciata, dall'emiro d'Egitto Ibn Sad nel 647 aveva dato una vittoria sull'esarca Gregorio; tuttavia le fortezze costruite sotto Giustiniano non avevano ceduto, ed i Berberi, dimenticando la loro vecchia ostilit verso i Romani, avevano cooperato con essi contro l'invasore. Una volta di pi appariva l'importanza dell'Africa, la cui conquista da parte dei Vandali aveva gi provocato il declino dell'impero in Occidente, costretto a porsi sulla difensiva. Da essa dipendeva la sicurezza della Sicilia e dell'Italia, e il libero passaggio nel bacino occidentale del Mediterraneo. Fu senza dubbio per poterla difendere che Costanzo II, dopo una visita a Roma, e che fu l'ultima fatta da un imperatore bizantino, venne a stabilirsi a Siracusa.
Le agitazioni del califfato a quest'epoca portarono un periodo di respiro. Ma l'avvento di Moavia nel 660 doveva far riprendere la lotta. Nel 664 una nuova grande scorreria ottomana termin con la disfatta dei Bizantini; l'esercito, che essi avevano spedito ad Adrumeto, fu disfatto, e la fortezza di Gelula conquistata; dopo di che gli invasori si ritirarono(595). Ma in pari tempo, per impedire un ritorno offensivo dei Bizantini, che possedevano le citt della costa, e contenere i Berberi del massiccio dell'Aurasio, Ogbaben-Nafi fond nel 670 Kairuan, "piazza d'armi" dell'Islam fino alla fine dei secoli(596). Di l partirono le spedizioni accompagnate da massacri contro i Berberi, che per tenevano sempre duro sulle loro montagne. Nel 681 Ogba con uno slancio formidabile raggiunse l'Atlantico; ma Berberi e Romani alla riscossa spazzarono via tutto. Il principe berbero Kossaila entr vincitore a Kairuan, ed i Berberi, che avevano abbracciato l'islamismo, si affrettarono ad abiurare(597). I Bizantini da parte loro passarono all'offensiva. Vinti a Kairuan, i musulmani da Kossaila, indietreggiarono su Barka, dove furono sorpresi e sterminati da un corpo di sbarco bizantino (689). Il loro capo fu ucciso nella battaglia(598).
Questa vittoria, che restitu la costa dell'Africa ai Bizantini, minacci tutta l'espansione araba nel Mediterraneo. Ma gli Arabi tornarono accanitamente alla carica, e Cartagine fu conquistata con un colpo di mano (695). L'imperatore Leonzio vide il pericolo ed arm una flotta, che, comandata dal patrizio Giovanni, riusc a riprendere la citt. Da parte loro i Berberi, raccolti sotto quella misteriosa regina dal nome di Kahina schiacciarono l'esercito arabo presso Tebessa rigettandolo in Tripolitania(599).
Ma l'anno seguente Hassan riprese l'attacco e s'impadron di Cartagine (698), conquista che questa volta doveva essere definitiva. Gli abitanti erano fuggiti; ben presto all'antica citt si sostitu una nuova capitale in fondo al golfo, Tunisi, il cui porto della Goletta divent la grande base navale dell'Islam nel Mediterraneo. Gli Arabi, che oramai hanno una flotta, disperdono i vascelli bizantini. Il dominio del mare  loro. Di l a poco i Greci non conserveranno pi che la piazzaforte di Septem (Ceuta) con alcuni resti della Mauretania seconda e della Tingitana, Maiorca, Minorca e qualche rara citt della Spagna. Pare che essi di questi possessi sparsi abbiano fatto un esarcato, che sopravvisse ancora dieci anni(600). Dopo di ci non era pi a parlare di una resistenza dei Berberi della regina Kahina. Circondata da ogni parte nelle montagne dell'Aurasio essa  uccisa e la sua testa inviata al califfo.
Gli anni seguenti vedono imprimersi nel paese l'impronta araba. Musa Ibn Nosayr sottomise il Marocco ed impose l'Islam alle trib berbere(601). Saranno questi nuovi convertiti che conquisteranno la Spagna. Questo paese era stato gi provato duramente, come la Sardegna e la Sicilia: era la conseguenza inevitabile dell'occupazione dell'Africa. Nel 675 gli Arabi avevano attaccato la Spagna per mare, ma erano stati respinti dalla flotta visigota(602). Lo stretto di Gibilterra non era tale da arrestare i conquistatori, e i Visigoti lo sospettavano. Nel 694 il re Egica accus gli Ebrei di cospirare con i musulmani, ed  probabile, in effetti, che le persecuzioni di cui erano oggetto li spingessero a desiderare la conquista del paese. Nel 710 il re di Toledo, Ascila, spossessato da Rodrigo, duca della Betica, fugg nel Marocco, dove senza dubbio sollecit l'aiuto dei musulmani. Questi in ogni caso misero a profitto gli avvenimenti, poich nel 711 un esercito, che si valuta di 7000 Berberi, sotto il comando di Tarik, pass lo stretto. Vinto Rodrigo al primo urto, tutte le citt si aprirono davanti al conquistatore, che, appoggiato nel 712 da un esercito di rinforzo, complet la conquista del paese. Nel 713 Musa, il governatore dell'Africa del Nord, proclam nella capitale di Toledo la sovranit del califfo di Damasco(603).
E perch arrestarsi alla Spagna? Questo paese si prolunga nella Gallia Narbonense. Appena completata la sottomissione della penisola spagnola i musulmani nel 720 s'impadroniscono di Narbona, quindi assediano Tolosa, e cos vanno a ferire il regno franco. Il re, impotente, non fa nulla. Il duca Eudes di Aquitania li respinge nel 721; ma Narbona resta nelle loro mani, e di l nel 725 parte una nuova e formidabile spedizione. Carcassona  presa, e la cavalleria della mezzaluna raggiunge Autun, che mette a sacco il 22 agosto 725.
Nuova scorreria nel 732 da parte dell'emiro di Spagna Abd-er-Rhaman, che, partito da Pamplona, passa i Pirenei e marcia su Bordeaux. Eudes battuto fugge presso Carlo Martello. Dal Nord parte infine la reazione contro i musulmani, vista l'impotenza che mostra il Mezzogiorno. Carlo marcia con Eudes per incontrarsi con l'invasore e lo raggiunge in quella stessa pianura di Poitiers dove Clodoveo un tempo ha vinto i Visigoti. Lo scontro ha luogo nell'ottobre 732. Abd-er-Rhaman  vinto e ucciso(604); ma il pericolo non  sventato. Esso si sposta ora verso la Provenza, cio verso il mare. Nel 735 il governatore arabo di Narbona, Jussef Ibn Abd-er-Rhaman, s'impadronisce di Arles avvalendosi della complicit, che trova nel paese(605).
Poi nel 737 gli Arabi prendono Avignone con l'appoggio di Mauronto, ed estendono le loro devastazioni sino a Lione e sino in Aquitania. Carlo di nuovo marcia contro di essi. Riprende Avignone e sta per attaccare Narbona, davanti alla quale batte un esercito arabo di soccorso venuto dal mare; ma non riesce a prendere la citt. Ritorna verso l'Austrasia con un immenso bottino, perch ha preso, distrutto e bruciato Maguelonne, Agde, Bziers e Nmes(606).
Questi successi non impediscono una nuova incursione degli Arabi in Provenza nel 739. Questa volta minacciano anche i Longobardi, e Carlo con il soccorso di questi ultimi li respinge un'altra volta(607).
Tutto ci che segue  oscuro; ma sembra che gli Arabi abbiano di nuovo sottomesso la costa provenzale e vi si siano mantenuti qualche anno. Pipino li espulse nel 752; ma attacc invano Narbona(608). Non doveva impadronirsene definitivamente che nel 759. Questa vittoria dimostra se non la fine delle spedizioni contro la Provenza, per lo meno quella dell'espansione musulmana sul continente occidentale(609). Allo stesso modo come Costantinopoli resistette al grande attacco del 718 e protesse da quella parte l'Oriente, cos qui le forze intatte dell'Austrasia, i vascelli dei Carolingi, salvano l'Occidente. Per se in Oriente la flotta bizantina perviene ad allontanare l'Islam dal mar Egeo, in Occidente il mar Tirreno cadr in potere di quello.
Le spedizioni contro la Sicilia si succedono nel 720, 727, 728, 730, 732, 752, 753; arrestate un momento da sommosse civili in Africa(610), riprendono nell'827 sotto l'emiro aghlabita Siadet Allah I, che profitta di una rivolta contro l'imperatore per tentare un colpo di mano contro Siracusa. Una flotta araba parte da Suza nell'827; ma i Bizantini spingono energicamente la guerra e una flotta bizantina fa levare l'assedio a Siracusa.
Da parte loro i musulmani ricevono rinforzi dalla Spagna, poi dall'Africa. In agosto e settembre 831 s'impadroniscono di Palermo dopo un assedio di un anno e acquistano cos una base difensiva in Sicilia. Malgrado questi rovesci la resistenza dei Bizantini continua energicamente in mare e in terra. Essi non possono impedire per ai musulmani, aiutati dai Napoletani, di impadronirsi di Messina nell'843. Nell'859 il centro della resistenza bizantina  espugnato, e Siracusa soccombe il 21 maggio 878 dopo una difesa eroica.
Mentre l'impero bizantino lottava per salvare la Sicilia, Carlomagno era alle prese con i musulmani sulle frontiere della Spagna. Nel 778 invi un esercito, che fu battuto davanti Saragozza, e la cui retroguardia si fece massacrare a Roncisvalle. Egli si tenne allora sulla difensiva, sino al momento in cui, avendo i Saraceni invaso la Settimania (793), costitu contro di loro la marca di Spagna (795)(611), su cui suo figlio Luigi re di Aquitania si doveva appoggiare nell'801 per impadronirsi di Barcellona. Dopo diverse spedizioni infruttuose, dirette particolarmente dal missus Ingoberto nell'810, Tortosa cadde tuttavia nelle mani di Luigi nell'811. Al contrario egli fall davanti ad Huesca, e non doveva spingersi pi avanti(612).
In realt Carlomagno incontr in Spagna una resistenza estremamente viva, ed Eginardo esagera quando riferisce che egli occup tutto il paese fino all'Ebro. Di fatto tocc il fiume solo in due punti, nella valle superiore al Sud della Navarra ed in quella inferiore, a Tortosa, ammettendo che questa citt sia stata veramente occupata(613).
Carlomagno non pot profittare della presa di Barcellona, perch non aveva flotta. Contro i Saraceni, che possedevano Tunisi, dominavano le coste di Spagna ed occupavano le isole, egli non poteva niente. Cerc di difendere le Baleari e vi riport qualche effimero successo. Nel 798 i musulmani avevano saccheggiato queste isole(614). L'anno seguente sollecitato da quegli abitanti. Carlomagno invi loro truppe, che furono senza dubbio trasportate su navigli delle Baleari. Questa dimostrazione militare sembra sia stata efficace, poich le insegne arabe furono inviate come trofei al re(615). Non sembra per che i Franchi si siano mantenuti in queste isole.
Carlomagno guerreggi a lungo nella regione dei Pirenei; ma le agitazioni che scossero il mondo musulmano gli giovarono. La fondazione del califfato ommiade di Cordova nel 765 diretto contro quello degli Abbasidi di Bagdad gli fu favorevole, avendo ciascuno di essi interesse ad amicarsi i Franchi.
Al contrario non riport successi su altri punti del Mediterraneo. Nell'806 i Saraceni s'impadronirono della piccola isola di Pantelleria e vendettero come schiavi in Spagna i monaci che vi trovarono. Carlo li riscatt(616). Lo stesso anno 806 Pipino, suo figlio, re d'Italia, cerc di cacciare i Saraceni dalla Corsica, dove si erano stabiliti. Arm una flotta e, secondo gli annalisti carolingi, s'impadron dell'isola; ma dall'807 essa era ricaduta in potere dei nemici(617). Immediatamente Carlo mand contro di essi il conestabile Burcardo, che li costrinse a ritirarsi dopo un combattimento, in cui perdettero tredici vascelli. Ma la vittoria ancora questa volta fu effimera, perch nell'808 il papa Leone III, parlando a Carlo delle misure che prendeva per la difesa della costa italiana lo pregava di incaricarsi della Corsica(618). Ed effettivamente nell'809 e nell'810 i Saraceni occuparono la Corsica e la Sardegna.
La situazione si aggrav quando l'Africa, spossata da agitazioni endemiche, si organizz sotto la dinastia degli Aghlabiti che riconoscevano il califfo di Bagdad, Harun-al-Rascid.
Nell'812 i Saraceni d'Africa, malgrado l'arrivo di una flotta greca comandata da un patrizio e rinforzata da navi di Gaeta e di Amalfi, saccheggiarono le isole di Lampedusa, Ponza ed Ischia. Leone III mise le coste dell'Italia in istato di difesa(619) e l'imperatore gli mand suo cugino Wala per assisterlo. Carlo si mise anche in relazione con il patrizio Giorgio; ma costui concluse una tregua di dieci anni col nemico. Di questa non si tenne per nessun conto, e la guerra sul mare non disarm; la distruzione, a causa di una tempesta, di una flotta saracena di cento navigli, nell'813, diminu appena di poco le scorrerie degli Arabi di Spagna, che non cessarono dal saccheggiare Civitavecchia, Nizza, la Sardegna e la Corsica, da dove portarono 500 prigionieri.
Frattanto in mezzo alle guerre  tentato qualche sforzo diplomatico. Gi nel 765 Pipino aveva mandato un'ambasciata a Bagdad; nel 768 aveva ricevuto in Aquitania inviati dei Saraceni di Spagna venuti da Marsiglia; nell'810 Harun-al-Rascid aveva mandato un'ambasciata a Carlomagno, che nell'812 firmava d'altra parte un trattato con El-Hakem, lo Spagnolo.
Questi diversi tentativi non ebbero nessun seguito, e Carlomagno, sempre pi incapace di resistere alle flotte musulmane, si rassegn alla difensiva, parando con difficolt i colpi che riceveva.
La situazione doveva peggiorare ancora dopo la morte di Carlomagno. Senza dubbio nell'826 Bonifacio di Toscana si avanz con una piccola flotta destinata alla protezione della Corsica e della Sardegna fino sulle coste d'Africa tra Cartagine ed Utica(620). Io suppongo che abbia profittato del fatto che i musulmani erano in quel momento occupati in Sicilia. Ma qualche anno pi tardi l'Italia al nord delle citt bizantine ben presto divenne un campo di preda per i musulmani. Brindisi e Taranto furono devastate (838), Bari conquistata (840), la flotta di Bisanzio e di Venezia battuta. Nell'841 i musulmani devastarono Ancona e la costa dalmata fino a Cattaro. E Lotario nell'846 non nascondeva che temeva l'annessione dell'Italia(621).
Nell'846 settanta navigli saraceni attaccarono Ostia e Porto, risalirono il Tevere devastando tutto sino alle mura di Roma e profanarono la chiesa di San Pietro. La guarnigione di Gregoriopoli non potette arrestarli. Essi furono finalmente respinti da Guido di Spoleto. La spedizione di Lotario nell'847, l'anno seguente, non arriv a riconquistare Bari.
Nell'849, sollecitate dal papa, Amalfi, Gaeta e Napoli costituirono una lega contro i Saraceni e riunirono ad Ostia una flotta che Leone IV benedisse(622), e riportarono una grande vittoria navale sui Saraceni. Nel medesimo tempo il papa circond di un muro il borgo del Vaticano facendone la Civitas Leonina (848-852)(623).
Nell'852 il papa stabilisce a Porto, che fortifica, alcuni Corsi fuggiti dall'isola; ma questa nuova citt non prospera. Egli crea anche Leopoli per sostituire Civitavecchia vuotata dal terrore che ispirano i Saraceni(624). Similmente restaura Orta ed Ameria in Toscana per fornire un rifugio agli abitanti nel momento delle incursioni musulmane(625). Ci non impedisce che questi nell'876 e 877 saccheggino la campagna romana; invano il papa implora l'imperatore di Bisanzio. I disastri che questi soffre nel medesimo tempo in Sicilia, dove Siracusa soccombe (878), gli impediscono indubitabilmente d'intervenire; e finalmente il papa  costretto a pagare annualmente ai Mori, per sfuggire ai loro colpi di mano, 25 000 mancusi d'argento. Eppure non si ha da fare che con semplici bande di pirati, i quali non si propongono che il saccheggio. Nell'883 l'abbazia di Montecassino  incendiata e distrutta(626); nell'890 l'abbazia di Farfa  assediata e resiste per sette anni. Subiaco  distrutta, la vallata dell'Amene e Tivoli sono devastate. I Saraceni hanno costituito una piazzaforte non lontano da Roma, a Saracinesco, un'altra nei monti Sabini, a Ciciliano.
La campagna romana diventa un deserto: reducta est terra in solitudinem. La calma non ritorner che nel 916, quando Giovanni X, l'imperatore, i prncipi dell'Italia del Sud e l'imperatore di Costantinopoli, che manda galere a Napoli, avranno forzato questa citt ed i suoi vicini ad abbandonare la loro alleanza con i Saraceni, e tutti uniti avranno infine battuto sul Garigliano i terribili invasori.
Si pu dunque dire che dalla conquista della Spagna e soprattutto dell'Africa il Mediterraneo occidentale diventa un lago musulmano. L'impero franco, sfornito di flotta, non pu nulla. Posseggono ancora una flotta Napoli, Gaeta e Amalfi; ma i loro interessi commerciali li spingono ad abbandonare Bisanzio, troppo lontana, per avvicinarsi ai musulmani.
Grazie alla loro defezione i Saraceni potettero finalmente prendere la Sicilia. La flotta bizantina,  vero, era potente, anche pi che quelle delle citt marittime italiane, grazie al fuoco greco, temibile mezzo di guerra; ma, presa la Sicilia, essa era tagliata quasi completamente dall'Occidente dove infatti non fece pi che rare e inutili apparizioni. Essa per permise agli imperatori di salvaguardare il loro impero, costituito essenzialmente di zone costiere(627); grazie ad essa le acque intorno alla Grecia restarono libere e l'Italia peninsulare sfugg alla fine agli attacchi dell'Islam. Trent'anni dopo la sua conquista da parte dei musulmani, nell'840, Bari era ripresa dalla flotta dell'imperatore Basilio, forte di 400 vascelli(628). Fu quello il fatto essenziale, che imped ai musulmani di inserirsi stabilmente in Italia, vi mantenne la sovranit bizantina e assicur la tranquillit di Venezia. Ancora per mezzo della sua flotta Bisanzio potette conservare una specie di supremazia su Napoli, Amalfi e Gaeta, la cui politica consisteva nel destreggiarsi fra l'imperatore, il duca di Benevento ed anche i musulmani, per conservare l'autonomia necessaria al loro commercio.
L'espansione islamica non potette dunque abbracciare tutto il Mediterraneo. Essa lo accerchi ad est, a sud e ad ovest; ma non fece presa a nord. L'antico mare romano divent il confine fra l'Islam e la cristianit.
Tutte le antiche province mediterranee conquistate dai musulmani gravitavano ormai verso Bagdad(629).
In pari tempo l'Oriente era separato dall'Occidente. Il legame che aveva lasciato sussistere l'invasione germanica era reciso. Bisanzio non era pi ora che il centro di un impero greco, per il quale non c'era pi nessuna possibilit di una politica giustinianea. Esso era ridotto a difendere i suoi ultimi possessi, i cui pi lontani posti avanzati in Occidente erano Napoli, Venezia, Gaeta, Amalfi. La flotta permetteva ancora di conservare il contatto con essi, impedendo cos che il Mediterraneo occidentale diventasse un lago musulmano; ma il Mediterraneo occidentale non era che questo. Esso, che era stato la grande via di comunicazione, divent una barriera insormontabile.
L'Islam ruppe l'unit del Mediterraneo, che le invasioni germaniche avevano lasciata sussistere.
 questo il fatto pi essenziale che sia avvenuto nella storia dell'Europa dal tempo delle guerre puniche.  la fine della tradizione antica e il principio del Medioevo, proprio nel momento in cui l'Europa era sulla strada per diventare bizantina.
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1.2. La chiusura del Mediterraneo occidentale.
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Finch il Mediterraneo rimase cristiano il commercio dell'Occidente era mantenuto dalla navigazione orientale. La Siria e l'Egitto ne erano i due centri principali. Ma ora precisamente queste due ricche province caddero per prime sotto la dominazione dell'Islam. Sarebbe un errore evidente credere che questa dominazione abbia estinto l'attivit economica. Se ci sono stati grandi torbidi, se si constata una considerevole emigrazione di Siri verso Occidente, non bisogna credere tuttavia che l'intera struttura economica sia andata in rovina. Damasco divent la prima capitale del califfato; le spezie non cessarono di essere importate n il papiro di essere fabbricato n i porti di funzionare. Quando pagavano le imposte i cristiani non erano molestati. Il commercio dunque continu, solo che cambi direzione(630).
Va da s che nel pieno della guerra il vincitore non permetteva ai suoi sudditi di trafficare col vinto, e quando la pace rinnov l'attivit commerciale nelle province conquistate, l'Islam la orient verso le nuove mete aperte ad esso dalle sue immense conquiste.
Si aprivano nuove vie commerciali, che allacciavano il mar Caspio al Baltico per mezzo del Volga, e gli Scandinavi, i cui mercanti frequentavano le rive del Mar Nero, dovettero prendere rapidamente un'altra strada: basterebbero a provarlo le numerose monete orientali trovate a Gothland.
 certo che per breve tempo la navigazione fu impedita dai turbamenti inseparabili dalla conquista della Siria (634-636), poi dell'Egitto (640-642)(631). Le navi dovettero essere requisite per la flotta, che l'Islam organizz rapidamente nel mar Egeo, e d'altra parte non si comprenderebbe come i mercanti potessero passare attraverso flotte ostili, a meno che, approfittando delle circostanze, non si dessero alla pirateria, cosa che in effetti fece un buon numero di loro.
Bisogna certamente ammettere che dalla met del VII secolo la navigazione dai porti musulmani del mar Egeo verso quelli rimasti cristiani divenne impossibile: se ne  rimasta qualche traccia,  assolutamente irrilevante.
Partendo da Bisanzio e dalle coste vicine ben difese, la navigazione, protetta dalla flotta da guerra, potette continuare verso gli altri paesi dell'impero, in Grecia, lungo le coste dell'Adriatico, dell'Italia meridionale e della Sicilia; ma non  ammissibile che abbia potuto avventurarsi pi in l, considerato che gi nel 650 i Musulmani attaccarono la Sicilia. Quanto al movimento commerciale dell'Africa, le continue rovine di quel paese tra il 643 e il 708 vi misero incontestabilmente fine. I rari vestigi, che ancora erano sopravvissuti, disparvero dopo la presa di Cartagine e la fondazione di Tunisi nel 698.
La conquista della Spagna (711) e subito dopo la mancanza di sicurezza, in cui per conseguenza si trovarono le coste della Provenza, finirono di rendere del tutto impossibile la navigazione commerciale nel Mediterraneo occidentale; n i porti cristiani avrebbero potuto mantenere un commercio marittimo tra di loro, poich o non avevano flotta o era irrilevante. Sicch si pu affermare che la navigazione con l'Oriente cessi intorno al 650 con i paesi posti ad est della Sicilia, e si spenga su tutte le coste dell'Occidente nella seconda met del VII secolo.
Al principio dell'VIII secolo essa sparisce completamente. Non esiste pi un traffico mediterraneo altro che sulle coste bizantine, e come dice Ibn-Khaldun (salvo la riserva da fare per Bisanzio), "i cristiani non possono pi far galleggiare sull'acqua neanche una tavola". Il mare d'ora in poi appartiene ai pirati saraceni. Essi nel IX secolo si impadroniscono delle isole, distruggono i porti, fanno scorrerie dappertutto. Il grande porto di Marsiglia, che un tempo era stata la tappa principale dall'Occidente verso il Levante, si svuota; l'antica unit economica del Mediterraneo  infranta, e tale rester fino all'epoca delle crociate. Essa aveva resistito alle invasioni germaniche ma cede davanti allo slancio irresistibile dell'Islam.
E come avrebbe potuto resistere l'Occidente? I Franchi non avevano flotta, e quella dei Visigoti era stata annientata, mentre il nemico era preparatissimo. Il porto di Tunisi e il suo arsenale erano imprendibili; su tutte le coste si elevavano i ribat, posti avanzati mezzo religiosi e mezzo militari che erano in contatto tra loro e mantenevano un perpetuo stato di guerra. Contro questa forza marittima i cristiani non potettero niente: il fatto che riuscirono a compiere solo una piccola spedizione contro la costa dell'Africa ne  una prova luminosa.
Bisogna insistere su questo punto, poich eccellenti studiosi non ammettono che la conquista musulmana abbia potuto produrre un taglio cos netto. Essi credono perfino che i mercanti siri abbiano continuato come per il passato a frequentare l'Italia e la Gallia nel corso del VII e dell'VIII secolo.  vero che Roma specialmente accolse gran quantit di Siri durante le prime decadi che seguirono la conquista del loro paese da parte degli Arabi; e bisogna che la loro influenza e il loro numero siano stati considerevoli, perch pi d'uno tra loro, quali Sergio I (687-701) e Costantino I (708-715), furono elevati al papato. Da Roma un certo numero di questi rifugiati, la cui conoscenza della lingua greca assicurava prestigio, si sparsero subito verso il Nord, portando con s manoscritti, avori, oreficerie, di cui si erano provvisti nel lasciare la loro patria. I sovrani carolingi non mancarono di impiegarli per l'opera di rinnovamento letterario e artistico che avevano intrapresa. Carlomagno incaric alcuni di rivedere il testo degli evangeli, ed era probabilmente un loro compatriota quello che lasci a Metz un testo greco delle Laudes menzionato nel IX secolo.
Si deve ancora considerare come una prova della penetrazione siriaca in Occidente dopo il VII secolo l'azione che l'arte dell'Asia minore esercit sullo sviluppo dell'arte ornamentale all'epoca carolingia. Non  ignoto che parecchi ecclesiastici della Francia andavano in Oriente per venerare i santuari della Palestina, e che ne ritornavano provvisti non solo di reliquie, ma certamente anche di manoscritti e di ornamenti ecclesiastici.  un fatto ben noto che Harun-al-Rascid, desideroso di guadagnarsi Carlomagno nella lotta contro gli Ommiadi, gli fece dono della tomba di Cristo(632), e gli lasci in pari tempo un indeterminato protettorato sui luoghi santi.
Ma tutti questi fatti, per quanto possano interessare la storia della civilt, non interessano quella economica. L'immigrazione di eruditi e di artisti non implica affatto l'esistenza di relazioni commerciali tra i loro paesi d'origine e quelli ove essi vanno a cercare rifugio. Il secolo XV, che vide tanti eruditi bizantini fuggire in Italia davanti ai Turchi, non  precisamente l'epoca in cui Costantinopoli cessa di essere un gran porto? Non bisogna confondere il movimento di pellegrini, dotti ed artisti con quello delle mercanzie. Questo suppone una organizzazione di trasporti e scambi permanenti di importazione ed esportazione, quello si effettua casualmente. Per potere legittimamente affermare la persistenza della navigazione siriaca ed orientale nel mar Tirreno e nel golfo del Leone dopo il VII secolo bisognerebbe dimostrare che Marsiglia e i porti della Provenza dopo quella data siano rimasti in rapporti col Levante. Ora, il pi recente testo che si pu invocare in materia  il documento di Corbie (716)(633).
Da questo testo si potrebbe desumere che il magazzino generale del fisco a Marsiglia od a Fos in quel tempo era ancora pieno di spezie e di olio, cio di prodotti originari dell'Asia e dell'Africa. Io credo per che ci troviamo di fronte ad un arcaismo. Abbiamo da fare con un atto che conferma all'abbazia di Corbie antichi privilegi, ed  quindi verosimile che esso riproduca tali e quali i testi anteriori. Infatti  impossibile che in quel tempo si potesse importare ancora olio dall'Africa. Si potrebbe ammettere,  vero, che il cellarium fisci viveva sui suoi depositi; ma allora questo non  pi un indice dell'esistenza di relazioni commerciali attive nel 716. In ogni caso  l'ultima e finale menzione che abbiamo di prodotti orientali messi in un magazzino di deposito nei porti di Provenza. Infatti quattro anni dopo i musulmani sbarcano su queste coste e saccheggiano il paese. Marsiglia  morta a quest'epoca. Invano, per provare la sua attivit, si far risaltare che era una tappa pei pellegrini che si recavano in Oriente.  vero che tali pellegrinaggi non potendo effettuarsi attraverso la valle del Danubio, occupata dagli Avari, poi dagli Ungheri, presuppongono traversate marittime; ma ogni volta che  possibile conoscere gli itinerari seguiti si nota che quei pii viaggiatori s'imbarcavano in porti dell'Italia bizantina. San Willibaldo, il futuro vescovo di Eichstdt, s'imbarc nel 726 a Gaeta dopo aver valicato le Alpi; Maldaveo, vescovo di Verdun, per andare a Gerusalemme, verso il 776, prese in Puglia una nave in partenza per Costantinopoli(634). Le lettere di san Bonifacio ci dicono di pellegrini anglo-sassoni che vanno a Roma per via di terra, affrontando la traversata delle Alpi, invece di prendere la via di Marsiglia. E da Taranto parte per Alessandria il monaco Bernardo, nel IX secolo(635).
Non solamente non abbiamo pi un solo testo sulla presenza di mercanti siri od orientali, ma constatiamo che a partire dall'VIII secolo tutti i prodotti che essi prima importavano non si trovano pi in Gallia: contro questo fatto non si pu replicare(636).
Tra le merci scomparse c' anzitutto il papiro. Tutte le opere a noi note scritte in Occidente su papiro sono del VI o del VII secolo. Sino al 659-677 ci si serve esclusivamente di papiro per la cancelleria reale merovingia; poi appare la pergamena(637). Alcuni atti privati furono ancora scritti su quella materia, prelevata senza dubbio da antichi depositi, sino verso la fine dell'VIII secolo. Dopo non se ne trovano pi.
Questo non pu spiegarsi con la cessazione della fabbricazione del papiro, poich essa continu, come provano sino all'evidenza i begli atti su papiro del VII secolo nel museo arabo del Cairo. La scomparsa del papiro in Gallia non fu dovuta dunque che al rallentamento e infine alla cessazione del commercio. AI principio la pergamena pare che abbia avuto poca diffusione. Gregorio di Tours, che la chiama membrana, ne fa parola una volta sola(638), e sembra dalle sue parole che sia stata fabbricata dai monaci per loro uso. Si sa quanto siano tenaci le usanze di cancelleria: se dunque alla fine del VII secolo gli uffici del re avevano cessato di servirsi del papiro, la ragione non poteva essere se non che riusciva molto difficile procurarsene.
L'uso del papiro si  conservato ancora qualche tempo in Italia. I papi se ne servirono per l'ultima volta nel 1057. Bisogna ammettere con il Bresslau che essi usavano vecchi fondi di deposito? Oppure veniva dalla Sicilia, dove gli Arabi ne introdussero la fabbricazione nel X secolo? La provenienza siciliana  tuttavia discussa; per parte mia penso che verosimilmente essi se lo procurassero attraverso il commercio coi porti bizantini: Napoli, Gaeta, Amalfi e Venezia.
Ma per la Gallia non se ne parla pi.
Le spezie, come il papiro, scompaiono dai testi dopo il 716(639). Gli statuti di Adalardo di Corbie non menzionano pi che il pulmentaria, cio una specie di minestra di erbe(640). Le spezie devono essere scomparse nello stesso tempo che il papiro, poich erano trasportate con le medesime navi.
Scorriamo i capitolari. In fatto di spezie e di prodotti esotici non sono citate che le piante adatte ad essere coltivate nelle villae(641), quali la robbia, il comino o le mandorle(642); ma il pepe, il garofano (cariofilo), il nardo (spico), la cannella, i datteri, i pistacchi non si ritrovano pi neanche una volta. Le tractorie carolinge fanno menzione, tra gli alimenti da servire ai funzionari in viaggio, del pane, della carne di maiale, di polli, delle uova, del sale, delle erbe, dei legumi, del pesce, del formaggio, ma non di spezie(643). Cos la tractoria de coniectu missi dando(644) dell'829 enumera come alimenti da fornire ai missi 40 pani, carne di maiale o di agnello, 4 polli, 20 uova, 8 sestieri di vino, 2 moggia di birra, 2 di frumento. Questo  un menu rustico.
I Capitula episcoporum(645) dell'845-850 assegnano ai vescovi quando sono in viaggio 100 pani, carne di maiale, 50 sestieri di vino, 10 polli, 50 uova, 1 agnello, 1 porchetto, 6 moggia di avena per i cavalli, 3 carri di fieno, miele, olio, cera. Ma non si fa parola di condimenti.
Si vede dalle lettere di san Bonifacio quanto le spezie fossero divenute rare e care. Egli riceve o manda regali che consistono in piccole quantit di incenso(646). Nel 742-743 un cardinale gli manda aliquantum cotzumbri quod incensum, Domino offeratis(647). Nel 748 un arcidiacono di Roma gli fa anche un piccolo invio di spezie e profumi(648). Questi doni provano la rarit delle spezie a Nord delle Alpi, poich costituiscono doni preziosi. Notate inoltre che vengono tutte dall'Italia. Il porto di Marsiglia non ne riceve pi. Il cellarium fisci  vuoto oppure, ci che  molto probabile,  stato incendiato dai Saraceni, e le spezie non sono pi un articolo di commercio normale. Se ancora ne entra una piccola quantit, avviene per mezzo dei venditori ambulanti.
In tutta la letteratura del tempo, sebbene molto abbondante, non se ne parla affatto.
Si pu affermare davanti a questo silenzio assoluto che le spezie sono scomparse tra la fine del VII secolo ed il principio dell'VIII dall'alimentazione corrente. Non dovevano riapparirvi che dal XII secolo, al tempo della riapertura delle vie del mare.
Naturalmente succede lo stesso per il vino di Gaza che scompare anch'esso. L'olio non  pi esportato dall'Africa. Quello di cui ci si serve ancora viene dalla Provenza. Ormai  la cera ad essere usata per la illuminazione delle chiese.
Similmente l'uso della seta sembra estraneo all'epoca. Io ne trovo una sola menzione nei capitolari(649).
Si sa quanto Carlomagno fosse semplice nei suoi vestimenti. La corte certamente lo ha imitato. Ma indubitabilmente questa semplicit, che contrasta tanto con il lusso merovingio, gli  imposta.
Bisogna concludere da tutto ci con il constatare la cessazione dell'importazione orientale in seguito all'espansione islamica.
Un altro fatto del tutto sorprendente  da constatare: la rarefazione progressiva dell'oro. Lo si pu rilevare dalla monetazione di oro merovingio dell'VIII secolo, i cui pezzi contengono una lega di argento sempre pi notevole. Manifestamente l'oro ha cessato di venire dall'Oriente. Mentre continua a circolare in Italia, si raref in Gallia al punto che si rinunzia a servirsene come moneta. A partire da Pipino e da Carlomagno non si coniano pi, eccetto rarissime eccezioni, che denari d'argento. L'oro riprender il suo posto nel sistema monetario solamente nella stessa epoca in cui le spezie riprenderanno il loro nell'alimentazione.
 qui un fatto essenziale e che vale pi di tutti i testi. Bisogna bene ammettere che la circolazione dell'oro era una conseguenza del commercio, poich l dove il commercio si  conservato, cio nell'Italia meridionale, si  ugualmente conservato l'oro.
La scomparsa del commercio orientale e del traffico marittimo hanno avuto per conseguenza la scomparsa dei mercanti di professione nell'interno del paese. Non se ne parla quasi mai pi nei testi; tutte le menzioni che si trovano possono essere interpretate come applicantisi a mercanti occasionali. Io non vedo pi a quest'epoca un solo negociator del tipo merovingio, cio che presta denaro a interesse, che si fa seppellire in un sarcofago, che dona beni ai poveri ed alle chiese. Niente ci mostra che vi siano ancora nelle citt colonie di mercanti o una domus negotiantum. Come classe i mercanti sono certamente spariti. Il commercio non  scomparso, perch un'epoca senza nessuno scambio  impossibile immaginarla; ma ha preso un altro carattere. Come si vedr in seguito, lo spirito dell'epoca gli  ostile, eccetto che nei paesi bizantini. Il ridursi del numero di persone che sappiano leggere e scrivere presso i laici rende d'altronde impossibile il mantenimento di una classe di gente che vive normalmente di compravendita. E la scomparsa del prestito ad interesse prova a sua volta il regresso economico prodotto dalla chiusura delle vie del mare.
Non si creda che i musulmani di Africa e di Spagna o anche di Siria avrebbero potuto sostituirsi agli antichi commercianti del Levante bizantino. Dapprima fra loro ed i cristiani c' la guerra perpetua. Essi non pensano a trafficare, ma a saccheggiare. Tutti i testi non ne ricordano nemmeno uno stabilito in Gallia o in Italia.  un fatto accertato che i commercianti musulmani non si installano al di fuori dell'Islam. Se hanno fatto il commercio lo hanno fatto fra di loro. Non si trova un solo indizio, dopo la conquista, di un traffico tra l'Africa ed i cristiani, eccetto, come si  gi detto, in ci che concerne i cristiani dell'Italia meridionale. Ma niente di simile si constata per quelli della costa di Provenza.
In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli Ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli Arabi non li hanno cacciati n massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico. Ed inoltre, grazie ai contatti che continuano a mantenere tra loro, costituiscono l'unico legame economico che sussista tra l'Islam e il mondo cristiano, o potremmo dire, tra Oriente ed Occidente.
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1.3. Venezia e Bisanzio.
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Si pu dire che l'invasione islamica sia stata cos decisiva per l'Oriente come per l'Occidente dell'Europa. Prima di essa l'imperatore di Costantinopoli  ancora l'imperatore romano. La politica di Giustiniano a questo riguardo  significativa: egli pretende di mantenere sotto l'autorit imperiale tutto il Mediterraneo. Dopo l'invasione, al contrario, l'imperatore  ridotto alla difensiva nelle acque greche, finch, nell'XI secolo, dovr chiamare l'Occidente al suo soccorso. L'Islam lo immobilizza ed assorbe le forze dell'impero d'Oriente.  l tutta la spiegazione della sua politica. L'Occidente gli  ormai chiuso.
Una volta perdute l'Africa e Cartagine, difesa ostinatamente in condizioni disastrose, la sfera d'azione della politica bizantina non andr oltre l'Italia, di cui essa non perverr a conservare che le coste. Nell'interno Bisanzio non pu pi resistere ai Longobardi; la sua impotenza provocher la rivolta del paese e la defezione del papa. L'impero non lotta pi che per la Sicilia, l'Adriatico e le citt del Sud che costituiscono per esso tanti avamposti, i quali per si rendono sempre pi autonomi.
L'espansione dell'Islam si  arrestata alle frontiere bizantine. Essa gli ha tolto le sue province sirie, egiziane e africane, sfruttando in parte le differenze di nazionalit; ma il blocco greco ha resistito e resistendo ha salvato l'Europa e senza dubbio con essa il cristianesimo. Tuttavia il colpo  stato duro: Bisanzio, attaccata due volte all'epoca della piena espansione dell'Islam, ha dovuto la vittoria alla sua flotta. Essa resta malgrado tutto una grande potenza marittima.
Di tutti i prolungamenti bizantini verso l'Ovest il pi importante e il pi originale  la straordinaria Venezia, il pi curioso fenomeno di successo nella storia economica di tutti i tempi accanto a quello dei Paesi Bassi. I primi abitanti degli isolotti sabbiosi e desolati della laguna sono degli sventurati che fuggono davanti alle orde di Attila nel V secolo, al tempo dell'attacco contro Aquileia. Altri si aggiungono al tempo dell'occupazione franca dell'Istria all'epoca di Narsete(650) e soprattutto in seguito all'invasione longobarda. Cos si popol tutta questa zona di terre marine con un esodo dapprima temporaneo, poi definitivo. Grado raccolse la maggior parte dei fuggitivi di Aquileia, il cui vescovo prese il titolo di patriarca e fu il capo spirituale del nuovo Veneto. Caorle, nell'estuario della Livenza, ricevette gli emigranti e il vescovo di Concordia; poi ci furono Eracliana ed Aquileia vicino al Piave. Le genti di Altino si rifugiarono a Torcello, Murano, Marzorbo; quelle di Padova si stabilirono a Malamocco ed a Chioggia. Al principio il gruppo di isolotti dove pi tardi s'ingrandir Venezia fu il pi scarsamente popolato: Rialto, Olivolo, Spinalunga, Dorsoduro non accolsero che qualche pescatore(651).
Nel primitivo Veneto del VI e VII secolo il centro religioso fu Grado, il centro politico Eracliana, il centro commerciale Torcello. Sfuggendo ai vincitori della terraferma, l'amministrazione bizantina vi si mantenne rappresentata da alcuni funzionari e dai tribuni.
Era una popolazione essenzialmente marinara quella che Cassiodoro descrive, e che fa pensare a quella dell'Olanda primitiva: "Di lontano sembra che le barche scivolino sui prati, poich non se ne vedono gli scafi"(652). Si capisce come una simile vita sia stata favorevole all'espansione dell'energia e dell'ingegnosit. In un primo tempo questa vita fu fondata sulla pesca e l'estrazione del sale, che le barche andavano poi a barattare sul continente con il grano. Il solo centro commerciale della regione  Comacchio, alla foce del Po, frequentata dalle navi bizantine, che portano olio e spezie. Comacchio, il porto della valle del Po, profitt senza dubbio della fine del traffico orientale nel golfo del Leone. Un trattato di commercio conchiuso verso il 715 tra la citt e Liutprando, nel quale si fa menzione del pepe, mostra che il porto era in relazioni con il Levante(653).
Senza dubbio i Veneziani ben presto imitarono i loro vicini; in ogni modo il loro commercio nacque nel corso dell'VIII secolo. Tra il 787 e il 791 i loro mercanti, su richiesta di Carlomagno, furono esclusi da Ravenna, ci che prova che essi non l'avevano voluto riconoscere come re dei Longobardi(654). La loro alleanza con Bisanzio fu necessariamente rinsaldata da questo fatto, e in realt i loro rapporti con l'imperatore cos lontano non presentavano per essi se non vantaggi. L'ideale a cui tendevano era l'autonomia sotto uno o due dogi eletti da loro con la ratifica di Bisanzio. Di tanto in tanto sorgeva qualche conflitto, e allora Venezia si volgeva verso l'imperatore franco. Cos avvenne che nell'805 Venezia invi un'ambasciata a Carlo per mettersi sotto la sua protezione.  da notare per che questo passo si collega a lotte interne di partito e conflitti con Grado, il cui patriarca fin dall'803 aveva domandato per conto suo la protezione di Carlo(655).
In questo momento Venezia cominciava ad imporsi sulle piccole citt della costa dalmata e senza dubbio teme una reazione di Bisanzio. Questo episodio, sebbene sia stato poco avvertito, ebbe tuttavia una grande importanza. Carlo in risposta all'ambasciata dei Veneziani annesse immediatamente la loro citt al regno d'Italia. In quel momento il suo impero ebbe l'occasione di diventare una potenza marittima e di prendere piede in Dalmazia; ma Carlo non ne profitt per niente. Al contrario Bisanzio vide immediatamente il pericolo. L'anno appresso Niceforo invi una flotta, che ottenne subito la sottomissione di Venezia. Carlo non reag, e si limit ad offrire rifugio nei suoi stati al patriarca di Grado(656).
Nell'807 il re d'Italia, Pipino, concluse una tregua con il comandante della flotta, Niceta, e i Veneziani consegnarono i colpevoli al as??e??, che li fece esiliare, e ricompens i suoi partigiani con i titoli di "spatairo" e di ?pat??.(657)
L'accaduto era troppo allettante per Pipino perch ci si fermasse l. Nell'810 egli, prese in prestito le navi di Comacchio, riconquist Venezia e la costa dalmata(658); ma una flotta bizantina comandata da Paolo, prefetto di Cefalonia, l'obblig immediatamente ad abbandonare le sue conquiste. Lo stesso anno (8 luglio) mor, e Carlo si affrett ad invitare ad Aix i legati bizantini, con i quali conchiuse la pace, abbandonando loro Venezia e le citt dell'Istria, della Liburnia e della Dalmazia. Questa pace divenne un trattato definitivo il 13 gennaio 812: l'impero carolingio rinunziava al mare, dove aveva dimostrato la sua impotenza in una forma clamorosa(659). Venezia si avviava decisamente a gravitare nell'orbita bizantina e segnare al confine dell'Occidente il principio di un altro mondo. Piazza S. Marco lo prova meglio di tutti i testi. La pace dell'812 le dava una situazione eccezionalmente favorevole, che fu la condizione della sua grandezza futura(660). Da una parte l'unione all'impero apriva l'Oriente alla sua espansione, e questo senza minacciare la sua autonomia, poich l'impero aveva bisogno del suo appoggio nella lotta contro l'Islam. Da un'altra parte le apriva l'Occidente, poich, mentre aveva rinunziato ad impadronirsene, Carlomagno le riconobbe il diritto di commerciare nell'impero franco. Intangibile all'ovest, non aveva da temere che la sola Comacchio, che controllava la foce del Po. Per questo fin dall'875 essa distrusse la sua rivale, che sparve definitivamente. Da allora in poi i mercati e i porti dell'Alta Italia, - Pavia, Cremona, Milano, ecc. - dipenderanno dal suo commercio(661).
Restava il pericolo saraceno. Su questo argomento l'interesse di Venezia  il medesimo di quello dell'imperatore. Fin dall'828 questi le domanda l'aiuto delle sue navi da guerra; nell'840 Venezia invia 60 vascelli contro Taranto, in soccorso dell'impero, in seguito a che i musulmani bruciano Ancona e catturano le navi veneziane(662). Negli anni tra l'867 e l'871 Venezia opera contro Bari per mare d'accordo con i Bizantini e con Ludovico II, il quale attacca la citt per terra. Ma nell'872 i musulmani attaccano la Dalmazia e nell'875 assediano Grado. Per Venezia conserva il dominio del mare Adriatico, e mediante esso si assicura la navigazione verso il Levante. Il che tuttavia non impedisce a Venezia di trafficare con l'Islam.  vero che l'imperatore fra l'814 e l'820 ha vietato il commercio con i Saraceni di Siria e di Egitto; ma i Veneziani, pur combattendo l'infedele, commerciano con esso. E da Alessandria una flotta di 10 navi porta nell'827 le reliquie di san Marco rubate con grande abilit all'insaputa sia dei cristiani che dei musulmani della citt(663).
Il grande commercio di Venezia  quello degli schiavi slavi della costa dalmata. Nell'876 il doge lo vieta inutilmente. Alla met del IX secolo si vendono ai musulmani anche schiavi cristiani(664).
Il trattato di commercio tra Venezia e Lotario (840)(665), che ce la mostra come una citt essenzialmente mercantile, interdice la vendita degli schiavi e degli eunuchi. Venezia  per eccellenza un porto ed un mercato. Essa riprende il compito che una volta era affidato a Marsiglia. Di l s'imbarcano i passeggeri per il Levante e si esporta verso l'Egitto il legno da costruzione.
Dall'Oriente arrivano a Venezia le spezie e la seta, che immediatamente sono riesportate attraverso l'Italia in direzione di Pavia e di Roma(666). Senza dubbio ci dovettero essere anche invii oltre le Alpi(667), sebbene il commercio in questa direzione sia stato insignificante in quell'epoca. Venezia possiede inoltre come suo mercato tutta la costa dalmata e non c' dubbio che con essa intrattiene il commercio pi attivo.
Paragonata all'Occidente Venezia  un altro mondo. I suoi abitanti possiedono lo spirito mercantile e non si fanno prendere dagli scrupoli per le interdizioni contro il turpe lucrum(668). Questa mentalit  del tutto scomparsa nel mondo occidentale ed in Italia dopo le conquiste arabe; invece si conserva a Venezia ed in tutti gli altri paesi bizantini dell'Italia meridionale.
Bari, per esempio, resta completamente greca e conserver le sue istituzioni municipali bizantine sino a Boemondo(669). Bench Bari sia stata occupata dai musulmani sino all'871, il loro "sultano" rilasciava permessi di navigazione ai monaci, che partivano per Gerusalemme, e li raccomandava al califfo di Bagdad(670). Ugualmente avveniva a Salerno, Napoli, Gaeta, Amalfi, sulla costa occidentale. L erano porti essenzialmente attivi e che, come Venezia, conservavano un legame debolissimo con Bisanzio; essi lottavano anche per la loro autonomia contro il duca di Benevento. Il loro retroterra era molto pi ricco di quello di Venezia, perch Benevento conservava la sua moneta d'oro, e si era a poca distanza da Roma, che, con le sue chiese e l'afflusso dei pellegrini, era sempre una grande consumatrice di spezie, di profumi, di tessuti preziosi ed anche di papiro. Nello stesso ducato di Benevento si manteneva una civilt ancora abbastanza raffinata. Paolo Diacono insegnava il greco alla principessa Adelperga; il duca Arichis alla fine dell'VIII secolo innalz una chiesa di Santa Sofa, che abbell di ornamenti venuti da Costantinopoli, e si vantava di ricevere dall'Oriente stoffe di seta, di porpora, vasi d'oro e d'argento cesellati, cos come prodotti dell'India, dell'Arabia, dell'Etiopia(671).
Bisogna insistere sul fatto che i duchi di Benevento conservarono la moneta d'oro(672) ed anche il sistema monetario bizantino(673). La continuazione dell'unit mediterranea, che doveva scomparire pi tardi, l era ancora visibile.
Le citt marinare del Sud conservarono una flotta. Nell'820 si sa di otto navigli mercantili, che, ritornando dalla Sardegna verso l'Italia(674), furono catturati da pirati saraceni. Si deve supporre che con i battelli di quelle citt sia stata fatta nell'828 la spedizione di Bonifacio di Toscana in Africa, perch si sa che vi fu a questo proposito un'intesa fra i due imperatori.
Il papa parla a Carlomagno delle navi greche (naves Graecorum gentis), che egli ha fatto bruciare a Civitavecchia. Forse queste navi salivano talvolta sino sulla costa della Provenza e apparivano nel IX secolo a Marsiglia e ad Arles. Ma la loro navigazione gravitava verso il Levante dentro un'orbita bizantina: il che non impediva loro, come non impediva ai Veneziani, di mantenere relazioni con i porti arabi di Spagna e d'Africa, ed anche, come i Napoletani, di portare talvolta aiuto agli Arabi di Sicilia. Questo era fatto con quella medesima mentalit, con cui, durante la guerra mondiale, alcuni alleati minori dell'Intesa fornivano munizioni alla Germania.
Nell'879 l'ammiraglio greco inviato per difendere la Sicilia ferm numerosi battelli mercantili, che, malgrado la guerra, facevano il commercio fra l'Italia e la Sicilia, Egli prese loro olio - prova che venivano dall'Africa - in tale quantit che il prezzo di questa derrata cadde a Costantinopoli ad una cifra irrisoria(675).
Questo commercio dei porti dell'Italia meridionale con i musulmani era anche un commercio di schiavi. Il papa lo deplorava(676). Gi nell'836 il trattato fra Napoli e il duca di Benevento riconosceva ai mercanti della citt la pi estesa libert commerciale nel ducato, che senza dubbio non poteva fare a meno di essi, ma interdiceva loro di comprare schiavi longobardi per fare la tratta(677): il che ci informa che questi schiavi venivano dalla Lombardia, cio dall'impero franco.
E tuttavia questi medesimi venditori di carne umana nell'849 riportarono in favore del papa una grande vittoria marittima davanti ad Ostia, e san Gennaro a Napoli era l'oggetto di una venerazione cos grande come san Marco a Venezia.
Di queste citt. Amalfi era la pi puramente mercantile. Non aveva che un piccolo territorio montagnoso, le cui foreste le fornivano il legno per la costruzione delle navi che si spingevano fino in Siria(678).
Tra tutti questi centri mercantili e il duca di Benevento non c'era alcuna intesa, n c'era alcuna intesa tra loro. Verso l'830 Napoli per resistere al duca s'appoggi ai Saraceni. Si alle ancora con essi verso l'870 contro la sua rivale Amalfi, poi nell'880 contro l'influenza bizantina, ridivenuta potente dal tempo di Basilio I(679). In quel tempo anche Gaeta si riavvicin ai Saraceni, poi ritorn al papa, che fece alcune concessioni al suo hypatos(680). Nell'875 navigli di tutte le citt del Sud uniti a quelli dei Saraceni saccheggiarono la costa romana, e Ludovico II dichiar che Napoli era diventata un'altra Africa(681). Nell'877 il papa Giovanni VIII cerc invano con il denaro e la scomunica di separare Amalfi dai Saraceni. Tuttavia lo stesso anno la citt s'impegn di proteggere contro di essi la costa dell'Italia meridionale(682).
La politica di queste citt commerciali sembra a prima vista confusissima. Essa si spiega tuttavia con il pensiero costante ed esclusivo di proteggere il loro commercio. Le loro alleanze con i musulmani non impediscono loro di resistere ad oltranza contro ogni tentativo di conquista da parte di quelli.
Nell'856 i Saraceni, il cui scopo  di impadronirsi dell'Italia meridionale, che attaccano simultaneamente da Bari e dall'Ovest, assalgono Napoli e distruggono Miseno(683). Se le citt vogliono commerciare con i Saraceni, non vogliono per cadere sotto il loro giogo n lasciare ad essi il dominio delle loro acque. La politica di queste citt a tale riguardo  del tutto simile a quella dei Veneziani. Esse diffidano di tutti e non vogliono obbedire a nessuno; ma sono rivali implacabili, e pur di distruggersi l'una con l'altra non esitano ad allearsi con i musulmani. Cos, per esempio, Napoli nell'843 li aiuta a strappare Messina all'impero bizantino, di cui essa stessa fa parte. Del resto tutte queste citt non accettano che un legame di soggezione puramente nominale nei confronti dell'impero bizantino. Solo la minaccia diretta contro la loro prosperit le fa muovere, e per questo esse nell'846 non sostengono gli sforzi di Lotario contro i musulmani, e pi tardi del pari non appoggeranno quelli di Ludovico II(684). Dice molto bene il Gay: "Da una forza invincibile le citt marinare: Gaeta, Napoli, Amalfi, sono riportate sempre verso l'alleanza musulmana... L'essenziale per esse  di conservare il litorale ed assicurare gli interessi del loro commercio. Negoziando con i Saraceni, esse ottengono una parte di bottino e continuano ad arricchirsi. La politica di Napoli e di Amalfi  prima di tutto politica di mercanti, che vivono di saccheggi altrettanto che di commercio regolare"(685). Per questo essi non aiutarono l'imperatore nella difesa della Sicilia. La loro politica  molto simile a quella tenuta dagli Olandesi nel Giappone durante il secolo XVII. Del resto con chi avrebbero potuto commerciare, se avessero trascurato le coste musulmane? L'Oriente apparteneva a Venezia.
Riassumiamo. Il Mediterraneo cristiano  diviso in due bacini: est ed ovest, circondati dai paesi dell'Islam. Questi, terminata la guerra di conquista alla fine del IX secolo, formano un mondo a parte, che basta a se stesso e si orienta verso Bagdad. Verso questo punto centrale si incamminano le carovane dell'Asia e la grande strada che, lungo il Volga, raggiunge il Baltico. Di l i prodotti sono instradati verso l'Africa e la Spagna. I musulmani non trattano direttamente coi cristiani, ma non li allontanano: lasciano che essi frequentino i loro porti, recando schiavi e legno e caricando tutto quello che desiderano di acquistare.
L'attivit della navigazione cristiana del resto non continua che in Oriente e all'Oriente si allaccia la punta avanzata dell'Italia meridionale. L Bisanzio ha saputo conservare il dominio del mare sull'Islam. Le navi continuano a circolare da Venezia lungo il litorale adriatico e la costa greca verso la grande citt del Bosforo, e non si fanno scrupolo di visitare inoltre i porti musulmani dell'Asia minore, dell'Egitto, dell'Africa, della Sicilia e della Spagna. La prosperit sempre maggiore dei paesi musulmani, una volta passato il periodo di espansione, si svolge a vantaggio delle citt marinare d'Italia. Grazie a questa prosperit nell'Italia meridionale e nell'impero bizantino si conserva una civilt avanzata, con citt che battono moneta aurea ed hanno mercanti di professione: in breve, una civilt che conserva le sue basi antiche.
In Occidente, al contrario, dal golfo del Leone e dalla Riviera fino alla foce del Tevere, sconvolta dalle guerre e dai pirati, ai quali, per mancanza di flotta, i cristiani non poterono resistere, non sono che deserto e bersaglio della pirateria. I porti e le citt sono abbandonati. Il legame con l'Oriente  tagliato e non si stringe nessun rapporto con le coste musulmane.  la morte. L'impero carolingio presenta il contrasto pi impressionante con quello bizantino. Esso  puramente continentale, poich  imbottigliato. I territori mediterranei, che una volta erano i pi ricchi di vita in quei paesi e che davano alimento alla parte continentale, sono oggi i pi poveri, i pi deserti ed i pi malsicuri. Per la prima volta nella storia l'asse della civilt occidentale  spostato verso il nord, e per molti secoli si terr fra la Senna e il Reno. E i popoli germanici, che fino ad ora non hanno avuto che una parte negativa di distruzione, sono chiamati a rappresentare una parte positiva nella ricostruzione della civilt europea.
La tradizione antica s'infrange, perch l'Islam ha distrutto l'antica unit mediterranea.
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Capitolo Secondo. IL COLPO DI STATO CAROLINGIO E IL VOLTAFACCIA DEL PAPA.
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2.1. La decadenza merovingia.
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Di tutti gli stati fondati in Occidente dai Germani alla fine del V secolo nel bacino del Mediterraneo i due che al principio brillavano maggiormente, il regno vandalo e quello ostrogoto, erano caduti sotto i colpi di Giustiniano. I Visigoti dal 629 avevano ripreso all'impero il piccolo territorio che gli restava nella penisola iberica(686); i Franchi erano rimasti indenni; quanto ai Longobardi, era sembrato ad un certo momento che stessero per ricostruire il regno d'Italia a loro profitto. Il bisogno, in cui si era trovato l'impero, di difendersi contro i Persiani aveva favorito la loro impresa; si era dovuto ricorrere contro di essi, non senza pericolo, all'alleanza franca. Tuttavia la vittoria di Eraclio faceva presagire una ripresa dell'offensiva bizantina, quando tutto ad un tratto l'Islam fece irruzione.
Davanti ad esso l'impero aveva indietreggiato definitivamente. Aveva perduto l'Africa ed i suoi possessi d'Italia erano minacciati dai musulmani stabiliti in Sicilia. I Visigoti erano stati annientati; i Franchi, subita una battuta d'arresto al Sud, si erano ripresi a Poitiers; ma non per questo erano stati meno separati dal mare. Solo i Longobardi non avevano ancora subito i colpi dell'Islam, che al contrario li aveva favoriti da una parte allentando la pressione di Bisanzio, obbligata a difendersi sulle frontiere orientali, e d'altra parte proteggendoli contro il pericolo franco.
Spettava per alla Francia, che aveva arrestato in Occidente l'espansione continentale dell'Islam, di ricostituire l'Europa su nuove basi. Da essa dipendeva l'avvenire.
Ma la Francia come appariva in quel momento era molto differente da quella dei Merovingi. Il suo centro di gravit non era pi nella Romania; si era spostato verso il Nord germanico, e per la prima volta appariva con essa una forza politica che non gravitava pi verso il Mediterraneo dove dominava l'Islam. Con i Carolingi l'Europa prende un nuovo definitivo orientamento. Prima di questi essa ha continuato a vivere la vita dell'antichit. Ma l'Islam ha sconvolto ogni stato di cose tradizionale. I Carolingi si troveranno in una situazione che non hanno formata, ma che hanno trovata, e da cui trarranno partito, dando l'avvio ad una nuova epoca. Il loro ufficio non si spiega che con la trasformazione dell'equilibrio imposto al mondo dall'Islam. Il colpo di stato che li sostitu alla dinastia merovingia, la sola che sussistesse dal tempo delle invasioni, non si spiega anch'esso in gran parte che con la chiusura del Mediterraneo da parte dei Saraceni. Ci appare evidente se si studia senza preconcetto la decadenza merovingia. Se la cosa non ha colpito l'attenzione, ci  dipeso dal fatto che si  sempre considerato il periodo franco come un tutto, in cui i Carolingi svolgevano il ruolo di continuatori dei Merovingi, e si  creduto che tale continuit si manifestasse nel dominio del diritto e delle istituzioni altrettanto che in quello dell'economia e dell'organizzazione sociale.
Al contrario c' una differenza essenziale tra l'epoca merovingia e il periodo carolingio. Prima di tutto la situazione europea corrispondente offre un completo contrasto. Il Fustel de Coulanges lo ha notato benissimo:

Se si considerano i centocinquanta anni, che seguono la morte di Clodoveo... si riconoscer che gli uomini differiscono poco da quello che erano verso l'ultimo secolo dell'impero. Trasportiamoci invece ai secoli VIII e IX, e si vedr che sotto un'apparenza forse pi romana la socit  assolutamente differente da quella che era sotto il governo di Roma(687).

Ed il Waitz da parte sua aveva avuto ragione di dividere le due epoche, mentre ha avuto torto il Brunner di riunirle.
La separazione dei due mondi avviene definitivamente con il colpo di stato di Pipino; ma  gi preparata da tempo. Lo stato merovingio non conosce pi che una lunga decadenza a cominciare dalla morte di Dagoberto I, nel 639.  la decadenza della regalit. Abbiamo visto che il potere regale  assoluto, e questo  un carattere derivato dall'impero romano. Perch lo Stato sia governato  necessario che il re conservi la forza di affermarsi; d'altronde contro di lui e contro questa maniera di governare non c' opposizione di alcuna specie, n nazionale n politica(688). Anche le divisioni, che cos spesso sconvolgono i sudditi ed i territori, sono affari privati dei re, che si spartiscono i loro beni ereditari. I popoli restano indifferenti. Il prestigio della dinastia  grandissimo e senza dubbio sarebbe incomprensibile senza la chiesa, poich non si pu invocare a sua spiegazione nessun sentimento germanico. Proprio in Germania anzi, nel 656, ebbe luogo il tentativo di Grimoaldo, figlio di Pipino I, di sostituirsi al re legittimo, cosa che sollev l'indignazione dei Franchi e port all'arresto ed alla morte del colpevole(689).
Il re si appoggia alla chiesa, che egli protegge, ma di fatto domina. Nel 644, quando comincia la decadenza, Sigeberto vieta ancora che i sinodi siano tenuti senza sua autorizzazione(690).
In generale si fa rimontare la decadenza merovingia all'editto di Clotario II del 614; ma questo editto a me pare un mezzo di legare a s la chiesa, rinforzando la sua posizione soprattutto con privilegi di giurisdizione(691). In ogni modo Dagoberto I  ancora un gran re, che fa la guerra ai Germani e gode di una posizione europea, che nessuno dei suoi predecessori dal tempo di Teodeberto ha avuto.
Il regno franco sotto i Merovingi  una potenza, che ha una funzione internazionale dominata da una politica costante: installarsi solidamente sul Mediterraneo. Dal loro primo stanziamento in Gallia i Merovingi avevano cercato di raggiungere la Provenza. Teodorico ne li aveva allontanati. Essi si erano rivolti allora verso la Spagna, ed avevano ingaggiato la lotta contro i Visigoti(692).
La guerra di Giustiniano contro gli Ostrogoti stava per aprire loro la via del mare. Avendo l'imperatore sollecitato il loro appoggio nel 535, Vitige, per impedire l'alleanza dell'imperatore con i Franchi, cedette ad essi la Provenza, che un tempo Teodorico aveva loro impedito di conquistare a danno dei Visigoti(693). Stanziato sulla costa e cercando di prender piede in Italia, Teodeberto si alle per un momento con gli Ostrogoti, ai quali mand un esercito di 10 000 uomini(694); ma d'un tratto, volgendosi insieme contro i Goti e contro i Bizantini, conquist nel 539 gran parte del Veneto e della Liguria(695).
Il regno  cos vigoroso a quest'epoca che, appena terminata la campagna in Italia, Childeberto e Clotario riprendono la guerra contro i Visigoti (542), s'impadroniscono di Pamplona, saccheggiano la valle dell'Ebro; ma falliscono davanti a Saragozza, e sono infine ricacciati da Theudis(696).
Lo scacco subito in Spagna rigetta di nuovo i re franchi contro l'Italia. Nel 552 un esercito franco, rinforzato dagli Alamanni, ridiscende nella penisola contro gli imperiali, saccheggia il paese, sino a che, decimato dalle malattie ed annientato da Narsete, i suoi avanzi sono obbligati a ritornare in Gallia.
Vinti con le armi, i Franchi sono destinati ad ottenere, grazie alla politica, un'importante provincia. Nel 567 il territorio visigoto fra la Garonna ed i Pirenei diventa franco mediante il matrimonio di Chilperico con Gaisvinta(697).
L'arrivo dei Longobardi in Italia doveva costituire per i Merovingi una nuova causa di guerra in questo paese.
Fin dal 568 i Longobardi attaccano la Provenza. Rigettati, l'invadono di nuovo nel 575(698). Nel 583, supplicato da papa Pelagio II di intervenire contro di loro. Childeberto II si allea con l'imperatore Maurizio - che paga quest'alleanza 50 000 soldi d'oro - ed invia un esercito franco a combattere in Italia, per senza fortuna, fino al 585(699). In questo stesso anno tuttavia Gontrano attacca la Settimania; le sue truppe sono ricacciate indietro con grandi perdite da Recaredo, figlio di Leovigildo; ma lo stato di ostilit persiste. Nel 589 Gontrano rinnova il suo attacco, ma questa volta subisce una disfatta definitiva presso Carcassona(700). Questo scacco delle armi franche appare tanto pi serio in quanto che nel 588 l'esercito di Childeberto era stato battuto dai Longobardi in Italia(701), cosa che aveva indotto il re a concludere la pace con essi (589).
Tuttavia Childeberto non rinunzia alla sua politica italiana. Dall'anno seguente (590) dirige una nuova spedizione contro i Longobardi; ma anche questa  destinata a non riuscire, ed alla fine bisogna rassegnarsi alla pace(702).
Dagoberto, l'ultimo grande re merovingio, doveva continuare questa politica d'intervento in Italia e in Spagna. Nel 605 si alle con l'imperatore Eraclio, e nel 630 sostenne il pretendente visigoto Sisenando contro il re Svintila(703). Dagoberto doveva essere l'ultimo rappresentante della politica tradizionale della sua dinastia. Dopo di lui non ci sar pi intervento politico n in Italia n in Spagna, se si esclude una spedizione del 662-63, che fallisce(704).
Il reame s'indebolisce ugualmente verso il Nord: in Germania la Turingia diviene indipendente, la Baviera  quasi nelle stesse condizioni, ed i Sassoni prendono un atteggiamento minaccioso. Cos dunque dagli anni 630-32 lo stato merovingio ripiega su se stesso e s'incammina verso la decadenza. Senza dubbio a questa contribuiscono le incessanti lotte civili tra i re, come il conflitto tra Fredegonda e Brunechilde e i seguenti intrighi di Brunechilde fino alla sua spaventevole morte nel 613; ma bisogna ricordare che fino al 613 le lotte civili erano state una regola generale. Ci che le rese in seguito pi gravi fu il continuo succedersi di re in et minore. Nel 715, quando Chilperico II sal al trono, da venticinque anni nessun re aveva raggiunto l'et maggiore, cosa che si spiega con le gozzoviglie e gli eccessi venerei di questi principi, che potevano permettersi tutto. La maggior parte di loro sono senza dubbio degenerati. Clodoveo II muore pazzo. Tutto questo d alla decadenza merovingia quell'aspetto lugubre, per il quale essa contrasta cos vivamente con quella degli imperatori romani di Occidente, e in seguito con quella dei Carolingi. Nessuno di questi re esercita pi una qualsiasi attivit; sono tanti fantocci nelle mani dei maggiordomi, contro i quali non si attentano neanche di reagire. Non uno ha cercato di far assassinare il suo maggiordomo, come una volta facevano gl'imperatori a Ravenna; al contrario talvolta sono assassinati essi. Vivono sotto la tutela della madre o della zia. Dopo Brunechilde, che d'altronde era visigota, si diventa regine per la propria bellezza. La regina Nantechilde  una domestica (puella de ministerio), che Dagoberto ha fatto entrare nel suo letto. Ne risulta che il maggiordomo diventa onnipotente.  lo shogun dei Giapponesi.
La diminuzione delle risorse, di cui dispongono i re merovingi nel VII secolo, li abbandona d'altra parte sempre pi all'influenza dell'aristocrazia terriera, la cui potenza non cessa di crescere, e naturalmente, come  sempre avvenuto da parte di ogni aristocrazia, cerca d'imporsi alla regalit e di renderla a tale scopo elettiva.
Fino a che il re era stato potente aveva potuto tenerla a freno. Egli nominava chi voleva nelle contee e di fatto anche nei vescovati; faceva condannare chi voleva col pretesto di lesa maest, cosa che, grazie all'uso della conseguente confisca dei beni, arricchiva il suo tesoro. Finch il tesoro gli aveva fornito risorse sufficienti aveva nelle mani un ammirevole instrumentum regni. Poich tutti i diritti doganali appartenevano al re, il tesoro veniva largamente alimentato, finch il commercio era fiorente e inoltre questo tesoro permetteva di stipendiare la trustis reale, che  la guardia del re o, se si vuole, il suo vero esercito permanente(705).
Ma in un'epoca, in cui i medesimi re davano l'esempio dello spergiuro, per tenersi fedeli gli "au trustions" bisognava essere in grado di pagarli puntualmente. Invece il tesoro, che  la vera base della potenza regale, comincia ad assottigliarsi nel corso del VII secolo. In primo luogo non c' pi il bottino delle guerre esterne; e meno ancora ci sono pi i sussidi bizantini. Il re non  affatto un proprietario di terre, che viva semplicemente di queste(706); per assicurarsene basta leggere Gregorio di Tours.  evidente che ci sono una quantit di terre e di villae, che costituiscono il suo fisco; egli ne pu donare in quantit, ed anche sprecarne a profitto degli amici e delle chiese, verso le quali  particolarmente prodigo(707). Ma io non vedo in Gregorio di Tours quale sia la funzione politica di questa propriet. Fino a tanto che il re  potente altrove pu sempre riprendere quello che ha regalato, ed io non comprendo come in mezzo a tante continue divisioni egli avrebbe potuto stabilire il suo potere sul fisco fondiario sempre ripartito in modo diverso. Tutto indica che il vero fondo delle sue entrate  l'imposta. Il Fustel de Coulanges riconosce che questa da sola bastava ad arricchire la regalit ed a provvedere a tutti i bisogni del governo(708).
Come mai dunque quest'imposta, eredit di Roma che non era stata mai abolita, ha dato un gettito sempre inferiore? Secondo il Fustel de Coulanges la causa dev'essere cercata nella resistenza dei vescovi e nelle immunit accordate tanto ai laici che agli ecclesiastici. Il re dunque avrebbe da s stesso scalzata la base del suo potere(709). Cos ugualmente le entrate doganali si sarebbero ridotte sempre pi per effetto delle esenzioni accordate da lui.
Per resta ancora da trovare la ragione di questa politica dei re, che port alla distruzione della base stessa del loro potere. Perch essi non hanno dato in appalto anche l'imposta, come fu fatto pi tardi? Senza dubbio vogliono accordare franchigie ma non svestirsi del loro diritto di regalia. D'altronde le esenzioni d'imposta, cio dei diritti doganali, non riguardano che un certo numero di monasteri, e non certo attraverso questi si mantiene la grande circolazione delle mercanzie. Questa ha per origine il commercio. Bisogna dunque ammettere che l'imposta indiretta, vale a dire il pedaggio, sia diminuita in rapporto con la diminuzione generale del commercio. Ora, da quello che abbiamo visto pi sopra, il rallentamento del commercio  dovuto cominciare intorno al 650, ci che corrisponde esattamente col progresso dell'anarchia nel reame. Alla fine del VII secolo  certo che le risorse pecuniarie del re sono enormemente diminuite. Se ne ha una prova curiosa nel fatto che nel 695 il re dona la villa di Nassigny all'abate di San Dionigi a patto dell'abbandono da parte di questo di una rendita perpetua di 300 soldi che percepiva sul tesoro. Cos il re preferisce il denaro liquido in argento alla sua terra(710).
Che la massima parte delle risorse del tesoro regio dipendessero soprattutto dai pedaggi sulla circolazione commerciale  cosa di cui non si pu dubitare. La percezione di questi era infinitamente pi facile di quella dell'imposta fondiaria, e non provocava resistenza. Da quanto risulta i vescovi non pare che siano intervenuti in materia. Tuttavia l'imposta fondiaria si  certamente conservata a lato dell'imposta doganale; per rendeva sempre di meno. Senza dubbio, speculando sulla debolezza crescente del re, i gran signori gli hanno strappato un numero sempre maggiore di privilegi di immunit.  per un errore vedere nelle immunit la causa di debolezza del re: in realt esse ne sono solo una conseguenza.
Sembra dunque evidente che l'indebolimento del tesoro, che provoc quello della regalit e dello stato, sia stato soprattutto la conseguenza della crescente anemia del commercio(711). Ora questa fu dovuta alla scomparsa del commercio marittimo, provocata dall'espansione dell'Islam sulle coste del Mediterraneo. Questa decadenza del traffico doveva colpire soprattutto la Neustria, dove si trovavano le citt commerciali. Per tale ragione questo paese, che era stato la base della potenza regale, era destinato a poco a poco a cedere di fronte all'Austrasia, dove evidentemente la vita era regolata in minore misura dall'economia monetaria. Quanto all'imposta, non la si percepiva n dai Bavaresi n dai Turingi, e per quello che riguarda i Sassoni sappiamo che essi pagavano come tributo 500 vacche(712). La decadenza del commercio tocc dunque certamente molto meno le regioni del Nord, essenzialmente agricole. Dopo la rovina dell'economia urbana e commerciale ci si spiega facilmente che il movimento di restaurazione doveva venire da quelle. La decadenza del commercio, concentrando tutta la vita verso la terra, doveva dare all'aristocrazia una potenza, che nessun'altra forza avrebbe potuto ostacolare. In Neustria l'aristocrazia si affretta a profittare della debolezza crescente del re. Questo certamente cercher di resistere. La politica di Brunilde si ritrova, per quanto permette di intravedere la nostra poverissima informazione, in quella del maggiordomo Ebroino. Il dispotismo, di cui lo si accusa a cominciare dal 664, si spiega certamente col tentativo di mantenere l'amministrazione reale, cio un'amministrazione alla romana, col suo personale dipendente dal re e che intende di imporsi a tutti, compresi i Grandi.
Si pu considerare l'assassinio di Ebroino (680 o 683) come un fatto che segna lo scacco definitivo nella lotta dei re contro i Grandi. Ora, in questo momento, che coincide all'incirca con la presa di Cartagine, il commercio marittimo  ridotto quasi a niente.
Oramai il re  nelle mani dell'aristocrazia. Forse per resisterle ancora egli ha cercato di appoggiarsi alla chiesa, ma la chiesa stessa  caduta nell'anarchia. Per rendersene conto basta leggere le liste episcopali compilate da monsignor Duchesne(713). Queste mostrano che il disordine delle chiese  infinitamente pi grande nel Sud della Gallia che nel Nord. In genere i vescovi del Sud, la cui influenza era stata preponderante nella chiesa gallica, spariscono verso il 680, per riapparire solo verso l'800. Senza dubbio bisogna tener conto delle perdite casuali di alcuni nomi; ma il fatto  troppo generale per non attribuirgli una causa profonda. A Prigueux, dopo Ermenomaris (673-675), non ci sar pi vescovo fino al X secolo(714), e lo stesso  ad Agen(715). A Bordeaux non se ne trovano pi dal 673-675 all'814(716); a Mende dal 627 a Ludovico il Pio(717); a Limoges un'interruzione di un secolo si trova nella successione dei vescovi dopo Emenus(718), ed a Cahors dopo Beto (673-675)(719); ad Auch i vescovi non riappaiono che nell'836(720). Nessun vescovo  ricordato a Lectoure(721), a Saint-Bertrand de Comminges, a Saint-Lizier, ad Aire, ad Autun dal 696 al 762(722), a Chlons dal 675 al 779(723), a Ginevra dal 650 all'833(724) a Die dal 614 al 788(725) ad Arles dal 683 al 794(726). Interruzioni dello stesso genere si constatano ad Orange, Avignone, Carpentras, Marsiglia, Tolone (679-879), Aix (596-794), Antibes (660-788), Embrun (677-28), Bziers (693-788), Nmes (680-788), Lodve (683-817), Uzs (675-788), Ogde (683-788), Maguelonne (683-788), Carcassona (683-788), Elne (683-788)(727). Secondo il Lot l'ultimo concilio tenuto in Gallia sarebbe stato quello del 695, e non se ne sarebbero riuniti altri prima del 742(728). Si nota anche la sparizione dei sinodi nell'ultimo terzo del VII secolo. Nell'VIII non ce ne sono pi sotto Pipino e Carlomagno. Ugualmente il Leblanc constata la scomparsa crescente delle iscrizioni.
Se si pensa all'influenza considerevole che i vescovi esercitarono dal secolo VII in poi nelle citt, si deve necessariamente concludere che. decaddero le istituzioni urbane. Senza alcun dubbio quello che esse avevano conservato della loro curia disparve in mezzo a quell'anarchia. La vita urbana quale l'aveva conservata il commercio sparisce. La ragione  che la sorgente mediterranea del commercio, non disseccata dalle invasioni del V secolo, si dissecca ora che quel mare  chiuso.
Ed  caratteristico che le grandi famiglie senatoriali, che fornivano il personale ecclesiastico delle diocesi e l'alto personale laico delle amministrazioni, si fanno sempre pi rare in un mondo cos profondamente trasformato(729). Senza dubbio, a partire dalla met del VII secolo, la societ perde rapidamente i suoi caratteri romani e il fenomeno sar gi compiuto, o quasi, al principio dell'VIII secolo. La popolazione  la stessa, ma la civilt non pi.
Si possono fornire prove di questo. Si apprende nella Vita di san Desiderio di Cahors (m. 655) che questa citt, fiorente sotto il suo episcopato, dopo di lui cadde in una specie di marasma(730). Ugualmente Lione, dove ancora nel 601 si faceva il nome di un grande mercante, in seguito cadde in una spaventevole decadenza, che raggiunse il grado massimo quando, verso l'800, Leidrado scrisse il suo rapporto a Carlomagno(731).
L'anarchia, che, in seguito alla decadenza del potere regale, s'impossessa della Gallia, la porta allo spezzettamento. L'Aquitania dal 675-680 in poi diventa un ducato a parte, che vive di vita propria.
Al contrario l'Austrasia, che non ha sentito le conseguenze della sparizione del commercio e delle citt; dove l'amministrazione regia era meno sviluppata e dove la societ gravitava tutta intera intorno ai grandi domini, acquista una preponderanza sempre pi sensibile. Alla testa della sua aristocrazia appare la famiglia dei Pipini, che hanno avuto gi una parte importante negli avvenimenti, che hanno condotto alla caduta di Brunilde.  una famiglia di grandi proprietari del Belgio(732). Gi verso il 640 Itte, sposa di Pipino I (di Landen), fonda il monastero di Nivelle, e le sue liberalit permettono all'apostolo irlandese san Fogliano di fondare a Fosses il Monasterium Scottorum. Lierneux, una propriet della famiglia,  donato da Pipino II, tra il 687 e il 714, al monastero di Stavelot-Malmdy(733). Nel 691 Begga, sposa di Ansegiso e madre di Pipino II, fonda ad Andenne un monastero, dove si ritira e chiude i suoi giorni nel 693. Pipino II dona a sant'Ursmaro, abate di Lobbes, tra il 697 e il 713, le villae di Leernes e di Trazegnies(734). La famiglia ha una potente fortezza a Chvremont, che fa parte del loro dominio di Jupille. Non lontano, ad Herstal, sulla Mosa, si trova una residenza, che sar uno dei loro soggiorni favoriti e che  frequentemente nominata come un palatium a partire dal 752,
In questa regione della Mosa i Pipini si trovano veramente a casa loro, ai confini della foresta delle Ardenne. Da veri rurali quali sono, hanno una spiccata antipatia, a quel che sembra, per la residenza di Metz, che  stata la capitale dell'Austrasia. A Liegi Grimoaldo, figlio di Pipino II,  ucciso da un frisone (714); e nel 741 Carlomanno e Pipino il breve rinchiudono il fratello Grifone a Chvremont dopo la morte di Carlo Martello. Alle loro terre in paese vallone si aggiungono altre in Germania; ma la loro culla  il paese di Liegi, il paese dove il nome di Pipino s'incontra ancora tanto spesso nel corso del Medioevo, ed ancora ai nostri giorni si sente quello di Pepinster.
Per la prima volta  una famiglia del Nord - almeno per met germanica, di diritto franco-ripuaro, senza legami senatoriali e in ogni modo pura da ogni alleanza romana -, la quale si prepara a rappresentare una parte di primo piano. I Carolingi non si sono adattati all'ambiente neustriano, il quale per parte sua  loro ostile. Questo spiega il fatto che mentre Pipino I riusc ad imporre gi la sua influenza sul re, quando questi era in Austrasia, non ne esercit alcuna, quando il re si stabil in Neustria(735). Non c' dubbio che a causa di questo vi fu malcontento tra i grandi dell'Austrasia, in seguito al quale Dagoberto I avrebbe nominato vicer suo figlio, il futuro Sigeberto III (632).
Cos in questa Francia, dove non si nota la minima ostilit nazionale finch la regalit resta forte, la separazione comincia a farsi al momento in cui quella cade in decadenza, e si presenta in modo evidente sotto la forma di opposizione tra romanesimo e germanesimo(736).
Nei paesi del Nord, dominati dalla legge salica e da quella dei Ripuari, i costumi sono molto pi rudi che nel Sud. Vi si trovano ancora perfino alcuni pagani. E a misura che il potere del re declina le influenze delle aristocrazie regionali si fanno sempre pi preponderanti, cosa che si manifesta nettissimamente attraverso il reclutamento delle autorit civili e del clero(737).
I Pipini sono i capi di quest'aristocrazia austrasiana, che cerca di scuotere la tutela del palazzo e d'impadronirsi delle funzioni supreme in forma ereditaria, e che mostra un'aperta antipatia pei Romani della Neustria. Quando essi s'imposero come maggiordomi alla monarchia, si fece subito sentire la loro azione in senso nettamente ostile all'assolutismo reale, con una tendenza antiromana e, potrebbe dirsi, "anti-antica".
In Neustria Ebroino rappresentava la tendenza esattamente opposta a quella di Pipino. Il re essendo minore, egli era stato designato dai grandi ad esercitare il potere(738); ma subito pretese di dominare l'aristocrazia, alla quale per altro non apparteneva, d'impedire la trasmissione ereditaria del potere nelle famiglie palatine ed elevare alle cariche, a quanto pare, gente di bassa estrazione, che gli doveva tutto (656). Egli urt naturalmente contro la resistenza delle grandi famiglie, alla testa delle quali figura san Lger vescovo di Autun dal 659. Si profila una lotta tra i difensori del potere reale e l'aristocrazia; ma  caratteristico il fatto che i re personalmente non vi prendono nessuna parte.
Alla morte di Clotario III (673) Ebroino, che teme l'intervento dei Grandi, fa subito salire al trono Thierry III; ma i Grandi che oramai pretendono di intervenire nella designazione del re, si rifiutano di riconoscerlo e designano suo fratello Childerico II(739). Questa volta  un rappresentante dell'aristocrazia, san Lger, quello che esercita il potere di fatto, e ne usa per imporre al re larghe concessioni ai Grandi. D'ora in poi gli alti funzionari non potranno essere mandati da un paese in un altro: cos si affermer ancor pi l'influenza dei Grandi, la cui autorit si avvia ad acquistare un carattere ereditario. Eppure questa misura, imposta dall'aristocrazia, non  a vantaggio dei Pipini. Vi si discerne quella opposizione, gi segnalata, tra Sud e Nord, e indubitabilmente essa ebbe come movente parziale quello di impedire al nuovo re, elevato al trono con l'appoggio dell'aristocrazia austrasiana, che imponesse questa in Neustria(740).
La carica di maggiordomo  soppressa in Neustria ed in Borgogna, mentre Vulfoaldo rimane maggiordomo in Austrasia. Sembra che si sia cercato di stabilire un avvicendamento tra i Grandi nel palazzo. Ma i Grandi non s'intendono e Childerico II ne approfitta per sbarazzarsi di san Lger, che relega a Luxeuil (675). La risposta non si fa attendere. Lo stesso anno Childerico II muore assassinato. Thierry III gli successe. Tuttavia questo assassinio, con la reazione che produsse, doveva avere come conseguenza di ricondurre Ebroino al potere, elevato alla dignit di maggiordomo. Ne risult, dice il Fustel de Coulanges(741), "un immenso spostamento nelle funzioni e nelle dignit". Tutto il personale del palazzo fu trasformato; san Lger fu condannato a morte dopo essere stato accecato, secondo il costume bizantino(742). Contro Ebroino fece lega tutto il partito aristocratico, il quale fond tutte le sue speranze in Pipino, che in Austrasia aveva preso la dignit di maggiordomo alla morte di Vulfoaldo. A quale titolo? Senza dubbio come discendente di Pipino I e di Grimoaldo(743). cio in virt precisamente di quel principio di eredit, che Ebroino combatteva in Neustria. Pipino esercitava in Austrasia un potere di fatto; i cronisti lo hanno molto ben rilevato dicendo di lui: dominabatur in Austria(744). La differenza tra il potere che lui pretendeva di detenere e quello che esercitava Ebroino  evidente. Contrariamente ad Ebroino egli non era un funzionario, ma doveva il potere alle parentele ed alla sua qualit di capo riconosciuto dell'aristocrazia, che sempre pi si raggruppava intorno a lui. A credere agli Annales Mettenses "molti Grandi di Neustria trattati crudelmente da Ebroino passarono dalla Neustria in Austrasia e si rifugiarono presso Pipino" (681). Cos l'Austrasia, di stirpe franca, diveniva la protagonista dell'aristocrazia(745).
Dopo la morte di Dagoberto II, cio dopo il suo assassinio, forse per istigazione di Ebroino nel 679, non vi sono pi re in Austrasia. Pipino, che successe come maggiordomo a Vulfoaldo, rovesciato senza dubbio in questa occasione, marci contro Ebroino; ma fu vinto nei pressi di Laon(746). Ebroino doveva morire assassinato poco dopo, nel 680 o 683, dalla mano di Ermenfrido, che cerc rifugio in Austrasia presso Pipino.  molto difficile supporre che Pipino non sia stato mischiato in questo affare.
Ucciso Ebroino, gli succede Waratton come maggiordomo in Neustria; egli fa subito la pace con Pipino; ma  rovesciato da suo figlio Gislemaro, che marcia contro Pipino e lo batte a Namur. Gislemaro muore assassinato, a quanto sembra; Waratton, di nuovo maggiordomo, conferma la pace che aveva firmata con Pipino nel 683. Muore nel 686, e suo genero Berchier gli succede(747).
Contro di lui si manifesta subito l'opposizione dei Grandi, la maggior parte dei quali, e tra essi il vescovo di Reims, si unisce a Pipino. Questi marcia contro Berchier ed il re Thierry III, che sono vinti a Tertry, presso San Quintino, il 687. Berchier  assassinato il 688 e Pipino riconosciuto dal re come maggiordomo. Oramai egli  il solo maggiordomo per tutto il regno; ma si considera cos poco un dipendente del re che non prende neanche dimora nella sua corte. Gli mette a fianco uomini di sua fiducia (Nordebertum quondam de suis)(748) e per parte sua torna in Austrasia.
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2.2. I maggiordomi carolingi.
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Nel 688 il maggiordomo di Austrasia aveva dunque imposto la sua tutela al regno, ma non era rimasto presso il re. Gli era bastato di vincere il suo rivale, maggiordomo di Neustria, e di prendere il suo posto. Gli affari del regno non l'interessavano che per quel tanto che servivano a fortificare la sua posizione nel Nord. Per lui questo era l'essenziale perch quella posizione era minacciata dalla vicinanza della Frisia, dove il paganesimo regnava ancora, e il cui principe Ratbod era forse fin d'allora spinto contro di lui dai Neustriani, nemici di Pipino. In ogni modo la lotta che scoppi nel 689 si volse a svantaggio di quello, che fu battuto a Wiklez-Duurstede e dovette cedere la Frisia occidentale al vincitore(749). Si comprende come questa vittoria abbia aumentato in tutti i modi il prestigio di Pipino. Nel paese conquistato l'anno seguente (690) apparve l'anglo-sassone Willibrord, che inizi la conversione dei Frisoni e fu il primo intermediario fra i Carolingi e la chiesa anglo-sassone. I rapporti tra questi due poteri dovevano avere importanti conseguenze. Un po' pi tardi si vede Pipino proteggere un altro missionario anglo-sassone, Suitberto, al quale sua moglie Plectruda don in un'isola del Reno un dominio, dove egli costru il monastero di Kaiserswerth(750).
Vinti i Frisoni, Pipino dal 709 al 712 si volse contro gli Alamanni, che si erano costituiti in ducato indipendente. Non sembra per che abbia riportato grandi vantaggi(751). Sino alla sua morte (dicembre 714) egli non vide pi la Neustria, ma continu a dominarla mediante uomini di sua fiducia. Infatti, nel 695, alla morte di Norberto, egli, dette come maggiordomo a Childeberto III suo figlio Grimoaldo. La famiglia carolingia cos teneva in pugno tutta la monarchia. La teneva cos bene che quando Grimoaldo fu assassinato, e poche settimane prima che Pipino morisse, questi nomin come successore in Neustria Teodebaldo, figlio bastardo di Grimoaldo, e che aveva sei anni(752). La carica di maggiordomo era dunque considerata da lui come un bene di famiglia, una specie di regalit parallela all'altra.
Ma egli aveva troppo teso la corda. Gli aristocratici neustriani si videro eccessivamente sacrificati ai Carolingi; questi d'altra parte avevano preso misure in loro favore, come per esempio la designazione dei conti da parte dei vescovi e dei Grandi, senza che il re Dagoberto in d'altronde avesse fatto nulla per opporvisi.
Nel 715, qualche settimana dopo la morte di Pipino II, i Grandi di Neustria si sollevano contro Plectruda, moglie di Pipino, la quale, come una regina merovingia, esercita la reggenza per Teodebaldo. In ci non si pu vedere un movimento nazionale. Non  che la reazione di un'aristocrazia, che vuole liberarsi dalla tutela dei maggiordomi pipinidi e riprendere la direzione del palazzo. Si vede molto bene che vi fu allora una reazione contro la clientela, che Pipino aveva messo al potere(753).
I Grandi portano Raginfredo alla carica di maggiordomo; ma un bastardo di Pipino, Carlo, il primo con questo nome germanico (vocavit nomen eius lingua propria Carlum)(754), che ha venticinque anni, ed  fuggito dalla prigione dove Plectruda lo teneva rinchiuso, prende il comando dei fedeli austrasiani. Contro di lui Raginfredo si allea con Ratbod. Nello stesso tempo i Sassoni varcano la frontiera. Quanto al giovane Dagoberto III, muore in questo momento, probabilmente assassinato. Suo figlio, il fanciullo Thierry,  mandato al monastero di Chelles, e i Grandi scelgono come re Chilperico II, figlio di Chimerico I ucciso nel 673, che era relegato in un chiostro. Dopo venticinque anni  il primo merovingio che, adulto, sale al trono, e sar l'ultimo. La regalit  ormai uno strumento, con cui l'aristocrazia si trastulla(755).
Carlo, attaccato contemporaneamente da Ratbod, che ha risalito il Reno in battello con i Frisoni sino a Colonia, e dai Neustriani condotti dal re e da Raginfredo, fugge nell'Eifel(756). Torna poi all'attacco nel 716 e batte i Neustriani ad Amblve durante la loro ritirata. Egli farebbe volentieri la pace a condizione di ricuperare con sicurezza la carica di maggiordomo; ma il rifiuto opposto dai suoi avversari lo obbliga a continuare la lotta. Li batte a Vincy, presso Cambrai (21 marzo 717), quindi, dopo aver devastato i dintorni di Parigi, risale in Austrasia, dove si d per re Clotario IV, parente dei Merovingi, del quale per non si sa niente(757). Sulla via del ritorno verso i suoi domni depone il vescovo di Reims, Rigoberto, che non l'aveva sostenuto, e mette al suo posto Milone, vescovo di Treviri, sola tonsura clericus, accumulando cos nella stessa persona due diocesi, a dispetto del diritto canonico(758). Ma la chiesa non  per lui che un mezzo per farsi dei partigiani(759);  un magnifico capitale, che ha sotto mano, e del quale pu disporre(760).
Maggiordomo, Carlo si comporta da sovrano. Nel 718 intraprende una spedizione punitiva contro i Sassoni, devastandone il territorio fino al Weser. Nel 719 Chilperico e Raginfredo, abbandonando i loro alleati nel Nord, s'intendono con Eudes, che si  creato un ducato in Aquitania e che li raggiunge a Parigi per marciare contro Carlo.  dunque una coalizione romana quella che si  formata contro quest'ultimo. Ma i confederati non osano affrontare l'urto di Carlo, che avanza. Eudes conduce Chilperico coi suoi tesori in Aquitania. Ma nel frattempo Clotario IV muore, e Carlo fa la pace con Eudes, riconoscendo Chilperico il re di tutta la monarchia(761).
Questi muore nel 720, e i Franchi gli danno per successore Thierry IV, figlio minore di Dagoberto III. E Raginfredo resta maggiordomo? Essendosi rifugiato ad Angers, nel 724 tenta una sollevazione contro Carlo, che sar l'ultima reazione dei Neustriani. Carlo, che ha fatto la pace con Eudes di Aquitania, pu oramai consacrarsi alle sue guerre del Nord: nel 720 riprende la lotta contro i Sassoni, e la continua, a quanto sembra, nel 722; in pari tempo sostiene gli sforzi di Willibrod presso i Frisoni e senza dubbio anche quelli di san Bonifacio, che Gregorio II (715-731) ha fatto vescovo dei popoli pagani della Germania.
Nel 725 Carlo intraprende una prima spedizione per sottomettere la Baviera. Favorito dai dissensi, che regnavano nella famiglia ducale, e dopo aver preparato la campagna, a quanto pare, mediante un accordo coi Longobardi, egli avanza fino al Danubio. Una seconda spedizione, nel 728, non riesce per a renderlo padrone della Baviera, che conserva la sua autonomia sotto il duca Uberto. Nel 730 lo si ritrova in Alemannia, che pare abbia unita alla Francia; nel 734 assoggetta la Frisia, oramai conquistata al cristianesimo; infine nel 738 fa una nuova spedizione contro i Sassoni. Tutte queste guerre del Nord hanno per risultato l'annessione della Frisia e dell'Alemannia.
Ma a Carlo toccava di doversi rivolgere contro l'Islam. Nei 720 gli Arabi di Spagna, avendo passato i Pirenei, si erano impossessati di Narbona ed avevano messo l'assedio intorno Tolosa. Nella primavera del 721 Eudes marci contro di essi; li battette sotto le mura di Tolosa e li ricacci dall'Aquitania, senza potere per altro riprendere Narbona(762). Nel 725 i Saraceni intrapresero una scorreria in grande stile, impadronendosi di Carcassona ed estendendo - a quanto pare per mezzo di un trattato - il loro dominio su tutto il paese fino a Nmes; rimontarono la valle del Rodano e nel mese di agosto erano davanti Autun, che saccheggiarono; quindi ritornarono in Spagna carichi di bottino. Eudes, sentendosi minacciato in Aquitania, per garantirsi spos sua figlia ad Othman, il capo arabo della frontiera.
In quel momento gli Arabi erano agitati da lotte intestine non meno dei cristiani. Nel 732 il governatore di Spagna, Abd-er-Rhaman, uccise Othman, pass i Pirenei, assedi Bordeaux, batt Eudes al passaggio della Garonna, e, saccheggiando tutto, risal verso la Loira. Eudes chiam al soccorso Carlo, il quale nell'ottobre 732, alla testa di un esercito senza dubbio in prevalenza di Austrasiani, batt e ricacci indietro l'invasore, quindi se ne torn indietro senza spingere l'impresa pi in l.
Ma l'anno dopo (733) entr in Borgogna e s'impose a Lione. In quel momento avvenne certamente un tentativo di manomissione del Mezzogiorno: alcuni leudes probatissimi sono incaricati di tenere a freno il paese(763), dalla parte dell'Aquitania poi egli cont evidentemente sulla fedelt di Eudes. In tutta questa mossa non si vede nulla che si possa considerare come un'azione diretta contro i musulmani.
Nel 735 Eudes muore, e Carlo si getta sul suo paese, occupando le citt e lasciandovi a governare vassalli fedeli. Non conduce un'azione contro gli Arabi, che avevano di recente riconquistato il territorio tra Narbona ed Arles: questo senza dubbio per effetto del trattato che aveva fatto prima con essi. Del resto da nessuna parte si manifesta la pi piccola resistenza contro di loro. Cos tutte le coste del golfo del Leone sono occupate dall'Islam. Secondo la cronaca di Moissac, i Saraceni sarebbero restati quattro anni nel paese abbandonandosi al saccheggio(764).
Carlo, non avendo potuto soggiogare l'Aquitania, vi lasci Cunoldo, figlio di Eudes, in qualit di duca in seguito ad un giuramento di vassallaggio(765); quindi si diresse verso la valle del Rodano, che sottomise fino a Marsiglia e ad Arles. Questa volta si trattava proprio di una conquista da parte delle genti del Nord; ma essa provoc una reazione, alla testa della quale apparve un certo "duca" Mauronto. Le fonti non permettono di comprendere esattamente quello che avvenne. Pare che Mauronto agisse di concerto coi Saraceni, i quali nel 737 s'impadronirono di Avignone. Carlo la prese dopo un assedio; quindi discese il Rodano e and ad attaccare Narbona, che gli Arabi abbandonarono. Allora Carlo torn indietro, bruciando sul cammino Nmes, Agde, Bziers(766).
Egli voleva senza dubbio atterrire le popolazioni meridionali, poich  insensato supporre che abbia distrutto quelle citt per impedire un'altra invasione araba. Ma mentre Carlo era di nuovo occupato a combattere in Sassonia, i musulmani si sparsero di nuovo fino in Provenza e presero Arles. Contro di essi Carlo ricorse all'aiuto dei Longobardi, e Liutprando, sentendo minacciate le proprie frontiere, pass le Alpi e li ricacci indietro. Mauronto in mezzo a tutto questo resisteva sempre; ma nel 739 Carlo marci contro di lui insieme con suo fratello Childebrando, e riconquist il paese fino al mare.
Poco dopo Carlo mor (21 ottobre 741). Dalla morte di Thierry IV (737) egli aveva governato senza re, e prima di morire divise il regno, o, se si vuole, il governo tra i suoi due figli, Carlomanno, il primogenito, a cui dette l'Austrasia, e Pipino. La Baviera e l'Aquitania sono escluse da questa divisione; restano ducati autonomi. Sebbene fatta Consilio optimatum suorum, questa divisione provoc subito dissensi. Grifone, bastardo di Carlo, si sollev, e fu chiuso nel castello di Chvremont dai suoi fratelli; quindi la Borgogna si agit, gli Alamanni e gli Aquilani corsero alle armi e i Sassoni ripresero l'antica lotta. I due fratelli diressero in primo luogo le loro forze contro gli Aquitani del duca Cunoldo - che il continuatore di Fredegario chiama Romanos - e li fecero indietreggiare fino a Bourges, distruggendo il castello di Loches; poi si gettarono sugli Alamanni, scorrendone il paese fino al Danubio e assoggettandoli(767); infine nel 743 battettero il duca di Baviera e ne fecero un vassallo.
In quel medesimo anno 743, e senza dubbio a causa di quelle difficolt, essi si decisero a rimettere sul trono, che il padre aveva lasciato vacante, Childerico III (743-757), l'ultimo merovingio, del quale i rapporti di parentela coi re precedenti sono oscuri.
Nel 747 Carlomanno rinunzia al governo e si fa monaco a Montecassino: Pipino resta solo a fianco di quel re fantasma. Ha ancora qualche difficolt a causa di Grifone, che ha rimesso in libert e che gli solleva i Sassoni e i Bavaresi; ma  un incidente passeggero e senza conseguenze.
L'anno tra il 749-750 trascorre calmo(768). Pipino pu considerare il suo potere come affermato. Egli  nato nel 714; ha dunque trentasei anni, l'et del pieno vigore. Continuer a portare quel titolo in sottordine di maggiordomo? Come potrebbe ancora farlo? Ha vassalli dappertutto, e tutti, salvo in Aquitania, gli sono legati da giuramenti, e la situazione dei suoi fedeli dipende dalla sua potenza. Egli  dunque del tutto sicuro del suo potere, legittimato da una ereditariet di fatto. La stessa chiesa, che suo padre ha cos maltrattata e le cui spoglie sono in mano ai suoi fedeli, se l' ormai conciliata. Nel 742 Carlomanno, istigato da Bonifacio, ha convocato un sinodo in Austrasia - il primo dopo decenni - per rimettere ordine nella chiesa orribilmente degradata nei suoi sacerdoti(769); nel 744 un secondo sinodo  riunito a Soissons; poco dopo segue un altro sinodo austrasiano. Nel 745, dopo questi sforzi di riforma che sono soprattutto partiti dal Nord, come si vede - mentre fino ai primi del secolo VIII tutto il movimento ecclesiastico veniva dal Sud - ha luogo la prima assemblea generale della chiesa franca, presieduta da san Bonifacio. Questa volta appare l'intervento papale, poich la convocazione  fatta fare dal papa.
Pipino e Carlomanno, dunque, sono da Bonifacio condotti verso il papa, e tutta la chiesa, che  in via di organizzazione in Germania, merc Bonifacio, considera quelli come suoi protettori. Come non far ratificare e sanzionare dal capo della chiesa il potere che essi oramai esercitano e possiedono? Il legame col papato  indicato dai fatti: essa avverr tanto pi facilmente in quanto  nell'interesse di quello; Pipino, del resto, lo sa bene, poich il papa si  gi rivolto a Carlo Martello per aiuto.
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2.3. L'Italia, il papa e Bisanzio. Il voltafaccia del papato.
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La chiesa, alla caduta del governo imperiale in Occidente, aveva fedelmente conservato il ricordo e la reverenza per quell'impero romano, di cui la organizzazione ecclesiastica rappresentava l'immagine con le sue diocesi (civitates) e le sue province. Essa non lo venerava solamente, ma in un certo senso lo continuava, poich tutto il suo personale pi elevato era formato di discendenti di antiche famiglie senatorie, che di quello conservavano il rispetto e il rimpianto. Tutta la chiesa continuava a vivere sotto il diritto romano; per essa l'avvenimento del 476 non aveva avuto nessuna importanza. Essa aveva riconosciuto l'imperatore di Ravenna; ora riconosceva l'imperatore di Costantinopoli. Lo riconosceva per suo capo ed a Roma il papa era suo suddito, era in corrispondenza con lui, teneva un apocrisario a Costantinopoli, e si recava fedelmente ai sinodi ed alle altre convocazioni. L'imperatore, quando le cose andavano normalmente, lo considerava e venerava come il primo patriarca dell'impero, pi in alto di quelli di Costantinopoli, Gerusalemme, Antiochia e Alessandria(770).
Questa adesione incondizionata della Chiesa di Occidente all'impero si spiega tanto pi facilmente in quanto i confini dell'antico impero romano fino a Gregorio Magno erano su per gi i medesimi di quelli della chiesa. Certo la formazione dei regni germanici, costruiti sopra rovine, aveva diviso la chiesa tra vari stati sottomessi a vari re; ma anche verso costoro essa aveva mostrato fin dal principio un lealismo assoluto. Se l'impero non sussisteva pi in realt, esso rimaneva tuttavia tale per il papa di Roma(771).
Anche sotto Teodorico il papa non aveva mai voluto vedere in lui altro che un funzionario dell'impero, e non aveva cessato di riconoscere l'autorit di questo. Il ritorno trionfale degli eserciti romani sotto Giustiniano aveva rinvigorito questo sentimento di subordinazione. Eletto dal clero e dal popolo romano, il papa, dopo l'entrata di Belisario a Roma, domanda la ratifica dell'elezione all'imperatore, e, a partire da Vigilio (537-555) dal 550, introduce il nome dell'imperatore nella datazione dei suoi atti.
Vigilio, del resto, doveva la tiara all'imperatore. Nel 537, mentre Vitige assediava Roma, il papa Silverio era stato deposto da Belisario col pretesto d'intese coi Goti, deportato nell'isola di Palmataria e sostituito da Vigilio, per designazione dell'imperatore Teodosio(772). Giustiniano non doveva tardare a profittare di questi precedenti, e pretese di imporre al papa l'assolutismo religioso dell'impero a proposito della questione dei tre capitoli, vale a dire dell'editto imperiale del 543, che gettava l'anatema su tre teologi del V secolo, per pretese credenze nestoriane, allo scopo di dare una soddisfazione ai monofisiti e riconciliarli con lo Stato e la chiesa ortodossa. Ma gli occidentali, e soprattutto gli Africani, protestarono. Il papa Vigilio, invitato a ratificare l'editto, si rifiut, e scomunic il patriarca di Costantinopoli; ma poi fin per cedere (548); poi, davanti alla resistenza dei vescovi occidentali, ritir il suo assenso. Un concilio ecumenico fu allora convocato a Costantinopoli; ma Vigilio, bench trattenuto in questa citt, rifiut di parteciparvi, e cos quasi tutti i vescovi di Occidente; sicch questo concilio ecumenico non fu invece che un concilio greco presieduto dal patriarca di Costantinopoli. I tre capitoli furono in esso condannati, e Vigilio, non avendo voluto sottomettersi, fu esiliato da Giustiniano in un'isola del mar di Marmara(773). Finalmente cedette e fu autorizzato a ritornare a Roma, ma mor durante il viaggio a Siracusa (555)(774).
Il suo successore, Pelagio I, consacrato in quello stesso anno, fu ugualmente eletto per designazione di Giustiniano. Egli mantenne come meglio pot la pace della chiesa, che per rimase divisa sulla questione dei tre capitoli, malgrado la tragica crisi che le guerre fecero traversare all'Italia.
I Longobardi, che le armi imperiali impegnate in Asia e sul Danubio(775) non potevano arrestare, sommersero l'Italia.  il momento in cui l'impero attraversa uno dei periodi pi critici e pi turbati della sua storia. Giustino II, incapace di mandare truppe, consiglia di combattere contro i Longobardi con l'oro e di allearsi coi Franchi contro di essi.
Ma intanto i Longobardi, al tempo dell'imperatore Tiberio II (578-582) raggiunsero Spoleto e Benevento. Il papa Pelagio II second gli sforzi dell'imperatore presso i Franchi, ma invano. L'Italia s'inabiss nel pi tremendo disordine. Si tenevano in piedi tuttavia, Roma, sede del pontificato, e Ravenna, la citt imperiale. L'imperatore Maurizio (582-602) mand a Ravenna un esarca con pieni poteri, ma con forze insufficienti.
Nel momento in cui Gregorio Magno (590-604) divenne papa, il pericolo era pi grande che mai. Nel 592, essendo tagliate le comunicazioni tra Roma e Ravenna, Arnolfo, duca di Spoleto, si present davanti alle mura di Roma. Nel 593 la citt fu di nuovo minacciata, questa volta dal re Agilulfo. Gregorio era rimasto solo a difenderla, e vi si dedic con zelo, per se stesso senza dubbio, ma anche per l'imperatore.
In quel momento il patriarca di Costantinopoli, profittando della situazione quasi disperata di Roma, assunse il titolo di "ecumenico". Ma Gregorio protest immediatamente, e l'imperatore Foca gli dette ragione, riconoscendo che il papa di Roma  "la testa di tutte le chiese"(776). Circondato da invasori, che da tutte le parti si scagliavano contro le mura della citt, abbandonato dall'imperatore, il papa, per affermare il suo potere di capo supremo della cristianit, eresse una colonna nel foro(777).
Questo abbandono del papa in Roma aumenta il suo potere e il suo prestigio. Nel 596 egli manda le prime missioni in Inghilterra condotte da Agostino; il suo fine  di guadagnare anime, e non dubita, cos facendo, di dare nuovi fondamenti alla grandezza della chiesa romana ed alla sua indipendenza di fronte a Bisanzio. Da lontano dirige ed ispira i missionari; ma non gli  dato di veder nascere quella chiesa anglo-sassone che avrebbe determinato i destini di Roma.
Gli anni seguenti dovevano essere decisivi per il papato.
Eraclio stava per allontanare il pericolo persiano; l'impero ridiventava una grande potenza e si avviava a riprendere ai Longobardi tutta l'Italia, quando bruscamente l'Islam fece irruzione nel Mediterraneo (634). Attaccata da tutte le parti, Bisanzio dovette rinunziare a combattere i Longobardi. Roma fu abbandonata a se stessa.
La conquista delle coste asiatiche ed africane del Mediterraneo da parte dei musulmani fu per la chiesa la pi spaventevole catastrofe. Oltre a ridurre alla sola Europa il territorio della cristianit, essa doveva essere la causa del grande scisma, che separ definitivamente l'Occidente dall'Oriente, Roma, dove sedeva il papa, da Bisanzio, dove sedeva l'ultimo patriarca d'Oriente sopravvissuto alla ondata islamica.
Eraclio, dopo avere riconquistato ai Persiani la Siria, la Palestina e l'Egitto, dove dominavano i monofisiti, aveva aspirato, come gi Giustiniano, a ricomporre l'unit religiosa mediante concessioni nel campo dogmatico. I monofisiti, i quali non riconoscevano a Ges che una sola natura, quella divina, si opponevano irriducibilmente agli ortodossi, i quali vedevano in lui l'uomo e il dio insieme. Tuttavia non pareva impossibile conciliare queste due tesi, poich se gli ortodossi affermavano nel Cristo una doppia sostanza, non gli riconoscevano per che una sola vita. Si poteva conciliare ortodossia e monofisismo in una dottrina unica, il monotelismo.
Per rinforzare l'unit del sentimento religioso e imperiale contro gli invasori musulmani l'imperatore credette venuto il momento per riconciliare monofisiti ed ortodossi, proclamando la dottrina del monotelismo e imponendola a tutta la cristianit con la pubblicazione dell'Ecthesis (638)(778).
Questa determinazione veniva troppo tardi per salvare l'impero, poich in quel tempo la Siria era stata gi conquistata dai musulmani, e invece era destinata a sollevare Roma contro Bisanzio, poich il papa Onorio dichiar eretica la dottrina monotelita.
Ben presto l'Egitto soccombette a sua volta all'invasione musulmana. I due principali centri del monofisismo erano irrimediabilmente perduti; tuttavia Costantinopoli non abbandon il monotelismo. Costante II nel 648 pubblic il Tipo (tipo di fede), proibendo ogni controversia in materia di dogma e confermando il monotelismo. Ma neanche Roma cedette, e nel concilio laterano Martino I condann insieme l'Echtesis e il Tipo, dichiarandoli macchiati di eresia. Alla resistenza del papa l'imperatore Costante II rispose ordinando all'esarca di Ravenna di arrestare Martino, che fu mandato a Costantinopoli, dove fu ritenuto colpevole di avere tentato un sollevamento contro l'imperatore in Occidente, imprigionato dopo terribili umiliazioni, infine esiliato in Crimea, dove mor nel settembre 655.
La vittoria di Costantino IV sugli Arabi, liberando Costantinopoli dalla loro minaccia, fu senza dubbio il punto di partenza per l'abbandono del monotelismo da parte dell'imperatore e del ritorno a Roma. Il riavvicinamento si fece sotto Vitaliano: Costantino IV (668-685) convoc il sesto concilio ecumenico a Costantinopoli nel 680, dove il monotelismo fu condannato e il papa riconosciuto come "capo del primo seggio della chiesa universale". Cos la pressione dell'Islam riportava l'imperatore verso l'Occidente.
Il sesto concilio fece comprendere alla Siria, alla Palestina ed all'Egitto monofisiti che Costantinopoli abbandonava la speranza di riconciliarsi le province strappate all'impero. La pace dell'imperatore con Roma fu dunque comprata a prezzo di un abbandono totale delle popolazioni monofisite e monotelite delle province orientali.
Gi del resto Costante II aveva segnato questo medesimo indirizzo verso l'Occidente, quando, malgrado le divergenze di dottrine che lo separavano allora dal papa, si era recato a Roma, dove era stato accolto con venerazione da Vitaliano (5 luglio 663). Forse egli aveva sognato di rimettersi in trono nell'antica capitale dell'impero; ma s'era dovuto convincere che l era impossibile mantenersi senza un esercito per ricacciare indietro i Longobardi minacciosi, e dopo dodici giorni di permanenza part per la Sicilia e si fiss a Siracusa, dove almeno poteva contare sulla flotta. E l mor assassinato nel 668.
Poco tempo dopo (677) Costantino IV, servendosi del fuoco greco, ricacci la flotta araba lontano da Costantinopoli, obbligando il califfo Moavia a pagargli un tributo, e d'altra parte si assicur i suoi possessi in Italia concludendo una pace definitiva coi Longobardi(779).
L'impero aveva salvato Costantinopoli, conservato Roma e l'esarcato di Ravenna; ma dopo la perdita della Spagna e dell'Africa rimaneva confinato al Mediterraneo orientale. Ed in quel tempo parve che anche la Chiesa romana, la quale aveva perduto ugualmente l'Africa e la Spagna per effetto dell'avanzata islamica, non avesse nessun intenzione di volgersi verso l'Occidente. Il concilio del 680 pare che la leghi strettamente alle sorti dell'impero divenuto puramente greco. Su tredici papi, che hanno governato dal 678 al 752, non si contano che due romani di origine, Benedetto II (684-685) e Gregorio II (715-731). Tutti gli altri sono Siri, Greci o per lo meno Siciliani - e la Sicilia, dove l'elemento greco  considerevolmente cresciuto con l'immigrazione siriaca seguita alla conquista musulmana della Siria,  quasi del tutto ellenizzata alla fine del secolo VII(780).
Il nuovo orientamento della chiesa verso Bisanzio non si pu affatto spiegare col fatto che l'impero facesse gravare pi pesantemente il suo potere sulla chiesa. L'esarca, che dai tempi di Eraclio ha dall'impero il mandato di ratificare l'elezione papale, in realt non agisce che per semplice forma, e l'elezione avviene in piena indipendenza nell'ambiente romano. Per questo  singolare durante tale periodo la designazione costante di greci al trono di san Pietro.
Dopo la pace coi Longobardi nell'Italia bizantina non erano rimaste che truppe raccolte sul posto, essendo state impiegate le altre contro l'Islam. Bisanzio non era dunque in condizioni da imporre la sua autorit nell'elezione pontificia. Per le truppe e il clero di Roma avevano in quell'elezione una importanza preponderante. Ora, la maggior parte dei capi militari erano grecizzanti, e cos un gran numero di preti. Questo spiega le nomine di papi siri.
Per le truppe non obbedivano, in questo, ad ordini venturi da Bisanzio. Isolati dal potere centrale e senza rapporti neanche occasionali, esse non obbedivano all'esarca di Ravenna, e neanche all'imperatore. Nel 692, quando il papa Sergio rifiut di firmare gli atti del concilio in Trullo, perch contenevano decisioni contrarie agli usi romani, Giustiniano II ordin che lo si arrestasse e traducesse a Costantinopoli; ma la milizia romana si sollev e l'inviato imperiale dovette alla intercessione del pontefice se evit la morte.
Sebbene Roma facesse parte dell'impero, il papa vi godeva dunque di una indipendenza di fatto. Egli era insieme il capo religioso, civile e militare. Egli riconosceva di far parte dell'impero; ma questo stesso riconoscimento rinforzava in modo singolare la sua autorit, poich l'imperatore non cessava di considerarlo il primo personaggio della chiesa, pur non rinunziando a presiedere alla chiesa universale, di cui la maggior parte, dopo la perdita dell'Africa e della Spagna, era costituita dalle province di Oriente.
La rottura momentanea, che segu all'incidente del 692, non fu voluta n dall'imperatore n dal papa. L'ultimo papa ricevuto nella capitale dell'impero fu trattato coi pi grandi onori; pare che l'imperatore si sia prosternato davanti a lui baciandogli i piedi(781), e ancora una volta fu concluso un accordo soddisfacente dalle due parti. La pace era ristabilita.
Ci nonpertanto l'antico dissidio tra ortodossi e monoteliti si risvegliava periodicamente. Nel 711 l'avvento al trono dell'imperatore monotelita Filippico suscit disordini in Roma; e intanto l'autorit temporale dell'imperatore in Italia si indeboliva sempre pi. Nel 710 le truppe di Ravenna si rivoltarono, l'esarca fu ucciso e sostituito da un capo proclamato da loro(782). Un vigoroso intervento s'imponeva; ma la morte di Giustiniano II apr un periodo di anarchia (711-717) che permise ai Bulgari di raggiungere Costantinopoli, mentre gli Arabi avanzavano per terra attraverso l'Asia minore, e le loro flotte, dominando l'Egeo e la Propontide, attaccarono la capitale dal mare (717)(783).
Si pu dire che l'Europa sia stata salvata dall'energico soldato che prese la corona in quel momento, Leone III l'Isaurico. Grazie alla superiorit che gli dava sulla flotta araba il terribile fuoco greco; grazie anche all'alleanza che seppe stringere coi Bulgari, egli forz il nemico decimato a ritirarsi dopo un assedio durato pi di un anno (718). Fu questo un fatto storico molto pi importante che la battaglia di Poitiers; fu l'ultimo attacco tentato dagli Arabi contro la citt "protetta da Dio"; fu, dice il Bury, una data ecumenica(784). Dopo di allora, fino al regno dell'imperatrice Irene (782-803), gli Arabi furono contenuti, ed anche fatti indietreggiare in Asia minore. Sotto Leone e suo figlio Costantino l'impero si riprese; una riorganizzazione amministrativa gli dette quella coesione, che gli mancava, mediante la generalizzazione del sistema dei "tmi"(785).
Ma Leone volle completare la sua opera con una riforma religiosa, l'iconoclastia. Forse questa idea si spiega con il desiderio di diminuire l'opposizione tra il cristianesimo e l'islamismo e conciliarsi le province orientali dell'Asia minore, dove i pauliciani erano numerosi(786).
A Roma per la promulgazione di questa nuova dottrina ebbe conseguenze gravissime. Leone pubblic il suo primo editto contro le immagini del 725-726(787): immediatamente Gregorio II l'anatemizz, e il conflitto che sorse prese un carattere acuto. All'affermazione dell'imperatore, che pretese imporre la sua autorit alla chiesa, il papa rispose con l'affermazione della separazione dei due poteri con un tono che nessuno dei suoi predecessori aveva usato(788), e arriv fino a lanciare una sfida all'imperatore, ammonendo i fedeli a guardarsi dall'eresia da lui proclamata. Rifiutando nettamente la sua autorit, gli rinfacci di non saper difendere l'Italia, lo minacci di passare dalla parte degli Stati occidentali e infine proib ai Romani di pagare le imposte imperiali. Ed ecco che le truppe dell'imperatore accantonate in Italia si sollevano dappertutto, depongono i capi, se ne scelgono altri: l'esarca Paolo  ucciso in una sommossa; i Romani scacciano il duca; tutta l'Italia bizantina  in piena rivolta, pronta a nominare un anti-imperatore se il papa ve la spinge. Ma questi non lo fece. Bisogna vedere in ci un ultimo scrupolo di lealismo, oppure il papa non amava mettere sul trono in Italia, accanto a s, un imperatore?(789)
Ma l'imperatore non cedette. Un nuovo esarca fu mandato a Ravenna, il quale per non potette fare nulla per mancanza di truppe. La situazione si presentava tanto pi grave in quanto i duchi longobardi di Spoleto e di Benevento, rivoltatisi contro il loro re, sostenevano il papa. All'imperatore non restava che una cosa da fare: allearsi al re dei Longobardi, Liutprando, dandogli modo di profittare dell'occasione per ridurre all'obbedienza i duchi ribelli.
Grazie a Liutprando l'esarca entr in Roma, e il papa, pur continuando ad opporsi all'iconoclastia sul terreno religioso, politicamente capitol, accettando di riconoscere l'autorit temporale dell'imperatore, pur riservandosi l'indipendenza nel dominio spirituale. Nel 730 protest ancora contro il nuovo editto iconoclasta promulgato dall'imperatore e dichiar il patriarca di Costantinopoli decaduto dal suo ufficio; ma politicamente ag d'allora in poi d'accordo con l'esarca, la cui autorit fu ristabilita senza contestazioni. Un anti-imperatore proclamato in Toscana fu ucciso, e la sua testa mandata a Bisanzio; Ravenna, dopo aver ricacciato una flotta bizantina, era ricaduta sotto il potere dell'esarca.
Gregorio II mor il 729. Gli successe il siro Gregorio III, l'ultimo papa che abbia domandato la conferma all'imperatore(790).
Appena seduto in soglio riprese la lotta contro l'iconoclastia. Gi nel 731 riunisce un sinodo che scomunica i distruttori delle immagini. L'imperatore, attaccato frontalmente gli rispose staccando dalla giurisdizione di Roma tutte le diocesi ad est dell'Adriatico (Uliria), nonch la Sicilia, il Bruzio e la Calabria, che mise sotto l'autorit del patriarca di Costantinopoli(791); inoltre lo spogli dei possedimenti della chiesa in Sicilia, Calabria e Bruzio, che davano una rendita annua di 350 libbre d'oro. Cos il papa, dal punto di vista bizantino, non  pi che un vescovo italiano: la sua influenza gerarchica e dogmatica non si eserciter pi sull'Oriente, dal quale  escluso. La Chiesa latina  messa fuori dal mondo bizantino dall'imperatore stesso.
Tuttavia il papa non ruppe definitivamente con l'imperatore. Forse la sua fedelt si spiega col mutato atteggiamento di Liutprando, il quale, diventato avversario dell'esarca, s'impadron di Ravenna, rivelando la sua intenzione d'impadronirsi dell'Italia intera. Se Roma cadeva nelle sue mani il papa sarebbe disceso al rango di vescovo longobardo. Cos, malgrado tutto, il papa si strinse alla causa greca, esort il vescovo di Gradio ad ottenere dagli uomini delle lagune, cio dai Veneziani, che adoperassero la loro flotta contro i Longobardi di Ravenna, che non ne avevano; e grazie a quegli arditi marinai la citt fu ripresa, pot ritornarci l'esarca (735). Liutprando restava per ancora una terribile minaccia(792), e nel 738 il papa si alle contro di lui ai duchi di Spoleto e di Benevento, che cercavano di rendersi indipendenti(793). Ma nel 739 Liutprando attacc il duca di Spoleto, lo forz a rifugiarsi in Roma e cominci a saccheggiare la campagna romana(794).
In mezzo a queste continue minacce il papa, appoggiandosi sulla chiesa anglo-sassone, inizi la conversione della Germania ancora pagana. La chiesa anglo-sassone, organizzata dal monaco greco Teodoro, fatto arcivescovo di Canterbury da papa Vitaliano (669)(795), era un vero posto avanzato del papato verso il Nord; da essa partirono i grandi evangelizzatori della Germania: Winfrido (san Bonifacio), che vi penetr nel 678, e Willibrord, che pass nel continente il 690. Prima d'intraprendere la sua missione questi si rec a Roma, per farsi benedire dal papa Sergio, il quale lo incaric ufficialmente di evangelizzare la Germania e di fondare chiese, e gli consegn a questo scopo alcune relique. Willibrord si rec, prima in Frisia, dove la sua opera fu appoggiata da Pipino, per ragioni religiose senza dubbio, ma anche e maggiormente per ragioni politiche, poich l'evangelizzazione avrebbe favorito la penetrazione franca presso i Frisoni. Nel 696 Willibrord ritorn a Roma, ricevette il nome di Clemente, il pallium, e fu consacrato vescovo di Utrecht da papa Sergio(796).
Il 15 maggio 719 Gregorio II (dette mandato a Bonifacio (Winfrido) di continuare l'evangelizzazione della Frisia secondo la dottrina romana. Allora egli ricevette il nome di Bonifacio, preso dal santo patrono di quel giorno(797). Durante il suo apostolato in Frisia accanto a Willibrord, Bonifacio non cess di beneficiare della protezione di Carlo Martello. Ritornato a Roma nel 722, fu nominato vescovo da Gregorio II con la missione di predicare la fede nella Germania, sulla riva destra del Reno(798). Le lettere che egli ricevette in quella occasione fanno di lui veramente un missionario di Roma. Nel 724 il papa lo raccomand a Carlo Martello(799), e infine nel 732 Gregorio III lo consacr arcivescovo con l'autorizzazione di nominare vescovi nel territorio da lui guadagnato a Cristo.
Cos nello stesso tempo che l'imperatore mette Roma fuori dell'Oriente, la missione di Bonifacio apre a Roma la prospettiva di affermarsi sulle extremae occidentis regiones, di cui Gregorio II aveva gi intravisto la conversione. Quel grande missionario, che allarg sulla Germania l'autorit del papa di Roma, era nello stesso tempo, per forza di cose, il protetto di Carlo Martello, il quale per un altro verso saccheggiava la chiesa, la spogliava e confiscava i suoi beni per dare feudi ai suoi vassalli. Nelle condizioni disperate in cui si trovava il papa in Italia come fare a non rivolgersi al potentissimo protettore di san Bonifacio? Questi nel 738 era tornato ancora una volta a Roma, dove si ferm circa un anno.  certo che non parl al papa solo della organizzazione della chiesa tedesca e bisogna supporre che gli abbia consigliato di rivolgersi per appoggio a Carlo Martello, giacch dal 739 il papa entr in rapporti diretti con il potente signore occidentale, gl'invi la sua grande "decorazione", le chiavi del sepolcro di san Pietro, sollecit il suo aiuto contro i Longobardi e in cambio gli promise di abbandonare l'imperatore(800).
Carlo non poteva mettersi in urto con il re dei Longobardi che aveva appena intrapresa in suo favore una spedizione contro i Saraceni in Provenza. Si limit quindi ad inviare al papa un'ambasciata con l'incarico di comunicare una promessa di appoggio, che per non venne mai(801).
Nel 741 morirono contemporaneamente Gregorio III, Carlo Martello e l'imperatore Leone III. Al primo successe Zaccaria, al secondo Pipino, al terzo Costantino v Copronimo (741-775), un iconoclasta fanatico.
Ricacciati dalla persecuzione religiosa, 50 mila monaci greci si rifugiarono a Roma, banditi dall'imperatore ed esasperati contro di lui. Zaccaria non aveva chiesta la convalidazione all'imperatore, e, appena eletto, aveva concluso con Liutprando una tregua di venti anni, della quale questi approfitt per attaccare di nuovo l'esarcato nel 743. Ma allora, malgrado tutto, il papa appoggi il partito imperiale e, su domanda dell'esarca, ottenne da Liutprando che concludesse una tregua con l'imperatore(802).
Intanto, merc l'intervento di Bonifacio, i rapporti del papa con Pipino - pi favorevole alla chiesa che suo padre - divennero sempre pi intimi. Pipino d'altra parte, sbarazzatosi di Carlomanno, preparava il colpo di stato. Senza dubbio non aveva che da volerlo per riuscirci; ma egli non voleva lasciare niente al caso, e sapendo che poteva contare sul favore di Zaccaria, fece presso di lui il celebre passo.
Nel 751 Burcardo, vescovo di Wurtzburg, uno dei nuovi vescovi creati in Germania, e l'abate Fulrado, si recarono a Roma per porre al papa la famosa questione di chi dovesse effettivamente cingere la corona, se colui che possedeva il titolo di re o colui che esercitava realmente il potere regio. La risposta di Zaccaria, favorevole a Pipino, segn la fine della dinastia merovingia. Il povero re merovingio, che aspettava la sua sorte, fu mandato in un monastero senza che nessuno si fosse preoccupato di lui.
Dopo di allora il grande cambiamento nell'orientamento di Roma  un fatto compiuto. Il Nord ha il sopravvento. L risiede la potenza temporale dopo che l'Islam ha distrutto la Gallia meridionale, e solamente di l pu venire un aiuto al papato dopo che l'impero lo ha messo fuori dell'Oriente(803).
L'anno 751 segn il momento dell'alleanza dei Carolingi col papato. Preparata da Zaccaria essa ebbe il suo compimento sotto Stefano II. Perch il rovesciamento della situazione fosse completo occorreva che si spezzasse l'ultimo filo che attaccava ancora il papa all'impero. Finch questo sussisteva il papato era costretto a rimanere, contro natura, una potenza mediterranea, e sarebbe restata tale senza dubbio, se l'Islam non le avesse tolto l'Africa e la Spagna. Ma, avvenuto questo, la Germania dal Nord esercitava una maggiore pressione.
Pure la tradizione era cos forte che se, per una ipotesi irrealizzabile, l'imperatore avesse potuto ricacciare indietro i Longobardi, il papa gli sarebbe rimasto fedele. Ma nel 749, con l'apparizione di Astolfo, i Longobardi ripresero la loro politica conquistatrice.
Nel 751 s'impossessarono di Ravenna, e questa volta vi rimasero. Roma non poteva sfuggire alla sua sorte. Nel 752 l'esercito di Astolfo  davanti alle sue mura. Solo un soccorso immediato pu salvarla. Stefano comincia con implorare quello dell'iconoclasta domandandogli che invii un esercito e che venga di persona a liberare Roma(804); ma Costantino V si limita ad inviare un'ambasciata al re dei Longobardi. Astolfo la riceve, ma rifiuta qualsiasi concessione. Stefano II implora allora il soccorso di Pipino, ma, prima di fare il passo decisivo, va lui stesso a Pavia per ottenere da Astolfo che rinunzi alle sue conquiste. In seguito allo scacco di questo passo parte per la corte di Pipino, dove arriva nel gennaio 754.
L'inevitabile  compiuto. La tradizione, rotta da Pipino nel 751, tre anni dopo  rotta dal papa.
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2.4. Il nuovo impero.
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Nel 754 Stefano II si trov dunque in quelle extremae occidentis regiones, di cui fin dal 729 Gregorio II aveva indicato la strada. Che ci andava a fare? Domandare protezione per Roma poich Astolfo non aveva voluto intendere ragione e l'ambasciata imperiale non aveva ottenuto nulla. Senza dubbio se il passo del papa a Pavia fosse riuscito egli non avrebbe passato le Alpi. Il papa aveva coscienza della gravit del suo atto, ma era in una situazione disperata.
A Ponthion Pipino l'aspettava, il 6 gennaio 754. Stefano lo supplic d'intervenire contro i Longobardi, e Pipino giur al papa exarchatum Ravennae et reipublicae jura sue loca recidere(805). A giudicare dai testi in tutto questo c' un equivoco. Si parla di restituire alla respublica quello che Astolfo le ha tolto. Ma la respublica  l'impero, o, se vogliamo, Roma, la quale fa parte dell'impero.
Pipino, che non ci teneva a fare una guerra, mand un'ambasciata da Astolfo. Ma questi rifiut di darle ascolto; anzi suscit contro Pipino l'opposizione di Carlomanno, che era riuscito a far allontanare dall'abbazia di Montecassino, ma che, arrivato in Francia, fu arrestato e mor(806). In tal modo il re longobardo s'era inimicato poco abilmente Pipino. Pare che Astolfo in quel tempo abbia davvero deciso di conquistare Roma e tutta l'Italia; ma tra lui e il papa chi decideva era oramai Pipino.
Prima di entrare in campagna Pipino riun i suoi grandi a Quiersy-sur-Oise, e offr al papa un diploma che conteneva le sue promesse (14 aprile). Tre mesi dopo, alla vigilia della partenza, il papa rinnov a San Dionigi solennemente la consacrazione di Pipino gi fatta da Bonifacio, e sotto pena di scomunica viet ai Franchi di scegliersi altro re fuori della discendenza di Pipino. Cos l'alleanza era definitivamente stretta tra la dinastia e il capo della chiesa. Perch fosse pi sicura, Stefano concesse a Pipino ed ai suoi due figli il titolo di patricius Romanorum. In questo evidentemente egli usurp un diritto imperiale. Il titolo di patrizio era stato portato dall'esarca. Pipino diventava cos quello che era stato l'esarca, il protettore di Roma, ma in virt di una delegazione del papa, non pi dell'imperatore(807). Pare del resto che egli abbia agito di propria iniziativa, senza domandarsi se la cosa convenisse a Pipino, il quale non port mai quel titolo, a cui senza dubbio non teneva.
Astolfo, vinto, restitu con un trattato ai Romani le conquiste che aveva fatte, vale a dire i patrimonia di Narni e Ceccano, pi il territorio dell'esarcato. Appena l'imperatore lo seppe (756) fece chiedere a Pipino la restituzione di Ravenna e dell'esarcato. Pipino naturalmente rifiut, nonostante che l'imperatore gli offrisse in cambio una somma elevata, allegando che egli aveva agito per reverenza verso san Pietro e nulla gli avrebbe fatto rinnegare le sue promesse(808). Del resto, nel momento in cui arriv l'ambasciata imperiale, era gi in corso una nuova guerra tra Pipino ed Astolfo, poich questi era immediatamente venuto meno ai patti, s'era avanzato fin davanti Roma e vi aveva messo l'assedio (1 gennaio 756). Ma bloccato una seconda volta in Pavia, il Longobardo chiese ancora una volta la pace e rese nuovamente il territorio occupato, che Pipino restitu al papa. Questi era dunque il signore effettivo di Roma e del territorio circostante(809); tuttavia continuava a riconoscere la sovranit teorica dell'imperatore.
 caratteristico che in nessuna di queste due spedizioni Pipino sia entrato in Roma. Egli non doveva pi comparire in Italia, sebbene il successore di Astolfo, Desiderio, salito al trono in parte sotto la sua protezione, gli avesse procurato altre difficolt. Desiderio aveva promesso di cedere al papa diverse conquiste fatte da Liutprando; ma non aveva mantenuto che una parte delle promesse.
Il successore di Stefano, Paolo I (757-767), reclam invano. Sembra che in quell'occasione l'imperatore abbia cercato di approfittare delle circostanze, e un suo ambasciatore, Giorgio, il quale aveva avuto gi rapporti con Pipino nel 756, arriv a Napoli (758) ed annod con Desiderio la fila di progetti di coalizione per riprendere Roma e Ravenna: dopo di che si rec alla corte di Pipino, dove non ottenne niente, perch questi rimase fedele al Papa(810). Nel 760 si sparse la voce in Roma che l'imperatore stava per mandare una flotta di trecento navi contro Roma e la Francia(811). Senza dubbio il papa sperava in questo modo di spingere Pipino a ridiscendere in Italia. Poco tempo dopo parl di attacchi che i nefandissimi Greci preparavano contro Ravenna(812), opponendo a quegli eretici il vere orthodoxus Pipino(813).
Il papa sapeva che l'imperatore continuava a fare approcci presso Pipino. Nel 762 ambasciatori del papa e di Pipino erano andati a Costantinopoli; appariva manifesto che l'imperatore cercava un ravvicinamento. Verso il 765 egli invi a Pipino lo spatario Anthi e l'eunuco Sinessio per trattare sulla questione delle immagini e del fidanzamento di Gisla, figlia di Pipino, col proprio figlio(814). Nel 767 si ebbe ancora una importante discussione riguardante le immagini a Gentilly(815).
Pipino tuttavia fu irremovibile ed ag sempre in tutto di accordo col papa. Quanto alle difficolt che Desiderio procurava al papa, Pipino le appian nel 763 con un accordo, in virt del quale il papa rinunziava alle sue rivendicazioni territoriali ed ai suoi tentativi di protettorato su Spoleto e Benevento(816). Insomma, sotto Pipino il Papa si  sentito sicuro contro i propri nemici e contro l'ortodossia bizantina, ma obbligato a rimettersi assolutamente alla sua protezione.
Il regno di Carlomagno fu, su tutti i punti, la conclusione di quello di Pipino. Da suo padre gli vennero le direttive per la politica italiana, nei riguardi dei Longobardi e del papa: egli saliva al trono (9 ottobre 768) col titolo di patrizio, come suo fratello Carlomanno; ma solo dopo la morte di questo (dicembre 771) potette veramente agire.
Il re dei Longobardi, Desiderio, continuava a mirare al possesso di Roma. Gi nel gennaio 773 il papa Adriano dovette sollecitare contro di lui il soccorso di Carlomagno. Questi discese subito in Italia, e mentre il suo esercito assediava Pavia, dove s'era rinchiuso Desiderio, egli prosegu verso Roma per assistere alle feste della Pasqua (774). Il suo intervento fu quello di un grande benefattore della Santa Sede: non solo egli conferm, ma estese enormemente la donazione fatta da suo padre al papa, tanto da comprendervi i ducati di Spoleto e Benevento nonch il Veneto e l'Istria(817). Quindi, ritornato davanti Pavia, che si arrese insieme con Desiderio (giugno 774), prese per s il titolo di re dei Longobardi.
Fino a quel momento si era contentato di chiamarsi Carolus, gratia Dei, rex Francorum vir inluster; il suo titolo divenne ora: Rex Francorum et Longobardorum atque patricius Romanorum(818). Questa innovazione mostra con sicurezza che per lui il patriziato romano - certo differentemente da come l'intende il papa -  connesso con la sovranit sui Longobardi.
Il re dei Franchi  divenuto una potenza italiana. Il suo potere, nato nell'Austrasia germanica, si  esteso fino al Mediterraneo. Per non si stabilir mai a Roma, non diventer mai un potere mediterraneo. Rester settentrionale e l'Italia graviter nella sua orbita insieme col papato. Carlo lasci al regno longobardo una certa autonomia, ma invi a governare conti franchi e distribu un certo numero di possessi a grandi chiese della Francia.
Quanto al papa, cerc di non vedere in quel patricius - il quale in somma aveva ricevuto il potere da Stefano II a Quiersy - che un protettore della sua posizione. C'era per in questo una contraddizione fatale. Prima di tutto ogni protettore diventa facilmente un padrone. Pipino non lo era stato, lui che aveva modellato cos fedelmente la sua politica italiana su quella del papa; ma Carlo lo sar. Il fatto che egli non prese il titolo di patrizio se non dopo aver conquistato il regno dei Longobardi mostra chiaro che aveva considerato anche quel titolo come una conquista, e che quindi lo possedeva per opera propria. Quanto al papa - il quale a partire dal 772 non dat pi le bolle con l'anno del regno dell'imperatore, finch, dal 781 in poi, le dat con l'anno del suo pontificato -(819) cercava evidentemente di espandersi. Ma si trovava di fronte l'opposizione del principe longobardo di Benevento e del patrizio di Sicilia, che governava o pretendeva di governare in nome dell'imperatore la Sicilia, la Calabria e il ducato di Napoli.
Carlo non pensava affatto di abbandonare l'Italia al papa. Egli era il re dei Longobardi, e come tale intendeva essere il padrone di tutta la penisola; cos quando and a Roma la seconda volta (Pasqua 780), ritornando sopra le prime dichiarazioni, fatte quando ancora non aveva presa la corona longobarda, imped al papa di stendere la sua autorit su Spoleto, il cui duca riconosceva di essere suddito di Carlo.
D'altra parte l'Impero bizantino, dove, alla morte di Leone IV, l'imperatrice Irene rinunzi all'iconoclastia, tentava un ravvicinamento. Nel 781 un'ambasciata di Costantinopoli andava a domandare la mano di sua figlia Rortruda per il giovane imperatore, e il fidanzamento fu concluso(820). Non era dunque il momento di mettersi in dissidio con l'imperatore, e per conseguenza Carlo non poteva favorire le imprese del papa contro il territorio imperiale.
Alla fine del 786 Carlo era di nuovo a Roma, chiamatovi soprattutto dalle mene del duca di Benevento, che dovette ridurre all'obbedienza. Ma appena partito lui, il duca Arichi manipol un'alleanza con Bisanzio, in forza della quale egli avrebbe ricevuto il titolo di patrizio e rappresentato l'imperatore in Italia ed anche a Roma. Si disegnava cos una ripresa offensiva di Bisanzio contro il papa e contro Carlo. L'urto che ne risult (788) non fece che rinforzare il potere di Carlo sul ducato di Benevento, e al Nord gli valse la conquista dell'Istria(821). Tuttavia Carlo non pot mai imporsi completamente su Benevento, malgrado le sue spedizioni contro il duca (791; 792-793; 800; 801-802), che non ebbero successo(822).
Carlo dunque protesse il papa per venerazione verso san Pietro, ma non si sottopose mai a lui come Pipino; anzi ebbe anche qualche pretesa di dettargli una linea di condotta in materia di dogma. Dopo la condanna dell'iconoclastia fatta nel concilio di Nicea (787) - che dal punto di vista dogmatico  una conciliazione tra Roma e Bisanzio - Carlo rifiut di accettare tutte le decisioni di quel concilio. Da alcuni teologi fece comporre, contro di esso, una serie di trattati (Libri carolini) e invi a Roma un ambasciatore incaricato di presentare al sovrano pontefice un capitolare, il quale conteneva ottantacinque rimostranze. Infine nel 794 riun tutti i vescovi di Occidente a Francoforte in un concilio dove furono abbandonate parecchie delle conclusioni del concilio di Nicea e condannate le dottrine degli adoratori d'immagini(823).
Dopo la morte di Adriano egli scrisse (796) al suo successore Leone III che era "signore e padre, re e prete, capo e guida di tutti i cristiani"(824), e gli tracci la linea di condotta, fissando con molta esattezza i confini tra il proprio potere temporale e il potere spirituale del papa(825). D'altra parte, nel succedere ad Adriano, Leone III gli aveva mandata la bandiera della citt di Roma(826), e introdusse l'uso nuovo di inserire nella datazione delle bolle gli anni di Carlo a quo cepit Italiam.
 manifesto che Carlo non si considerava pi un patricius Romanorum. Egli si comportava da protettore della cristianit. In quell'epoca aveva trionfato dei Sassoni e dei Longobardi, sottomesso o rigettato oltre il Theiss gli Avari (796), e, nella pienezza della sua potenza, poteva pretendere di assumere quel ruolo. Non c' pi che lui in Occidente; i piccoli prncipi d'Inghilterra e di Spagna sono trascurabili. La sua situazione sorpassa quella che ha mai avuta qualsiasi re, e, se alcuni avanzi di supremazia bizantina ancora si trascinano qua e l nella Romania, essi non esistono n a Nord n in quegli ambienti anglo-sassoni e germanici, nei quali vive Carlo. Indirizzandosi a lui Alcuino pu ben trattarlo da imperatore(827).
A Roma stessa il papa, sebbene non neghi la sovranit dell'imperatore di Costantinopoli, in realt gli sfugge. Come poteva non venirgli l'idea di riconoscere la potenza e il prestigio del re dei Franchi e di ricostituire a profitto di Carlo l'impero, che non aveva pi titolari in Occidente dal secolo v? Egli non pensava per di rifare l'impero in partibus Occidentis e dare, per cos dire, un successore a Romolo Augustolo. Fare una cosa simile sarebbe significato far ritornare l'imperatore a Roma e diventare suo suddito. Invece egli voleva restare indipendente. Il mosaico che fece eseguire nel triclinium del Laterano, nel quale si vede san Pietro che consegna il pallium a Leone III e lo stendardo a Carlo, lo prova chiaramente. Nel ricostituire l'impero il papa vuole esaltare non la Roma imperiale, ma la Roma di san Pietro, il capo dell'ecclesia, di quella ecclesia, di cui Carlo si proclama il soldato. Non dice infatti questi, parlando a Leone III, che il suo popolo  il populus christianus?
Carlo potrebbe certo deferirsi personalmente la dignit d'imperatore o farsela conferire da un sinodo della sua chiesa. Ma come apparirebbe pi legittima a tutta la cristianit se essa gli fosse conferita per iniziativa del papa! Sparirebbe cos la sproporzione esistente fra il titolo di patricius, che egli porta, e il potere effettivo, che possiede: egli sarebbe il rappresentante militare di san Pietro, come il papa ne  il rappresentante religioso e sarebbero l'uno e l'altro congiunti dentro il medesimo sistema, quello della ecclesia.
Nell'800 Carlo aveva conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato gli Avari, assalita la Spagna. Quasi tutta la cristianit occidentale era nelle sue mani.
Il 25 dicembre, posando sulla sua fronte la corona imperiale, il papa consacr questo impero cristiano. Carlomagno ricevette il titolo secondo l'uso praticato a Bisanzio, vale a dire mediante l'acclamatio. Dopo di che il papa gli mise sul capo la corona e l'ador(828).
In questa forma l'accessione di Carlo all'impero era dunque secondo la legalit(829). L'acclamazione del popolo avvenne come a Bisanzio. Per, in realt, una differenza essenziale vi fu tra l'avvento di Carlo e quello di un imperatore bizantino.
Infatti i Romani che lo acclamarono non erano, come il popolo di Costantinopoli, i rappresentanti di un impero, ma gli abitanti di una citt, di cui Carlo era il patrizio, e la loro acclamazione non poteva legare i sudditi di Carlo dall'Elba ai Pirenei. In linea di fatto queste acclamazioni non erano che una messa in scena e colui che dette l'impero a Carlo fu il papa, il capo dell'ecclesia, dunque l'ecclesia stessa. Per questa via egli ne divenne il difensore ufficiale. Il suo titolo imperiale non aveva un significato laico, come quello dell'antico imperatore romano. L'accessione di Carlo all'impero non corrisponde a nessuna istituzione imperiale; ma, per una specie di colpo di stato, il patrizio che proteggeva Roma divent l'imperatore, che proteggeva la chiesa.
Il potere che Carlo ricevette ne fece non un imperatore, ma l'imperatore. Non ci possono essere due imperatori, come non ci possono essere due papi. Carlo fu l'imperatore della ecclesia quale la concepiva il papa, della Chiesa romana nel senso della chiesa universale(830); egli fu serenissimus, Augustus, a Deo coronatus, magnus, pacificus imperator. Notate che egli non si chiamava n Romanorum imperator n semper Augustus, titoli che portavano gli imperatori romani. Aggiunse solo Romanorum gubernans imperium, espressione molto vaga, che  precisata dalle due realt: rex Francorum et Longobardorum. Il papa nelle bolle lo chiam: imperante domino nostro Carolo piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno et pacifico imperatore(831).
Questo difensore della chiesa, questo santo e pio imperatore aveva il suo potere effettivo non a Roma, dove aveva ricevuto il riconoscimento, ma nel Nord dell'Europa. L'antico impero mediterraneo aveva logicamente il suo centro in Roma; il nuovo logicamente ebbe il suo centro in Austrasia.
L'imperatore di Bisanzio assistette impotente all'avvento di Carlo. Egli non poteva far altro che non riconoscerlo. Tuttavia il 13 gennaio 812 i due imperi fecero la pace. L'imperatore di Bisanzio accett il nuovo stato di cose, Carlo rinunzi a Venezia ed all'Italia meridionale che restitu all'impero bizantino(832). Insomma la politica di Carlo in Italia ebbe un insuccesso; egli non divenne una potenza mediterranea.
Niente mostra meglio lo sconvolgimento dell'ordine antico e mediterraneo che era prevalso per tanti secoli. L'impero di Carlomagno fu il punto di arrivo della rottura dell'equilibrio europeo determinata dall'Islam. Se esso potette realizzarsi, la ragione fu che da una parte la separazione tra Oriente ed Occidente aveva circoscritto l'autorit del papa all'Europa occidentale, e che d'altra parte la conquista della Spagna e dell'Africa per opera dell'Islam aveva fatto del re di Francia il padrone dell'Occidente cristiano.  dunque rigorosamente vero dire che senza Maometto Carlomagno  inconcepibile.
L'antico impero romano nel VII secolo  diventato di fatto un impero d'Oriente; l'impero di Carlo  un impero d'Occidente; in realt ciascuno dei due ignora l'altro(833).
E, conformemente alla direzione che ha preso la storia, il centro di questo impero  nel Nord, dove si  trasportato il nuovo centro di gravit dell'Europa. Col regno franco - per con quello austrasiano-germanico - si apre il Medioevo. Dopo il periodo, che va dal V all'VIII secolo, nel quale sopravvive l'unit mediterranea, la rottura di questa ha spostato l'asse del mondo(834).
Il germanesimo comincia a rappresentare la sua parte. Fino a questo momento si era perpetuata la tradizione romana; ora comincia a svilupparsi una civilt romano-germanica originale.
L'impero carolingio, o piuttosto l'impero di Carlomagno, costituisce la cornice del Medioevo. La struttura dello Stato su cui  fondato  estremamente debole e croller; ma l'impero sussister come unit superiore della cristianit occidentale.
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Capitolo Terzo. GLI INIZI DEL MEDIOEVO.
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3.1. L'organizzazione economica e sociale.
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L'opinione corrente considera il regno di Carlomagno come un'epoca di restaurazione economica. Poco manca che non si parli anche in questo campo, come in quello della cultura, di "rinascita". C' in questo un errore evidente, che deriva non solo dalla forza del pregiudizio in favore del grande imperatore, ma anche da ci che si potrebbe chiamare una falsa prospettiva.
Gli storici hanno sempre paragonato l'ultima fase dell'epoca merovingia al regno di Carlomagno, ed allora  facile trovare in quest'ultimo una ripresa: in Gallia l'ordine succede all'anarchia e nella Germania conquistata ed evangelizzata un indubitabile progresso sociale si constata a colpo d'occhio. Ma se vogliamo valutare i fatti con esattezza dobbiamo paragonare l'epoca carolingia con tutto il complesso di quella precedente. Allora ci accorgiamo di trovarci davanti a due economie in pieno contrasto.
Prima dell'VIII secolo quello che esiste  la continuazione dell'economia mediterranea antica; dopo l'VIII secolo c' la rottura completa con questa economia. Il mare  chiuso; il commercio  sparito; ci troviamo in presenza di un impero, la cui sola ricchezza  la terra e in cui la circolazione dei beni mobili  ridotta al minimo. Lungi dall'esserci progresso c' un regresso. Le parti della Galia, che una volta erano le pi fiorenti, ora sono le pi povere. Prima il movimento era diretto dal Sud, ora il Nord imprime il suo carattere all'epoca.
In questa civilt anti-commerciale si trova per un'eccezione, che sembra contraddire a quello che siamo venuti esponendo.  certo che nella prima met del secolo IX l'estremo Nord dell'impero, cio i futuri Paesi Bassi, era animato da una navigazione molto attiva, la quale contrastava vivamente con l'atonia di tutto il resto dell'impero. Non che in questo ci sia qualche cosa di assolutamente nuovo. Gi dal tempo dell'impero romano questo paese in cui la Schelda, La Mosa e il Reno mescolano le loro acque, aveva conosciuto un traffico marittimo con la Bretagna, da cui acquistava grano, che serviva alle guarnigioni romane lungo il Reno, vendendo spezie ed altri prodotti venuti dal Mediterraneo. Questo per non era che un prolungamento della corrente commerciale del mar Tirreno, entrava nell'attivit generale della Romania e ne costituiva l'estrema diramazione. Il monumento della dea Nehalennia, protettrice celtica della navigazione, ricorda ancora l'importanza di quel traffico(835). I battelli si spingevano fino alla foce dell'Elba e del Weser; pi tardi, dopo le invasioni del III secolo, bisogn organizzare una flotta da guerra per difendersi dalle incursioni dei navigatori sassoni. Il porto principale, dove le navi che passavano il mare s'incontravano con quelle che facevano la navigazione fluviale, era Fectio (Vechten), presso Utrecht.
Questa navigazione, che dovette essere molto danneggiata dalle invasioni del V secolo e dalla conquista della Bretagna da parte dei Sassoni, si riaffacci e continu nell'epoca merovingia. Forse tale commercio si stendeva nell'VIII secolo fino alla Scandinavia(836), e al posto di Fectio nacquero altri porti: Duurstede, sul Reno, e Quentovic, sulla foce della Canche. In quest'ultimo posto sono state trovate molte monete merovinge(837); molte altre a Maastricht(838); nel complesso in numero pi rilevante che quelle di Colonia, Cambrai, etc. Ce ne sono anche ad Anversa, una buona quantit ad Huy(839), Dinant e Namur(840). Infine molte monete sono state coniate a Duurstede(841) in Frisia(842). Perch questo commercio, che fioriva nelle province settentrionali, sarebbe dovuto sparire all'epoca carolingia? Il mare su quelle coste era libero; inoltre la drapperia fiamminga, che fin dall'epoca romana aveva alimentato la navigazione, non era sparita(843). Ci sono altre cause nuove che spiegano la continuazione di quell'attivit: prima di tutte la presenza della corte ad Aix-la-Chapelle, poi la pacificazione e l'annessione della Frisia.  noto che la flotta frisona fu molto attiva per tutto il traffico fluviale della regione e sull'alto Reno fino alla catastrofe delle invasioni normanne(844). Si sono trovate in Frisia monete d'oro(845); inoltre le principali dogane dell'epoca carolingia erano tutte poste al Nord (Rouen, Quentovic, Amiens, Maastricht, Duurstede, Pont-Saint-Maxence)(846). Esistette dunque un grande commercio in quest'angolo settentrionale dell'impero e sembra anche che sia stato pi attivo che in passato.
Ma  un commercio orientato verso il Nord e che non ha pi rapporti col Mediterraneo. Il suo dominio pare che comprenda, oltre i fiumi dei Paesi Bassi, la Bretagna e i mari del Nord. Questa  dunque una prova caratteristica della chiusura del Mediterraneo. In questo commercio nordico i Frisoni hanno la funzione che i Siri avevano nel Mediterraneo.
Verso l'interno, il retroterra di Amiens e Quentovic si stendeva fino alle soglie della Borgogna, ma non oltre(847). Anche a Tournai pare che l'attivit commerciale sia stata abbastanza importante nel IX secolo(848).
Ma nella seconda met del IX secolo le invasioni normanne misero fine a questo commercio(849). Con questo non  detto che non sia stato ugualmente molto attivo e che non abbia potuto sviluppare un'attivit economica superiore; ma esso dovette dipendere sempre pi col tempo dal commercio degli Scandinavi, i quali nel IX secolo trasportavano vino dalla Francia in Irlanda(850). I rapporti che questi allacciarono coi musulmani attraverso la Russia dovettero dare un forte impulso al loro commercio. Nel IX secolo sul Baltico c'erano porti, diciamo meglio, scali marittimi importanti(851). L'archeologia ci apprende che il commercio di Haithabu si stendeva, tra l'850 e il 1000, fino a Bisanzio ed a Bagdad, lungo il Reno, in Inghilterra e nel Nord della Francia.
D'altra parte la civilt vichinga ebbe un notevole sviluppo nel IX secolo, come attesta la suppellettile funeraria trovata nel battello di Oseberg e che si trova ora nel museo di Oslo(852). I pi antichi dirhem arabi trovati in Scandinavia sarebbero della fine del VII secolo (698); ma la loro pi grande espansione data dalla fine del IX e dalla met del X. A Birka, in Svezia, sono stati trovati oggetti del IX secolo di provenienza araba ed altri originari di Duurstede e della Frisia. Da Duurstede inoltre gli Scandinavi di Birka esportavano vino nel IX secolo(853). Le monete di Birka del IX e X secolo erano diffuse in Norvegia, nello Schleswig, in Pomerania e Danimarca; esse erano un'imitazione dei denari di Duurstede coniati sotto Carlomagno e Ludovico il Pio.
L'impero carolingio ha dunque due punti economici sensibili, l'Italia del Nord, grazie al commercio di Venezia, e i Paesi Bassi, grazie a quello frisone e scandinavo. Da questi due punti comincer la rinascita economica dell'XI secolo; ma n l'uno n l'altro ha potuto svilupparsi pienamente prima di quest'epoca. Il primo sar dopo breve tempo schiacciato dai Normanni, l'altro messo in difficolt dagli Arabi e dai turbamenti interni dell'Italia.
Non s'insiste mai abbastanza sulla importanza degli Scandinavi a cominciare dall'VIII secolo(854). Essi s'impadronirono della Frisia e taglieggiarono tutte le valli dei fiumi, su per gi come facevano gli Arabi sulle rive del Mediterraneo nello stesso periodo. Ma in quei paesi non c'erano per resistere agl'invasori n Bisanzio, n Venezia, n Amalfi; cos essi schiacciarono tutto, aspettando il momento di riprendere i negoziati per una pace.
Nell'834 i Normanni diressero il loro primo attacco su Duurstede, dando fuoco ad un quartiere della citt(855). Per i tre anni successivi la citt fu attaccata tutti gli anni. La sua decadenza, che fu quella di tutta la Frisia, data da quell'epoca, sebbene alcune tracce della sua attivit si trovino fino alla fine del IX secolo. Neil'842 Quentovic fu attaccata a sua volta(856), e nell'844 la citt fu abbandonata ad un terribile saccheggio, dal quale non si risollev pi. Terminate le incursioni normanne, il suo commercio settant'anni dopo si trasport ad taples(857).
Questo fiorente commercio, di cui Duurstede e Quentovic erano i porti di esportazione, differiva totalmente dal commercio praticato dagli Scandinavi. Infatti mentre il commercio scandinavo si sviluppava continuamente merc il contatto che conservava attraverso Bisanzio col mondo orientale, quello dei Frisoni non aveva alcun rapporto col Sud; esso era strettamente limitato nel Nord. E in questo si distingue nettamente anche dall'altro commercio, che aveva conosciuto la Gallia nell'epoca merovingia, e che coi vini, le spezie, il papiro, la seta ed i prodotti dell'Oriente, faceva penetrare dappertutto la civilt mediterranea.
Nell'impero carolingio non rimangono pi altri centri commerciali che Quentovic e Duurstede. Si pu attribuire una certa importanza a Nantes, bruciata nell'843, e i cui battellieri mantenevano alcune relazioni commerciali con la regione della Loira(858); ma bisogna guardarsi dal pensare che la esistenza di una dogana provi l'esistenza di un transito commerciale(859). Senza dubbio non  difficile spigolare in Teodulfo, in Ermoldo Nigello, nelle vite dei santi, nei poemi del tempo, senza parlare del troppo famoso monaco di San Gallo, menzioni sporadiche di mercanti e mercanzie, e con questi elementi sparsi ci si pu lasciar andare a costruire un edificio immaginario. Baster che un poeta dica che le acque di un fiume sono solcate da battelli, perch si arrivi subito, da una tale banalit a concludere che  esistito un potente traffico commerciale; e ci si contenter della presenza di alcuni pellegrini a Gerusalemme, di qualche artista o erudito orientale alla corte carolingia per affermare che una regolare navigazione allacciava l'Occidente all'Oriente. Altri non hanno esitato ad invocare il movimento marittimo di Venezia e delle citt dell'Italia meridionale, che appartenevano all'economia bizantina, in favore dell'economia carolingia.
N ha importanza il fatto che nel secolo IX si siano coniate alcune monete d'oro(860). Quello che conta non  di sapere se si possiedono nei testi alcune notizie relative al commercio ed allo scambio. Il commercio e lo scambio sono esistiti in tutte le epoche. Quello che si tratta di rilevare  la loro importanza e natura in questa o quell'epoca. Quello che  necessario per apprezzare un fenomeno economico sono fatti che abbiano proporzioni consistenti, non casi sporadici o rari, fatti singoli. La presenza di un venditore ambulante o di un battelliere isolato non prova l'esistenza di una economia di scambio. Se ci si accorge invece che all'epoca carolingia la moneta aurea  sparita, che il prestito su interesse  vietato, che non esiste pi una classe di mercanti di professione, che l'importazione dei prodotti orientali (papiro, spezie, seta)  cessata, che la circolazione monetaria  ridotta al minimo, che il saper leggere e scrivere  sparito nel ceto dei laici, che non si trova pi un'organizzazione fiscale, che le citt sono diventate non altro che fortezze, si potr concludere senza timore di sbagliare che ci si trova davanti ad una civilt, che  regredita a quello stadio puramente agricolo che non ha pi bisogno di un commercio, di credito e di scambi regolari per la conservazione della societ.
Si  visto pi sopra che la causa essenziale di questa grande trasformazione  stata la chiusura del Mediterraneo occidentale operata dall'Islam. I Carolingi potettero arrestare la salita dei Saraceni verso il Nord, ma non potettero riaprire il mare, e del resto non ne fecero neanche il tentativo.
Di fronte ai musulmani il loro atteggiamento fu puramente difensivo. I primi di loro, e lo stesso Carlo Martello, aumentarono il disordine per mettere in stato di difesa il regno attaccato da ogni parte. Ogni cosa sotto Carlo Martello fu sacrificata senza piet alle necessit militari. La chiesa fu saccheggiata; dappertutto avvennero gravi disordini per la sostituzione di vassalli germanici agli aristocratici romani partigiani di Ebroino e di Eudes di Aquitania. Pare che il regno di Carlo abbia visto ripetersi sconvolgimenti analoghi a quelli delle invasioni germaniche: non dimentichiamo che egli mise in fiamme alcune citt del Mezzogiorno, facendo sparire cos tutto ci che in esse sopravviveva di organizzazione commerciale e municipale. Lo stesso avvenne di quel gran corpo ecclesiastico su cui si fondavano la carit pubblica, gli ospedali e l'istruzione, che d'allora le scuole non impartirono pi.
Quando Pipino succedette a suo padre, tutta l'aristocrazia, e per conseguenza tutto il popolo, doveva essere altrettanto digiuna di lettere quanto lui stesso. I negozianti delle citt erano dispersi; il clero stesso era in uno stato di barbarie, d'ignoranza e d'immoralit, di cui ci si pu fare un'idea leggendo le lettere di san Bonifacio.

In quest'epoca infelice - dice Incmaro(861) - non solo fu tolto alla chiesa di Reims tutto quello che aveva di prezioso, ma le case dei religiosi furono distrutte e dilapidate dal vescovo. Quei pochi disgraziati ecclesiastici che ancora vivevano, cercavano i mezzi di sussistenza commerciando, e nascondevano il denaro guadagnato tra le carte e i manoscritti.

Dalle condizioni di questa chiesa, che era una delle pi ricche del reame, si pu giudicare che cosa avveniva altrove. Il rapporto che fa Leidrado su Lione ci informa che le cose non andavano meglio in quella citt. San Bonifacio riceveva l'incenso in piccoli pacchi, che gl'inviavano i suoi amici di Roma.
Quanto alla moneta, essa si trovava nel pi tremendo disordine. Si pu dire che non esista pi la moneta aurea. Nei contratti dell'VIII secolo si trovano frequenti menzioni di prezzi di vendita liquidati con grano ed animali(862).  il momento buono dei falsari, poich le monete non hanno pi n peso n titolo fisso. Pipino intraprese, ma senza grande successo, la riforma del sistema monetario. La duplice iniziativa, che egli prese in questo campo, fu una rottura completa col sistema monetario mediterraneo dei Merovingi. Non si coniarono pi che monete di argento, e il soldo comprese dodici denari, il denaro rimanendo cos la sola moneta reale. La libbra di argento di 327 grammi (libbra romana) comprese, dopo Pipino, 22 soldi o 264 denari, e doveva essere ridotta da Carlomagno a 20 soldi o 240 denari(863).
Carlomagno complet la riforma monetaria di suo padre. Egli  il fondatore del sistema monetario medievale. Questo sistema fu dunque stabilito in un'epoca, in cui la circolazione della moneta aveva toccato il grado pi basso che sia mai stato conosciuto. Carlomagno lo adatt ad un'epoca, in cui il grande commercio era quasi sparito. Al contrario nell'epoca merovingia si erano continuate a coniare monete d'oro per effetto dell'attivit commerciale diffusa, e non se ne pu dubitare quando si vede l'oro perpetuarsi con l'iperpero, continuatore del soldo d'oro, nel mondo commerciale bizantino, dal quale pass in quello musulmano. Nello stesso mondo carolingio  caratteristico il fatto che ancora per un po' di tempo si continua a coniare una certa quantit di moneta aurea in quei posti dove sopravvive una certa attivit commerciale, cio ai piedi dei Pirenei, dove si allacciano alcune relazioni commerciali con la Spagna musulmana, e in Frisia, dove il commercio scandinavo mantiene un certo movimento di affari. Carlomagno coni ancora alcuni soldi d'oro nel regno longobardo, prima d'imporre il suo sistema monetario(864): il che  una prova che normalmente egli non coniava in oro. Ci sono alcuni soldi d'oro usciti dall'officina di Uzs al tempo di Carlomagno, e si possiedono alcune belle monete d'oro del tempo di Ludovico il Pio(865), con l'iscrizione: munus divinus. Queste monete hanno avuto molto corso e sono state imitate dai popoli commerciali del Nord, probabilmente i Frisoni(866). La maggior parte degli esemplari conosciuti proviene dalla Frisia; altri sono stati trovati in Norvegia.
"In conclusione", diciamo col Prou, "se si trova un certo numero di monete d'oro, di carattere affatto eccezionale, coniate col nome di Carlo e di Ludovico il Pio, questo non c'impedisce di affermare che queste monete non entrano nel sistema monetario carolingio. Questo sistema non comporta che monete di argento; esso  essenzialmente monometallico"(867), poich non  possibile arguire dalla ristretta monetazione aurea l'esistenza di un sistema bimetallico(868).
Quello che bisogna tenere per fermo  dunque questo: coi Carolingi si produsse una frattura completa del sistema monetario.  finita non solo per l'oro, ma anche pel soldo, base monetaria. Si abbandona sempre pi la libbra romana (di 327 grammi) per una libbra molto pi pesante (491 grammi), suddivisa in 240 spezzati d'argento puro, che portano o conservano il nome di denari. Questi denari e gli oboli di un mezzo denaro sono le sole monete realmente in corso; ma accanto ad essi ci sono alcune monete da conteggio, semplici espressioni numerali corrispondenti ciascuna ad una quantit determinata di denari. Essi sono il soldo, che probabilmente, giusta la numerazione duodecimale dei Germani, corrisponde a 12 denari, e la libbra, che comprende 20 soldi. Senza dubbio questa piccola moneta non  fatta per il grande commercio; la sua funzione principale  di servire al pubblico dei piccoli mercati locali tanto spesso nominati nei capitolari, e nei quali le vendite e le contrattazioni si fanno per denaratas. E i capitolari non citano altro che denari d'argento.
Il sistema monetario di Carlo segna dunque una rottura completa con l'economia mediterranea durata fino all'invasione dell'Islam e che era divenuta inapplicabile dopo di questa, come lo prova la crisi monetaria dell'VIII secolo. Esso si spiega con il desiderio di adattarsi allo stato presente delle cose, di adattare la legislazione alle condizioni nuove che si sono imposte nella societ, di accettare i fatti e sottomettercisi per poter sostituire l'ordine al disordine. Il nuovo sistema monometallico su base argentea corrisponde al regresso economico a cui si  discesi. Solo l dove la necessit di grossi pagamenti continua ad esistere si  utilizzato l'oro, sia quello dei paesi dove si conia ancora, sia di conio arabo o bizantino(869). Bisogna anche notare la povert della massa di monete e la loro scarsa diffusione. Esse si presentano legate a quei piccoli mercati locali, dei quali riparleremo pi innanzi, e si comprende come non rappresentino che una funzione del tutto secondaria in una societ dove l'imposta  sparita. Si arriva alla medesima conclusione constatando la povert del tesoro reale, che una volta aveva un valore essenziale. La ricchezza mobile  diventata infima in rapporto con quella immobiliare.
Carlomagno introdusse anche nuovi pesi e misure, i cui campioni erano depositati nel suo palazzo. Anche su questa materia avvenne dunque una rottura con la tradizione antica. Per fin dall'829 i vescovi segnalavano a Ludovico il Pio che le misure erano diverse da provincia a provincia. Evidentemente Carlomagno, in questa come in altre cose, volle fare pi di quello che poteva.
I Carolingi dettero alla moneta il suo carattere di emissione regia. Essi la facevano sorvegliare dai conti e dai missi, regolando il numero delle zecche(870). Vollero anche accentrare la coniazione nel palazzo reale (805)(871), ma non ci riuscirono, e dal tempo di Ludovico il Pio si batteva moneta in quasi tutte le citt(872). Sotto il regno di Carlo il Calvo i conti usurparono il diritto di battere moneta. Nell'827 Ludovico il Pio cedette una zecca ad una chiesa; ma la moneta emessa rimaneva di privilegio regale. Invece nel 920 alcune chiese ottennero il privilegio di battere moneta: era l'usurpazione completa, preparata dalla regalit con l'abbandono dei suoi diritti utili(873).
Si pu dunque dire che se fino alla riforma carolingia non c'era per l'Europa cristiana che un solo sistema monetario, romano e mediterraneo, dopo ce ne furono due, corrispondenti ciascuno ad un campo economico particolare, il bizantino e il carolingio, l'orientale e l'occidentale. La moneta segu lo sconvolgimento economico dell'Europa. I Carolingi non proseguirono i Merovingi: tra gli uni e gli altri c' il medesimo contrasto completo che c' tra l'argento e l'oro. Che sia sparito il grande commercio e che tale sparizione spieghi quella dell'oro  cosa che bisogna dimostrare con alcuni particolari, poich il fatto  stato contestato.
Questo grande commercio, come si  visto e come tutti ammettono, era quello sostenuto dalla navigazione del Mediterraneo occidentale. Si  visto prima come l'Islam nel corso dell'VIII secolo chiudesse il mare alla navigazione cristiana dovunque la flotta bizantina non poteva difenderla. Le invasioni arabe dell'VIII secolo in Provenza e gl'incendi di citt compiuti da Carlo Martello fecero il resto.  vero che Pipino rimise piede sulle coste del golfo del Leone, ristabilendo il suo potere (752) su Nmes, Maguelonne, Agde e Bziers abbandonate nelle sue mani dal goto Ansemundo(874); ma in quelle citt visigote c'erano guarnigioni saracene, e le popolazioni dovettero sollevarsi contro di esse. Narbonne resistette pi tempo, e solo nel 759 gli abitanti trucidarono la guarnigione e consentirono a ricevere una guarnigione franca, a condizione di poter conservare le proprie leggi(875).
La fondazione del califfato ommiade in Spagna (765) dette ai rapporti tra lo stato carolingio e l'Islam un carattere pi pacifico; ma n questa calma momentanea n la riconquista della costa del golfo del Leone riuscirono a rianimare il commercio marittimo(876). I Carolingi non possedevano flotta e non potevano quindi spazzare il mare dai pirati che l'infestavano.
Essi fecero sforzi per conquistarsi la sicurezza del mare: nel 797 occuparono Barcellona(877), nel 799 le Baleari devastate allora allora dai Saraceni e che si abbandonarono a Carlo(878); nell'807 Pipino scacci i Mori dalla Corsica con una flotta italiana(879). Ci fu un momento in cui Carlo pens di portare la guerra sul mare, e nell'810 ordin la costruzione di una flotta(880); ma non se ne fece nulla, e non potette impedire ai Mori di saccheggiare la Corsica, la Sardegna, Nizza, Civitavecchia (813). La spedizione organizzata da Bonifacio di Toscana nell'828 contro le coste dell'Africa(881) non ebbe migliori risultati. Nella impossibilit di raggiungere la sicurezza del mare Carlo si content di far proteggere la costa contro i Mori che esercitavano la pirateria(882). Il papa fu costretto anche lui a mettere la costa in stato di difesa per proteggerla contro le spedizioni arabe(883).
Dopo Carlo, che ebbe almeno una politica difensiva utile,  la miseria. Nell'838 Marsiglia fu invasa; nell'842 e nell'850 gli Arabi penetrarono fino ad Arles; nell'852 presero Barcellona. La costa era ormai aperta a tutti gli attacchi, e nell'848 fu infestata anche dai pirati greci. Nell'859 i Danesi, doppiata Gibilterra, si affacciarono nella Camargue.
Verso l'890 alcuni Saraceni di Spagna s'installarono tra Hyres e Frjus e stabilirono una solida posizione a Fraxinetum (La Garde Frainet), seguendo la catena dei Mauri(884). Di l essi dominavano la Provenza e il Delfinato che sottoponevano a continue razzie(885).  inaudito che a dar loro una sconfitta sia stata una flotta greca, nel 931. Solo nel 973 il conte Guglielmo di Arles riusc a ricacciarli; ma fino allora essi non solo furono i padroni della costa, ma dominarono i passi delle Alpi(886).
La situazione non era migliore dalla parte della costa italiana. Nel 935 Genova era messa a sacco(887).
Si comprende che in simili condizioni i porti fossero chiusi ad ogni traffico. A chi dai paesi del Nord avesse voluto andare in Italia non c'era pi altra via aperta che il passaggio delle Alpi, dove pi di una volta rischiava di essere spogliato o ucciso dalla gente di Fraxinetum. Infatti si constata che i passi delle Alpi verso la Provenza furono disertati.
Sarebbe poi un errore credere che sia esistito un commercio tra la Francia e la Spagna(888). Questa di certo  in piena prosperit: per esempio, nel 970 il porto di Almeria, a quanto pare, era provvisto di locande; ma dalla parte della Gallia la sola importazione che si possa constatare in Spagna  quella degli schiavi, portati senza dubbio da pirati o da Ebrei di Verdun.
Da quella parte, dunque, il grande commercio era morto dai princpi dell'VIII secolo. Tutto ci che si potette mantenere fu il commercio di oggetti preziosi venuti dall'Oriente, esercitato da mercanti ambulanti ebrei. A questo senza dubbio allude Teodulfo. Forse si mantenne un certo traffico fra Bordeaux e la Gran Bretagna(889), ma certo in proporzioni molto ristrette.
Tutti i dati dunque concordano.
Abbiamo constatato pi sopra la fine dell'importazione del papiro, delle spezie e delle sete nella Francia. Nessun movimento di affari ha luogo con l'Islam. Quello che dice il Lippmann riguardo alla produzione dello zucchero, che si diffonde nell'Italia meridionale, ma non in quella settentrionale anteriormente al secolo XII,  probante(890). I Greci d'Italia sarebbero potuti essere intermediari; ma non lo furono, e se ne vede molto chiaramente il perch(891).
La classe dei grandi mercanti disparve. Qua e l s'incontra un mercato(892) o un negociator; ma quello che non si trova pi sono i mercanti di professione come quelli dell'epoca merovingia. Non si vedono pi quei ricchi uomini d'affari che donavano terre alle chiese, e soccorrevano i poveri; non pi quei capitalisti, che prendevano l'appalto del servizio delle imposte e prestavano denaro ai funzionari. Non si sente pi parlare di commercio agglomerato nelle citt. Quelli che sopravvivono, perch sussistono in tutte le epoche, sono i mercanti occasionali; ma questi non costituiscono una classe. Resta senza dubbio un certo numero di persone, le quali profittano di una carestia per andare a vendere una partita di grano, che talvolta  il ricavato delle loro stesse terre(893); soprattutto ci sono alcuni che seguono gli eserciti per cavarne un profitto; altri che si avventurano alle frontiere per vendere armi al nemico e per fare baratti coi Barbareschi. Ma tutto questo  un commercio da avventurieri, in cui non pu vedersi un'attivit economica normale. Le forniture alimentari per il palazzo reale di Aix-la-Chapelle dettero luogo ad un servizio regolare; ma neanche in questo pu vedersi una manifestazione commerciale, poich i fornitori furono sottomessi alla sopraintendenza dei funzionari di palazzo(894). Del resto c' un fatto, che mostra fino a qual punto il capitale mobile era disceso d'importanza, ed  il divieto del prestito ad interesse. Senza dubbio in questo fatto bisogna vedere l'influenza della chiesa, che l'aveva gi interdetto ai suoi membri; ma che questa interdizione sia stata imposta al commercio su cui essa doveva pesare durante tutto il Medioevo,  questo senza dubbio una prova della scomparsa del grande commercio. Gi il capitolare del 789 vietava ogni profitto sul danaro o altro bene dato in prestito(895). Cos lo stato adottava l'interdizione che gi vigeva nel seno della chiesa(896).
Non ci sono pi dunque, per regola generale, mercanti di professione nell'epoca carolingia; tutt'al pi si trovano, specialmente in epoche di carestia, mercanti occasionali e servi di abbazie che cercano i prodotti della terra per trarne profitto. Se il commercio si  estinto, la ragione  che non aveva pi sbocchi, perch la popolazione urbana era sparita. Per dir meglio, non viveva pi commercio altro che intorno al palazzo reale, nel tempo in cui, sotto Carlomagno e Ludovico il Pio, quello rimase fisso ad Aix-la-Chapelle. L ci si serviva di mercanti, ma di mercanti speciali, che erano in certo qual modo fornitori autorizzati, sotto la giurisdizione del palazzo ed agli ordini dei magistri(897). Sono esenti dai diritti doganali al passaggio alpino delle Chiuse, a Duurstede e Quentovic, e pare che abbiano provveduto a fare i loro affari insieme con quelli dell'imperatore(898).
Inoltre in alcune citt - certamente a Strasburgo nel 775(899) - il vescovo aveva organizzato un servizio di vettovagliamento con persone di sua fiducia che Carlo esent dal pagamento dei diritti doganali in tutto il reame, eccetto Quentovic, Duurstede e le Chiuse. Lo stesso fecero, come  noto, le grandi abbazie(900). Ma  chiaro che tutto questo non  commercio nel vero senso della parola:  un approvvigionamento privilegiato.  d'altronde un approvvigionamento a raggio molto largo, poich si estende dal Mare del Nord alle Alpi.
Si potrebbe pensare che  in contraddizione con tutto questo il numero grande e sempre crescente di mercati fondati dappertutto nell'impero. Si pu dire che ce ne sia uno in ciascuna civitas, e se ne trovano in molti borghi in vicinanza di abbazie, etc. Bisogna guardarsi per dal confondere questi mercati con le fiere, delle quali all'epoca carolingia non se ne trova che una, quella di San Dionigi.
Quanto a quei piccoli mercati, tutto quello che noi sappiamo intorno ad essi  che non sono frequentati che dai contadini dei dintorni, da battellieri e da piccoli mercanti girovaghi. Si vende "per denari", vale a dire al minuto, e sono significativi non solo per quello che vi si vende, ma anche per il pubblico che li frequenta(901). I capitolari, che si occupano di essi, ce li mostrano frequentati soprattutto da servi, cio contadini. Vi fanno la loro comparsa venditori ambulanti equivoci, come quel negociator, che andava di mercato in mercato, ad offrire una spada rubata al conte di Borgogna, e non essendo riuscito a smerciarla, la riport al derubato(902). Ci si vedevano inoltre gli Ebrei; anzi Agobardo si lamenta che per facilitare il loro accesso ai mercati si cambi il giorno di apertura che era stato stabilito di sabato(903).
Il giorno della festa del santo, nei monasteri affluiva la familia anche di lontano e tra i membri di essa si allacciavano transazioni commerciali(904). I Miracoli di san Remaclo riportano di un servo incaricato di guardare la vigna del monastero di Remagen, il quale, essendo andato al mercato, vi aveva comperato due buoi, che perdette sulla via del ritorno in seguito alle copiose libazioni, alle quali si era abbandonato(905). La festa religiosa coincideva dunque con una fiera. Secondo il Waitz, l'autorizzazione reale non era richiesta per la fondazione di un mercato, a meno che non si cercassero esenzioni o concessioni di diritti doganali. Pi tardi accanto al mercato fu eretta una zecca, e in questo caso era necessaria un'autorizzazione reale. L'editto di Pitres(906) mostra che il numero dei mercati aumentava incessantemente, poich parla di quelli che esistevano all'epoca di Carlomagno, di quelli che si aprirono sotto Ludovico il Pio e degli altri sotto il regno di Carlo il Calvo. Ora in questo periodo la decadenza economica non cessava di crescere a causa delle incursioni normanne: questa  dunque una prova, che il numero dei mercati non  il segno di un ipotetico sviluppo del commercio, ma piuttosto di un ripiegamento di questo su se stesso.
Fin dal 744 il capitolare di Soissons aveva incaricato i vescovi di aprire in ciascuna citt un legitimus forus(907) ma nessuno di questi piccoli mercati era molto frequentato(908). Per la maggior parte del tempo non vi si vendevano che pollame, uova, etc. Senza dubbio in alcuni di quei mercati in condizioni pi favorite potevano trovarsi anche dei manufatti: cos doveva essere probabilmente per i tessuti nella regione fiamminga. Un formulario del Codex Laudunensis, che proviene da Gand, d il testo di una lettera, con cui un ecclesiastico manda cinque soldi ad un amico pregandolo di comprargli un cappuccio (cucullum spissum)(909). Ma da tutto ci  impossibile dedurre che ci sia stato commercio all'ingrosso e nulla che rassomigli ad un movimento di affari.
Questi piccoli mercati cos numerosi dovevano essere alimentati dall'industria domestica di vasai, fabbri, tessitori rurali, pei bisogni della popolazione locale, come in tutte le civilt primitive. Ma certo niente di pi: non si trova traccia di mercanti ed artigiani stabili. Il fatto che molto spesso accanto al mercato si crea una piccola zecca  una nuova prova dell'assenza di circolazione. Nell'865 Carlo il Calvo accorda il diritto di aprire una zecca al vescovo di Chlons, poich questi non riesce a procurarsi moneta coniata nelle zecche reali(910).
In quei mercati non era possibile procurarsi nulla di provenienza lontana. Cos Alcuino ha un negociator, che manda a fare acquisti in Italia(911). Solamente alla fiera di San Dionigi, nell'VIII secolo, si trovano Sassoni e Frisoni(912).
Gli affari pi importanti, quando ce ne furono, non si facevano nei mercati; ma dovevano aver luogo quando se ne presentava l'occasione. Essi si basavano su oggetti preziosi, perle, cavalli, bestiame. Il testo di un capitolare mostra che in questo consisteva il commercio dei negotiatores propriamente detti(913); costoro - gli specialisti e i mercanti di professione - erano quasi tutti Ebrei.
Con essi ci si trova in presenza di persone che veramente vivono del commercio. In questo caso non si trovano che loro ed alcuni Veneziani. Per convincersene basta leggere i capitolari, nei quali la parola judaeus si trova sempre insieme con l'altra mercator(914). Questi Ebrei evidentemente continuavano l'attivit dei loro compatrioti, che abbiamo visti sparpagliati iti tutto il bacino del Mediterraneo prima dell'invasione dell'Islam(915). Per la continuavano in condizioni molto differenti.
La persecuzione, alla quale erano stati assoggettati in Spagna alla fine dell'epoca visigota, allorch Egica (687-702) giunse ad interdire loro il commercio con l'estero e coi cristiani, non era passata all'impero franco. Al contrario in questo essi furono messi sotto la protezione del sovrano, che li esent dal pagamento dei diritti doganali. Ludovico il Pio promulg in loro favore un capitolare, oggi perduto, il quale vietava di intentare loro processi se non secundum legem eorum(916). L'assassinio di un Ebreo comportava un'ammenda, che andava a profitto della camera del re. Erano privilegi molto importanti, dei quali gli Ebrei non avevano goduto prima, e che mostrano che il re li considerava indispensabili.
I Carolingi si servivano di loro molto spesso. Per mandare un'ambasciata a Bagdad, da Harun-al-Rascid, furono scelti Ebrei, e si  visto pi sopra che tra i mercanti di palazzo, ad Aix-la-Chapelle, c'erano Ebrei.
Ludovico il Pio aveva preso al suo servizio ed accordato una protezione speciale all'Ebreo Abraham di Saragozza, che lo serviva fedelmente nel palazzo(917). Non si trova nulla di consimile a favore di un mercante cristiano.
Un privilegio di Ludovico il Pio  accordato verso l'825 a David Davitis, a Joseph ed altri loro correligionari abitanti a Lione(918). Essi sono esentati dai diritti di dogana ed altri sulla circolazione, e messi sotto la protezione dell'imperatore (sub mundeburdo et defensione). Possono vivere secondo la loro fede, celebrare i loro uffici in palazzo, prendere al servizio cristiani ad opera sua facienda, comperare schiavi stranieri e venderli dentro i confini dell'impero, fare scambi e trafficare con chi credano meglio, quindi, se occorre, anche con gli stranieri(919).
Quello che noi sappiamo dalle Formule  confermato da quello che ne scrive Agobardo nei suoi opuscoli, redatti tra l'822 e l'830. Questi rileva con furore le ricchezze accumulate dagli Ebrei, il credito del quale godono in palazzo, i privilegi che l'imperatore ha fatto comunicare a quelli di Lione per mezzo di missi, e la clemenza di questi missi verso di loro. Gli Ebrei - egli dice - forniscono vino ai consiglieri dell'imperatore; i parenti dei principi, le mogli dei conti palatini mandano regali e vesti alle donne ebree; nuove sinagoghe si elevano(920). Pare di sentir parlare un antisemita moderno dei "baroni" ebrei. Ci troviamo senza dubbio davanti a grandi mercanti, dei quali non si pu fare di meno. Si arriva fino a permettere loro di avere servi cristiani. Possono possedere terre; se ne ha la prova per il Narbonese, dove essi sono proprietari di terre, che fanno coltivare da cristiani, poich essi non sono agricoltori. Gi il papa si lamentava di questo stato di cose tra il 768 e il 772(921). Essi possiedono terre e vigne anche a Lione, a Vienne in Provenza, nei dintorni delle citt: terre acquistate senza dubbio per collocare il denaro di benefici ricevuti. Il commercio fatto dagli Ebrei  dunque generalmente commercio in grande e fatto con l'estero. Per mezzo loro l'Occidente ha ancora qualche rapporto con l'Oriente. L'intermediario non  pi il mare, ma la Spagna. Attraverso di essa gli Ebrei sono in rapporto con le potenze dell'Africa musulmana e Bagdad. Ibn-Kordadbeh nel Libro delle strade (854-874) c'informa degli Ebrei radamiti, i quali, egli dice, "parlano il persiano, il romanzo, l'arabo, il franco, lo spagnuolo, lo slavo. Essi viaggiano dall'Occidente in Oriente e dall'Oriente in Occidente, sia per terra che per mare. Dall'Occidente portano eunuchi, donne schiave, giovinetti, seta, pelletteria e spade. S'imbarcano nel paese dei Franchi, sul mare occidentale, e si volgono verso Farama (Pelusio)...(922) Arrivano nel Sind, nell'India, in Cina. Al ritorno caricano muschio, alo, canfora, cannella e altri prodotti dei paesi orientali. Alcuni fanno vela verso Costantinopoli per vendere le loro mercanzie, altri vanno nel paese dei Franchi"(923). Forse alcuni viaggiavano lungo il Danubio; ma senza dubbio la maggioranza veniva dalla Spagna. Certamente alle loro importazioni si riferiscono i versi di Teodulfo riferentisi alle ricchezze dell'Oriente(924). La Spagna si trova inoltre menzionata nel testo di una "formula" di Ludovico il Pio, a proposito dell'Ebreo Abraham di Saragozza, e quello che noi sappiamo dei mercanti di Verdun(925) ce li mostra anch'essi in rapporti con quel medesimo paese. Infine si sa che gli Ebrei importavano stoffe da Bisanzio e dall'Oriente nel regno di Leon(926). Gli Ebrei erano dunque i fornitori di spezie e di stoffe preziose; ma dal testo di Agobardo abbiamo appreso che vendevano anche vino(927). Inoltre sulle rive del Danubio si occupavano anche del commercio del sale(928). Nel X secolo possedevano saline presso Norimberga(929). Facevano anche il commercio delle armi, e speculavano sui tesori delle chiese(930).
La loro grande specialit, come si  visto sopra, era il commercio degli schiavi. Alcuni di costoro erano venduti nel paese, ma la maggioranza era esportata in Spagna. Si sa che alla fine del IX secolo il centro di questo commercio di schiavi ed eunuchi era Verdun(931). Le notizie che noi abbiamo sulla vendita di eunuchi non sono anteriori al X secolo; ma gi, tra l'891 e il 900 i Miracula Sancti Bertini parlano di Verdunenses negotiatores, che vanno in Spagna. Secondo Liutprando questo commercio offriva enormi guadagni. Il commercio degli schiavi era stato rigorosamente vietato nel 779 e nel 781(932), divieto rinnovato nell'845(933); ma esso continuava lo stesso. Agobardo ci mostra che questo commercio era di lunga data, poich risaliva senza dubbio all'epoca merovingia. Egli racconta che al principio del IX secolo un uomo era venuto da Lione, fuggiasco da Cordova, dove era stato venduto come schiavo da un Ebreo di Lione; ed afferma che ha sentito parlare di ragazzi rubati o comperati da Ebrei per essere venduti(934). Infine bisogna aggiungere che gli Ebrei si davano anche al commercio dell'argento, sul quale per abbiamo scarsissime notizie.
Al fianco di questi Ebrei ricchi e che facevano lunghi viaggi c'erano probabilmente piccoli commercianti paesani, che lavoravano individualmente andando da un mercato all'altro. Quelli che continuarono il grande commercio furono per gli Ebrei, e le merci erano precisamente quelle che un testo dell'806 segnala come specialit dei mercatores: oro, argento, schiavi, spezie(935).
Oltre gli Ebrei e i Frisoni non ci furono in quest'epoca mercanti propriamente detti - non parlo di quelli occasionali -. Questo si pu gi dedurre dal favore che godevano gli Ebrei: se essi non fossero stati indispensabili, non sarebbero stati cos largamente protetti. D'altra parte, poich agli Ebrei era permesso di impiegare cristiani, molti dei loro agenti saranno passati per mercatores christiani. Del resto c' la lingua a provarlo: Ebreo e mercante diventano termini sinonimi(936). Ci saranno stati forse pochi Veneziani che di tanto in tanto attraversavano le Alpi; ma questo dovette essere molto raro.
In conclusione, l'Ebreo era il mercante di professione dei tempi carolingi. Egli per non potette alimentare un commercio d'importazione considerevole: ci  provato dalla rarit delle spezie e dalla decadenza del lusso. Il fatto che il commercio si svolge per via di terra e non per mare lo condanna ad essere molto ridotto. Questo per lo rendeva pi lucroso. Una prova della poca importanza che aveva il commercio sta nel fatto che n nelle Formulae n in altri documenti dell'epoca vi si fa allusione. In un capitolare dell'840 si parla di cautiones e di denaro dato ad negociandum(937); in un altro dell'880 di scriptum fiduciationis(938); ma in tutti e due i casi si parla di Venezia. Il diritto commerciale si  mantenuto dove il commercio mediterraneo  sopravvissuto;  sparito con la chiusura del mare.
Da tutto questo si pu dunque concludere che vi fu un regresso commerciale, che ebbe per conseguenza di fare pi che mai della terra il fondamento essenziale della vita economica. Essa lo era gi nell'epoca merovingia; ma allora la circolazione delle merci aveva per ancora un ufficio importante. Prima che si chiudesse il mare, esisteva ancora un traffico, dei prodotti del suolo, traffico del quale si  male informati, ma che esisteva, e che si pu dedurre anche dal fatto che i grandi proprietari pagavano le imposte in denaro e ricevevano in denaro dai loro conductores le rendite dei loro domni. Questo implicava la vendita dei prodotti del suolo. A chi erano venduti? Agli abitanti delle citt senza dubbio, i quali erano ancora numerosi e forse anche disposti a commerciare. Ora, non si trova pi traccia, nell'epoca carolingia, di questa circolazione normale dei prodotti del suolo. La migliore prova  data dalla scomparsa dell'olio per la illuminazione delle chiese, cos come dell'incenso. Questa merce non arrivava pi neanche dalla Provenza; onde l'apparizione dei cerarii, che non sono anteriori alla fine del periodo merovingio. Eginardo a Seligenstadt, non potendo procurarsi neanche cera, era costretto a farsela venire dai suoi domni di Gand.
La stessa osservazione, con risultato anche pi impressionante, si pu fare per il vino. Non si riusciva a procurarsene per via commerciale, salvo sporadicamente mediante qualche Ebreo. Allora, siccome era indispensabile, se non altro per celebrare la messa, si faceva di tutto per acquistare terreni con vigneti. Il fatto colpisce ed  significativo per le abbazie dei Paesi Bassi, ed  tanto pi eloquente in quanto che queste abbazie erano situate nei paesi percorsi da quei fiumi, sui quali ancora i Frisoni trafficavano. Ma il loro piccolo traffico non era sufficiente per procurarsi vino. Sopravvisse solo, fino alle incursioni normanne, uno scarso transito di vino dalla Francia verso la Scandinavia; ma per essere sicuri di avere una certa quantit di vino bisognava produrla da se stessi, perch quand'anche lo si trovasse in commercio, non si era sicuri di possedere il denaro necessario per acquistarlo. Non c'era altro mezzo che diventare proprietari di vigneti. Le abbazie della valle della Mosa se ne fecero dare sulle rive del Reno e della Mosella, quelle del bacino della Schelda sulle rive della Senna(939). Questo vino proprio si faceva trasportare al monastero dai propri servi nelle eccellenti condizioni create dall'esenzione dai dazi. Ciascuna abbazia aveva dunque i suoi mezzi e i suoi organi d'approvvigionamento, costituendo un piccolo stato autonomo, che bastava a se stesso. Non bisogna considerarle, come fa l'Imbart de la Tour, come mercanti privilegiati, per bisogna ripetere con lui che "mediante una rete di corves le chiese organizzarono i loro trasporti sui fiumi e sulle strade"(940). Quello che essi si facevano portare con questi mezzi erano i prodotti necessari alla loro sussistenza(941).
Certamente nei periodi di carestia i grandi proprietari terrieri che potevano disporre di grano e di vino avevano pressanti richieste, ed aumentavano i prezzi: cosa che portava ad un intervento dell'imperatore per impedire illeciti guadagni. Ma in questo non si pu vedere, come fa il Dopsch, la prova di un commercio normale; e lo stesso si dica per il divieto di vendere cavalli fuori del territorio dell'impero(942).
Se si legge la corrispondenza di Lupo di Ferrires, si vede che egli considera la necessit di vendere e comperare come una cosa deplorevole. Per questo si cercava il modo di farne a meno.
Il fatto che Carlo il Calvo riprese i possedimenti di Saint-Josse (nel comune di Montreuil-sur-Mer, dipartimento del Passo di Calais) al monastero di Ferrires, ha per conseguenza che i monaci non ricevevano pi stoffa pei loro abiti, n quasi pi pesce e formaggio, e dovevano vivere di legumi comperati(943); ma si trattava di casi eccezionali.
Il dominio dell'abbazia di Saint-Riquier era organizzato in modo da produrre tutto quanto era necessario alla sussistenza dei monaci(944). I vescovi nell'858 inviarono una lettera al re, nella quale gli raccomandarono di governare le sue villae in modo che bastassero a se stesse(945).
Negli statuti di Adalardo di Corbie (1a met del IX secolo) si coglie nettamente la visione di un'amministrazione di grande propriet ecclesiastica ad economia chiusa. In nessuna parte vi si parla di vendita. Le prestazioni da fornire al monastero, la cui popolazione massima  di 400 persone, sono minuziosamente stabilite per tutto l'anno, settimana per settimana, da un gennaio all'altro. Nel monastero ci sono alcuni matricularii e laici che lavorano per suo conto: calzolai, follatari, orefici, carpentieri, preparatori di pergamena, fabbri, medici, etc.(946). Si vive con le prestazioni, la maggior parte in natura, e con le corves dei propri servi: onde l'organizzazione delle curtes, che a me pare una creazione dell'epoca(947).
Ora, bisogna rappresentarsi la societ di quell'epoca disseminata di monasteri e di fondazioni ecclesiastiche, che sono gli organi caratteristici. Solamente in quei luoghi, grazie alla scrittura, pu sussistere una economia condotta regolarmente. La terra ecclesiastica  la sola che aumenti in grazia delle donazioni pie fatte dai fedeli; il dominio reale invece diminuisce costantemente a causa dei benefici che il sovrano  costretto a creare senza interruzione, e che passano in godimento dell'aristocrazia militare, la quale, o si tratti di grandi funzionari o di piccoli vassalli (milites), rappresenta quel che c' di meno produttivo nel paese. Non  possibile supporre in questo ceto un qualsiasi commercio. Cos i grandi cercano di sfruttare le propriet ecclesiastiche, imponendo i loro uffici di protettori e divorandone le entrate.
A rigore, da un punto di vista teorico, i fittavoli potrebbero produrre anche per la vendita; ma di fatto essi sono schiacciati sotto il peso delle corves e dei canoni(948). In mezzo a loro c' una gran quantit di indigenti, che vivono di elemosina o che si offrono a giornata al tempo della mietitura. Non se ne trova nessuno che lavori per alimentare il commercio. L'ideale accarezzato da chiunque abbia un po' di terra  di mettersi sotto la protezione dei monasteri, per sfuggire alle esazioni imposte dai signori, che esercitavano funzioni fiscali.
Insomma tutta questa societ passa alla dipendenza dei proprietari fondiari o dei detentori di diritti giurisdirionali e il potere pubblico ha preso o prende sempre pi un carattere privato. L'indipendenza economica  discesa al suo punto pi basso, cos come la circolazione monetaria. Nei capitolari si parla ancora di pauperes liberi homines, ma in una infinit di casi appare chiaro che quegli homines hanno ciascuno un signore.
Finch al potere reale  rimasto qualche prestigio, esso  intervenuto con uno scopo di moralit cristiana per impedire l'oppressione dei deboli e dei poveri. La legislazione economica di Carlo e di Ludovico, lungi dal cercare di stimolare il profitto, lo condanna come un beneficio illecito (turpe lucrum). Poi qualsiasi intervento reale sparisce nell'anarchia della feudalit, al di sopra della quale continua a fluttuare il miraggio dell'impero cristiano.  il Medioevo.
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3.2. L'organizzazione politica.
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Parecchi storici considerano quella che essi chiamano l'epoca franca come un blocco, facendo cos del periodo carolingio la continuazione e lo sviluppo di quello merovingio.  un errore evidente per parecchie ragioni.
1. Il periodo merovingio fa parte di una societ del tutto differente da quella carolingia. Nei secoli VI e VII c'era ancora un Mediterraneo, con il quale sono mantenuti rapporti costanti, e la tradizione imperiale persiste su di un vasto campo.
2. L'influenza germanica ricacciata al Nord lungo la frontiera  molto debole, e sensibile solo in certe branche del diritto e della procedura.
3. Tra il periodo di maggior splendore merovingio, che si stende fin verso la met del VII secolo, e il periodo carolingio passa un buon secolo di fangosa decadenza, durante il quale molti caratteri della civilt antica si cancellano, e se ne vengono formando altri. A quel punto ha origine l'era carolingia. Gli antenati dei Carolingi non sono i re merovingi, ma i maggiordomi; Carlomagno non continua affatto Dagoberto, ma Carlo Martello e Pipino.
4. L'identit del nome Regnum Francorum non deve fare illusione. Il nuovo regno sale fino all'Elba e comprende una parte dell'Italia, e vi si trova una popolazione germanica pari a quella romana.
5. Infine i rapporti con la Chiesa si sono completamente modificati. Lo stato merovingio, come l'impero romano,  laico. Il re merovingio  un rex Francorum. Il re carolingio  Dei gratia rex Francorum(949), e questa piccola aggiunta  l'indice di una trasformazione profonda. Ci  cos vero che le generazioni posteriori non compresero l'uso merovingio. Copisti posteriori, e falsificatori, completarono di propria iniziativa col Dei gratta il titolo, ai loro occhi inammissibile, dei re merovingi.
Cos le due monarchie, la seconda delle quali - come abbiamo cercato di mostrare - fu in certo modo la conseguenza della sommersione del mondo europeo sotto l'Islam, invece di essere l'una il prolungamento dell'altra, si oppongono reciprocamente.
Nella grande crisi, in cui s'inabissa lo stato fondato da Clodoveo, quello che crolla da cima a fondo sono i fondamenti romani, a cominciare dalla concezione stessa del potere regio. Certo, nella forma che ha presa sotto i Merovingi, essa non  una pura trasposizione dell'assolutismo imperiale. Ammetto che la potenza reale non sia stata nella massima parte che un dispotismo di fatto; per resta che per lo stesso re e per i suoi sudditi, tutta la potenza dello Stato  concentrata nel re.
Tutto quello che gli apparteneva era sacro; egli poteva mettersi al di sopra delle leggi, senza che nessuno gli si opponesse; poteva accecare i suoi nemici e confiscare i loro beni sotto il pretesto di lesa maest(950). Egli non era costretto ad avere riguardi per nulla e per chicchessia.
Il potere che pi rassomigliava al suo era quello dell'imperatore di Bisanzio, tenuto conto delle enormi differenze che il diverso livello di civilt mette in evidenza.
Tutta l'amministrazione merovingia conserv, bene o male, il carattere burocratico di quella romana. La sua cancelleria coi suoi referendari laici era ricalcata su quella di Roma; il re prendeva i suoi funzionari dove gli pareva, anche tra gli schiavi(951). La sua trustis ricordava molto da vicino i pretoriani. D'altra parte le popolazioni, sulle quali egli governava, non concepivano una forma diversa di governo, che era quello di tutti i sovrani del tempo, Ostrogoti, Visigoti, Vandali. E bisogna notare che se i re si assassinavano tra loro, i popoli non si sollevavano. Ci furono tentativi di ambiziosi, ma non rivolte popolari.
La ragione della decadenza merovingia sta nella crescente debolezza del potere regio. Questa debolezza, di cui i Carolingi profittarono, aveva per causa il crollo dell'amministrazione finanziaria - ed anche qui siamo in piena Roma. Infatti, come abbiamo visto, il re alimentava il suo tesoro soprattutto con il gettito delle imposte, ed  questo appunto che venne meno con la caduta della moneta aurea durante la grande crisi dell'VIII secolo. La nozione stessa d'imposta come atto di diritto pubblico spar nello stesso tempo in cui dalle citt sparirono i curiali. I riscuotitori, i quali facevano poi arrivare il denaro nel tesoro imperiale nella forma di soldi d'oro, cessarono di esistere. L'ultimo credo che sia nominato sotto il regno di Pipino. Cos i maggiordomi non esigevano imposte, e la regalit, che essi fondarono in seguito al colpo di stato,  una regalit nella quale la nozione romana d'imposta pubblica  abolita.
I re della nuova dinastia, come in seguito per molto altro tempo i re del Medioevo, non ebbero altre risorse regolari che le rendite dei loro domni(952). Senza dubbio sussistevano ancora le prestazioni (paraveredi, mansiones), che rimontavano all'epoca romana, e particolarmente i diritti di dogana; ma tutto si and dissolvendo. Il diritto di alloggio apparteneva pi ai funzionari che al re, e quanto ai diritti doganali, essi rendevano sempre meno a misura che la circolazione si restringeva e che i re ne esentavano abbazie e grandi possidenti.
Si  cercato di provare l'esistenza di una imposta sotto i Carolingi. In realt nella parte germanica dell'impero esisteva il costume dei "doni" annuali; inoltre i re ordinarono collette e prestazioni in denaro all'epoca delle invasioni normanne. Ma erano espedienti che non misero radici. Quello che costituisce la vera forza finanziaria del re, bisogna ripeterlo,  la sua propriet privata, il fisco proprio, se si vuole, e al tempo di Carlomagno si deve aggiungere il ricavato dei bottini di guerra. La base finanziaria ordinaria del potere regio era puramente rurale. Per questa ragione i maggiordomi confiscarono una quantit cos grande di terre della chiesa. Il re era, e doveva restare per mantenersi, il pi grande proprietario del paese. Finito il catasto, finiti i registri delle tasse, finiti i funzionari per le finanze, gli archivi, gli uffici, i conti. I re non avevano dunque finanze, e si comprende quale novit s'introdusse allora nel mondo. Il re merovingio acquistava o pagava gli uomini con l'oro; il re carolingio invece deve abbandonare nelle loro mani parte dei suoi domni. C'era in questo una causa formidabile di debolezza, che era compensata dal bottino di guerra, finch la guerra dur sotto Carlomagno, ma i cui effetti furono palesi subito dopo la sua morte. Ripetiamo: questo segna un taglio netto con la tradizione finanziaria romana.
A questa prima differenza essenziale tra Merovingi e Carolingi bisogna aggiungerne un'altra. Il nuovo re, come abbiamo detto, era re per grazia di Dio. La consacrazione - novit introdotta sotto Pipino - faceva di lui una specie di personaggio sacerdotale(953). Il re merovingio era tutt'affatto laico. I Carolingi non cingevano la corona che con l'intervento della chiesa, e i re, mediante la consacrazione, entravano a farne parte. S'introdusse dunque un ideale religioso e il potere regio ebbe certi limiti imposti dalla morale cristiana. Non si videro pi re che si permettevano assassinii arbitrari e abusi di potere personale, fatti comuni nell'epoca merovingia. Basta leggere su questo argomento il De rectoribus christianis di Sedulio di Liegi o il De via regia di Smaragdo, composto, come crede l'bert, tra l'806 e l'813.
Mediante la consacrazione la chiesa aveva un'autorit sul re. Il carattere laico dello stato da allora si cancell. Si possono allegare in proposito due testi d'Incmaro(954): "Voi dovete la dignit reale - scriveva egli a Carlo il Calvo nell'868 - all'unzione, che  atto episcopale e spirituale, a questa benedizione molto pi che alla vostra potenza terrestre". E si legge negli atti del concilio di Sainte-Macre: "La dignit dei pontefici  superiore a quella dei re, poich i re sono consacrati re dai pontefici, mentre i pontefici non possono essere consacrati dai re". La sacra unzione imponeva al re un certo numero di doveri verso la chiesa. Secondo Smaragdo doveva fare ogni sforzo per indirizzare sulla retta via tutto ci che nella chiesa si fosse insinuato di difettoso; ma doveva anche favorirla e procurare che le si pagassero le decime(955).
Si comprende che in queste condizioni la regalit associava ormai la sua azione a quella della chiesa. Basta leggere i capitolari per accorgersi che questi si occupano di disciplina ecclesiastica e di morale non meno che di amministrazione secolare. Agli occhi dei re carolingi amministrare i loro sudditi significava imbeverli della morale ecclesiastica. Si  gi detto che le loro idee economiche erano dominate dalla chiesa. I vescovi erano loro consiglieri e funzionari, i re confidavano loro l'incarico di missi e facevano entrare gli ecclesiastici nella loro cancelleria. Appare qui un contrasto stridente coi Merovingi, che al contrario ricompensavano i loro funzionari laici nominandoli vescovi. A cominciare da Iterio, il primo ecclesiastico che appare nella cancelleria sotto Carlomagno, nella cancelleria reale non ci saranno pi laici per secoli(956). Il Bresslau crede a torto che l'invasione degli uffici di palazzo da parte di ecclesiastici sia derivata dal fatto che i primi Carolingi vollero sostituire un personale austrasiano al personale romano dei Merovingi, e che per far questo dovettero rivolgersi ad Austrasiani ecclesiastici, i soli che sapessero scrivere. No, essi vollero che la chiesa collaborasse con loro.
 anche vero che non trovavano pi gente istruita che tra gli ecclesiastici. Durante la crisi l'istruzione dei laici spar. Perfino i funzionari non sapevano pi scrivere. Gli sforzi platonici di Carlomagno per diffondere l'istruzione nel popolo erano destinati a fallire, e l'Accademia palatina non ebbe che pochi discepoli. Entriamo nel periodo in cui clericus e letterato sono sinonimi: onde l'importanza della chiesa, la quale, in un reame in cui quasi nessuno comprendeva pi il latino, impose la sua lingua per molti secoli all'amministrazione. Bisogna fare uno sforzo per comprendere la portata di questo fatto; essa  stata enorme. Si delinea una nuova caratteristica del Medioevo: quello di una casta religiosa, che sottomette lo Stato alla sua influenza.
Oltre che con il clero il re  costretto a fare i conti anche con la milizia, nella quale si trovano tutta l'aristocrazia e tutti i liberi rimasti indipendenti. Senza dubbio il sorgere di questa casta militare si pu cogliere fin dall'epoca merovingia; ma l'aristocrazia di quel tempo presenta un singolare contrasto con quella dell'epoca carolingia. Prima di tutto allora non appare che i grandi proprietari romani, i senatores, sia che dimorino in campagna o in citt, appartengano alla milizia. Essi sono colti e cercano le cariche di palazzo o nella chiesa. La cosa pi probabile  che il re abbia scelto i capi militari e le sue guardie di palazzo tra gli "antrustions" germanici; certo  che l'aristocrazia terriera cerc di buonora di dominarlo, ma non ci riusc(957).
Non appare che il re governasse insieme con essa, n che le abbia concesso qualche parte del suo potere fino a quando rimase forte. Se conferiva l'immunit agli aristocratici, non abbandonava nessun diritto della sua regalit nelle loro mani, non meno che in quelle del clero, conservando contro di essa le due armi terribili del processo di lesa maest e della confisca.
Per, per tenere testa a quell'aristocrazia  chiaro che il re doveva restare molto potente, vale a dire molto ricco, poich l'aristocrazia, come la chiesa, cresceva sempre pi di autorit presso il popolo. Questa evoluzione sociale, cominciata dal tempo del basso impero, continu: i Grandi hanno soldati privati, una grande quantit di vassi, che sono legati a loro e costituiscono una formidabile clientla.
All'epoca merovingia quest'autorit signorile dei grandi proprietari non si manifest oltre i confini del diritto privato; ma in mezzo all'anarchia della decadenza, quando scoppi la lotta tra i maggiordomi, ciascuno dei quali aveva dietro di s fazioni di aristocratici, l'istituzione del vassallato si trasform, prendendo una crescente importanza ed un carattere militare, che apparve in tutta la sua pienezza allorch i Carolingi trionfarono dei loro rivali.
A cominciare da Carlo Martello il potere esercitato dal re poggiava essenzialmente sui vassalli militari del Nord(958). Questi dette loro "benefici", cio terre, in cambio del servizio militare prestato - terre che egli confisc alle chiese. Ora - dice il Guilhiermoz(959) - "per la loro entit le concessioni di vassallato erano tali da tentare non solo personaggi di bassa e media condizione, ma gli stessi Grandi". Questo corrispondeva all'interesse del donatore, il quale offriva quei ricchi benefici "mettendo a carico del concessionario l'obbligo di servire non pi solo con la propria persona, ma con un certo numero di vassalli proporzionato all'importanza del beneficio concesso"(960). In questo modo certamente Carlo Martello potette costituire la sua potente clientela austrasiana, con la quale intraprese le sue guerre. E il sistema continu dopo di lui.
Nel secolo IX i re si fecero prestare giuramento di vassallaggio da tutti i Grandi del reame ed anche dai vescovi(961). Sempre pi appariva che di veramente sottomessi al re non c'erano che quelli che gli avevano fatto omaggio. Cos il suddito spariva dietro al vassallo, e Incmaro faceva gi osservare a Carlo il Calvo il danno che ne derivava all'autorit reale(962). La necessit in cui si trovarono i primi maggiordomi di costituirsi una milizia fidata, formata di beneficiari legati da giuramento, port ad una trasformazione profonda dello stato, poich d'allora in poi il re fu costretto a tener conto dei vassalli, che possedevano la forza militare. L'organizzazione delle contee non si sostenne, poich i vassalli sfuggivano alla giurisdizione del conte. In guerra essi comandavano personalmente i loro soggetti; il conte non conduceva che gli uomini liberi. Forse i loro domni godevano della immunit(963). Erano chiamati optimates regis. La cronaca di Moissac (813) li chiama senatus o majores natu Francorum, ed infatti insieme con gli alti ecclesiastici ed i conti essi formavano il Consiglio del re(964). Il re li metteva dunque a parte del suo potere politico. Lo stato cominciava a poggiare su legami contrattuali stabili tra re e vassalli.
Si entra nel periodo feudale.
E sarebbe stato gi molto se il re avesse potuto mantenere intorno a s i suoi vassalli. Ma a partire dal IX secolo, salvo che nei propri domni personali, essi passarono sotto la sovranit dei conti. A misura che il potere reale declin con le guerre civili, che segnarono la fine del regno di Ludovico il Pio, i conti si resero sempre pi indipendenti, e non ebbero pi col re che rapporti da signore feudale a vassallo. Essi percepivano per s le regalia; riunivano parecchie contee in una sola(965). Il regno perdette il suo carattere amministrativo per trasformarsi in un insieme di principati indipendenti, riuniti al re da un legame di vassallaggio, che questi non era pi in grado di far rispettare. Il potere regio si era sparpagliato nelle mani dei suoi detentori.
Era inevitabile che avvenisse cos. Il prestigio di Carlomagno non deve fare illusione. Egli potette ancora governare a causa della sua forza militare, della ricchezza proveniente dai suoi bottini di guerra, della sua preminenza di fatto nei confronti della chiesa. Cos potette regnare senza finanze regolari e farsi obbedire dai suoi funzionari, i quali, essendo tutti grandi proprietari, avrebbero potuto vivere in modo indipendente. Che cosa  un'amministrazione che non  stipendiata? e come impedirle, quando lo voglia, di amministrare per se stessa e non per il sovrano? Quale azione di sorveglianza potevano esercitare i missi? Senza dubbio Carlo ebbe l'intenzione di amministrare regolarmente, ma non riusc. Quando si leggono i capitolari, si resta meravigliati della differenza tra quello che essi ordinano e quello che realmente si fa. Carlo ordina che tutti mandino i figli a scuola, che ci sia una zecca unica, che siano aboliti i prezzi usurari in tempo di carestia, e stabilisce il calmiere. Di questo non si fa nulla, perch tutto questo richiede l'obbedienza, irrealizzabile, dei grandi, che hanno la coscienza di essere indipendenti, o dei vescovi, i quali, appena lui mor, proclamarono la superiorit dello spirituale sul temporale.
La base economica dello stato non rispondeva al carattere amministtativo che Carlomagno si era sforzato di conservare perch poggiava sulla grande propriet chiusa in s stessa. I proprietari non avevano bisogno di sicurezza pubblica, poich non commerciavano. Una forma di propriet di quel tipo pu andare d'accordo anche con l'anarchia. Tutti quelli che possedevano una parte del suolo non avevano bisogno del re.
Per questa ragione Carlomagno si sforz di mantenere in vita la classe degli uomini liberi di modeste condizioni? Certo tent anche questo, ma senza riuscirci ugualmente. I grandi domni continuarono ad allargarsi, e la libert a sparire.
Quando cominciarono le invasioni normanne lo Stato era gi nell'impotenza, incapace di prendere misure di difesa secondo un piano qualsiasi ed aggruppare gli eserciti per tener testa agl'invasori. Ciascuno tir dalla parte sua. Si pu dire con lo Hartmann: "Esercito e stato furono fatti a pezzi dalla signoria terriera e dalla feudalit"(966).
Quello che rimaneva ancora nelle mani del re delle sue regalia fu dissipato. Oramai furono abbandonati i diritti doganali e il privilegio di battere moneta. Di quel poco che aveva ereditato, la regalit si spogli da se stessa, e fin per non essere pi che una forma. L'evoluzione termin quand'essa, con Ugo Capeto, divenne elettiva.
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3.3. La civilt intellettuale.
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Come si  visto le invasioni germaniche non fecero sparire il latino in quanto lingua della Romania, salvo nei territori, nei quali si stabilirono massicci nuclei di Franco-Salii, Ripuari, Alamanni, Bavari. Altrove la romanizzazione dei Germani immigrati avvenne con una rapidit sorprendente(967). I vincitori, sparpagliati e sposati a donne indigene le quali imponevano ad essi la propria lingua, appresero tutti il latino, senza esercitare nessun'azione sul carattere della lingua, ma solo introducendovi un certo numero di termini di diritto, di caccia, di guerra, di agricoltura(968); i quali, dai paesi del Belgio, dove i Germani erano pi numerosi, si sono diffusi fino nel Mezzogiorno.
Pi rapida ancora fu la romanizzazione dei Burgundi, dei Visigoti, degli Ostrogoti, dei Vandali, dei Longobardi. Secondo il Gamillscheg(969), in Spagna, allorch i musulmani se ne impadronirono, non sussistevano altre tracce di lingua gotica che in alcuni nomi di persone e di luoghi.
Al contrario, la perturbazione avvenuta nel mondo mediterraneo con l'ingresso dell'Islam provoc nel campo delle lingue una profonda trasformazione. In Africa il latino spar davanti all'arabo; in Spagna al contrario si conserv, ma senza pi fondamenti, senza scuole, senza monasteri, senza un clero istruito. I vinti si servirono di un dialetto romano che non si scriveva. Cos il latino, che si era conservato tanto bene nella penisola fino al momento della conquista, spar per dar posto allo spagnuolo. In Italia si conserv meglio, poich ancora sopravvissero alcune scuole isolate a Roma e a Milano.
Ma questa perturbazione, e le cause che la determinarono, si vedono in Gallia meglio che altrove.  nota la scorrettezza barbarica del latino merovingio: tuttavia era ancora un latino vivo(970), che, a quanto pare, era insegnato in scuole professionali, sebbene ci fossero qua e l ancora alcuni vescovi e senatori, i quali leggevano ed anche cercavano di scrivere un latino classico.
Il latino merovingio non era affatto una lingua volgare. Le influenze germaniche erano insignificanti, e quelli che lo parlavano potevano comprendere e farsi comprendere dappertutto nella Romania. Era forse pi scorretto che altrove nella Francia del Nord; ma era pur sempre una lingua che si parlava e che si scriveva per farsi comprendere. La chiesa non esit a servirsene anch'essa per i bisogni della propaganda, come l'amministrazione civile e la giustizia(971).
Questo linguaggio s'insegnava nelle scuole. I laici l'imparavano e lo scrivevano; esso si riannodava alla lingua dell'impero come la scrittura corsiva, nella quale era scritto, si riannodava alla scrittura dell'epoca romana. E, siccome fu molto usato per i bisogni dell'amministrazione e del commercio, cos fin per fissarsi, e non spar che nel corso della grande perturbazione del secolo VIII, poich l'anarchia politica, il nuovo assetto della chiesa, la fine delle citt, la scomparsa del commercio e dell'amministrazione - soprattutto quella delle finanze -, nonch delle scuole laiche, resero impossibile a questo linguaggio di conservare la sua anima latina. A questo modo s'imbastard, trasformandosi secondo i vari paesi in tanti dialetti romanzi. Ci sfuggono i particolari, ma  un fatto certo che il latino come tale cess di essere inteso verso l'800, salvo che dal clero(972).
Ora, in questo stesso momento, in cui il latino cess di essere una lingua viva e cedette il posto alle lingue rustiche, dalle quali sarebbero derivate le lingue nazionali, divenne quello che doveva restare attraverso i secoli: una lingua dotta. E questo  un nuovo carattere medievale che prende inizio dall'epoca carolingia.
 curioso osservare che l'origine di questo fenomeno dev'essere cercata nel solo paese romano, nel quale l'invasione germanica aveva completamente estirpato il romanesimo, in Bretagna, in mezzo agli Anglo-Sassoni.
La conversione di questo paese, come abbiamo visto, era partita dal Mediterraneo e non dalla vicina Gallia. I monaci di Agostino, mandati da Gregorio Magno nel 596, furono quelli che determinarono quel movimento appena iniziato dai monaci celtici dell'Irlanda(973). Nel secolo VII san Teodoro di Tarso e il suo compagno Adriano aggiunsero alla religione che essi portavano certe tradizioni greco-romane. Una nuova cultura si svilupp presto nell'isola, fatto che il Dawson considera con ragione "l'avvenimento pi importante sopravvenuto tra l'epoca di Giustiniano e quella di Carlomagno"(974). Presso quei puri germanici che erano gli Anglo-Sassoni la cultura latina s'introdusse d'un sol colpo con la religione, beneficiando dell'entusiasmo provocato da questa. Dal momento della loro conversione, fatta sotto l'influenza e la direzione di Roma, gli Anglo-Sassoni ebbero gli occhi fissi sulla citt santa. Ci andavano continuamente, e si procuravano reliquie e manoscritti; si sottomisero ai suoi indirizzi ed impararono la sua lingua, la quale per essi non essendo una lingua parlata e comune, ma una lingua sacra, godeva di un prestigio senza pari. A partire dal VII secolo si trovavano in mezzo a loro uomini come il poeta Aldelmo e il venerabile Beda, la cui scienza contrastava in modo stupefacente con tutto quello che esisteva in Occidente su questa materia.
Il risveglio intellettuale, che si suole datare dall'epoca di Carlomagno, dev'essere attribuito ai missionari anglosassoni. Prima di loro c'erano stati i monaci irlandesi, specialmente il pi grande di loro, san Colombano, che sbarc in Gallia nel 590: il fondatore di Luxeuil e di Bobbio. Essi predicarono l'ascetismo in mezzo ad una religione in decadenza; ma non appare che abbiano avuto la pi piccola influenza letteraria.
Ben diversa fu l'azione degli Anglo-Sassoni. Il loro scopo era di diffondere il cristianesimo in Germania, per cui la chiesa merovingia non aveva fatto nulla o quasi. In questo essi venivano incontro alla politica carolingia: onde l'enorme influenza di un Bonifacio, organizzatore della chiesa germanica, e per questo stesso fatto intermediario tra il papa e Pipino il Breve.
Carlomagno si consacr all'opera del rinascimento letterario in pari tempo che a quella della restaurazione della chiesa. Il principale rappresentante della cultura anglosassone, Alcuino, capo della scuola di York, entr al suo servizio nel 782 come direttore della scuola palatina, ed esercit d'allora in poi un'influenza decisiva sul movimento letterario del tempo. Cos, per un curioso rovesciamento di cose - fatto che conferma nel modo pi luminoso la scissura provocata dall'Islam - il Nord di Europa si sostitu al Sud come centro letterario altrettanto che come centro politico. Esso oramai proiettava intorno a s la cultura ricevuta dal Mediterraneo.
Il latino, che era stato, dall'altra parte dello stretto, lingua viva, in Bretagna al principio non era che lingua della chiesa. Essa ricevette non la lingua corrotta degli affari e dell'amministrazione, fatta per i bisogni pratici della vita laica; ma la lingua che si conservava nelle scuole mediterranee. Teodoro era di Tarso in Cilicia, ed aveva studiato ad Atene prima di andare a Roma. Adriano, africano di nascita, era abate di un monastero presso Napoli ed era altrettanto versato nella lingua greca che in quella latina(975).
Essi dunque propagarono in mezzo ai loro neofiti la tradizione classica, la lingua corretta che l non aveva bisogno, come sul continente, di fare concessioni all'uso corrente per farsi comprendere, poich il popolo non parlava latino, ma anglo-sassone. Cos i monasteri inglesi ricevettero direttamente l'eredit della cultura antica.  un fenomeno analogo a quello del secolo XV, quando i dotti bizantini portarono in Italia non il greco volgare e vivo che si parlava nelle strade, ma il greco classico delle scuole.
Gli Anglo-Sassoni si trovarono in questo modo a diventare in pari tempo i riformatori della lingua come della chiesa(976). La barbarie, in cui questa era caduta, si manifestava in pari tempo attraverso i cattivi costumi, il cattivo latino, il cattivo canto, la cattiva scrittura. Riformare significava riformare tutte queste cose insieme. Questioni di grammatica e di scrittura prendevano immediatamente il significato di un apostolato; purezza di dogma e purezza di lingua andavano di pari passo. Insieme con gli Anglo-Sassoni, che l'avevano adottato immediatamente(977), il rito romano si diffuse in tutto l'impero nello stesso tempo che la cultura latina. Questa fu dunque lo strumento per eccellenza di quella che si chiama la "rinascita" carolingia, sebbene accanto ad essa ci siano stati un Paolo Diacono, un Pietro da Pisa, un Teodulfo. Ma importa rilevare in primo luogo che questa rinascita  puramente clericale. Essa non tocc il popolo, che non la comprendeva; essa fu in pari tempo una ripresa della tradizione antica ed una rottura con la tradizione romana, il cui distacco era gi avvenuto con l'invasione islamica nelle regioni mediterranee. La societ laica di quel tempo, puramente agricola e militare, non sapeva pi che farsene del latino. Questo non fu pi che la lingua della casta sacerdotale, nella quale si concentr tutta l'istruzione, che si allontan sempre pi dal popolo, di cui si considerava la guida per ordine divino. Per secoli non ci sar pi scienza che nella chiesa: cos dunque la scienza e la cultura intellettuale nel medesimo tempo che si affermano si rarefanno. La Rinascita carolingia coincide con l'analfabetismo generale dei laici. Questi sapevano ancora leggere e scrivere al tempo dei Merovingi; sotto i Carolingi non pi. Il sovrano che ha provocato e sostenuto questo movimento, Carlomagno, al pari di suo padre, Pipino il Breve, non sa scrivere. Non bisogna annettere importanza alle sue velleit di diffondere la cultura in corte e nella sua famiglia. Alcuni cortigiani per fargli piacere impararono il latino; ma uomini come Eginardo, Nitardo, Angilberto furono meteore fuggitive. Nell'insieme l'enorme maggioranza dell'aristocrazia laica rimase fuori da un movimento che non interessava se non quelli di loro che volevano far carriera nella chiesa.
Nell'epoca merovingia l'amministrazione reale richiedeva una certa cultura da parte dei laici che entravano a farvi parte; coi Carolingi, per quel tanto che essa aveva bisogno di uomini di lettere - per esempio nei servizi di cancelleria - reclutava i suoi funzionari nella chiesa. Per il resto, non essendoci pi una vera burocrazia, non occorrevano pi persone istruite.  certo che l'immensa maggioranza dei conti erano illetterati. Il tipo di senator merovingio spar; l'aristocrazia non parlava pi latino, non leggeva, non scriveva pi, salvo infime eccezioni che confermano la regola(978).
Con la riforma della scrittura, che avvenne nella stessa epoca, si completa la caratterizzazione della Rinascita carolingia. Questa riforma consiste nella sostituzione della minuscola alla corsiva, cio a dire di una calligrafia con la mano bene appoggiata ad una di tipo rapido. Finch la tradizione romana si era conservata, la corsiva romana si era mantenuta presso tutti i popoli del bacino del Mediterraneo. Era in un certo senso una scrittura d'affari, scrittura ad ogni modo di un'epoca, in cui scrivere era un bisogno quotidiano. La diffusione del papiro andava di pari passo col bisogno costante di corrispondere mediante la scrittura. La grande crisi dell'VIII secolo restrinse senza dubbio questo bisogno. La scrittura non era pi richiesta che per la copia dei libri, per la quale si usava la scrittura maiuscola e l'onciale. Queste s'introdussero in Irlanda al tempo della evangelizzazione dell'isola(979), e l dall'onciale (semi-onciale) venne fuori - al pi tardi alla fine del VII secolo - la scrittura minuscola, che troviamo gi nell'antifonario di Bangor (680-690)(980). Gli Anglo-Sassoni, di questi manoscritti, come di quelli che portavano loro i missionari che venivano da Roma, fecero altrettanti esempi e modelli(981). Dalla minuscola insulare e dagli scriptoria romani, in cui la semi-onciale fu molto in onore, si svilupp al principio del IX secolo la minuscola perfetta o minuscola carolina(982). Il primo esempio datato  l'evangelario scritto da Godescalco nel 781, per ordine di Carlomagno, il quale non sapeva scrivere(983). Alcuino fece del monastero di Tours un centro di diffusione di quella nuova scrittura, che doveva determinare tutta l'evoluzione della scrittura posteriore durante il Medioevo(984).
Parecchi monasteri, che si potrebbero paragonare alle officine tipografiche del Rinascimento, provvedevano al bisogno crescente di libri e alla diffusione di questi nuovi caratteri: tali, a lato di Tours, Corbie, Orlans, Saint-Denis, Saint Wandrille, Fulda, Corvey, San Gallo, Reichenau, Lorsch. Nella maggior parte di essi, e specialmente a Fulda, si trovavano monaci anglo-sassoni(985). Si noter che quasi tutti questi monasteri sono posti nel Nord, tra la Senna e il Weser. In questi paesi, il cui nucleo era formato dagli antichi domni carolingi, ebbe la maggiore fioritura la nuova cultura ecclesiastica o, se si vuole, la Rinascita carolingia.
Lo stesso fenomeno dunque si constata in tutti i campi. La cultura, che fino allora si spandeva in tutte le regioni del Mediterraneo, emigr verso il Nord, dove si elabor la civilt del Medioevo. Colpisce la constatazione che la maggior parte degli scrittori dell'epoca seno originari dell'Irlanda, Anglo-Sassoni o Franchi dei paesi a nord della Senna: tale  il caso di Alcuino, Nasone, Etelvulfo, Hibernicus Exul, Sedulius Scotus, Angilberto, Eginardo, Rabano Mauro, Valafrido Strabone, Gottschal, Ermenrico, Vandalberto, Agius, Tegano di Treviri, Nitardo, Smaragdo, Ermoldo Nigello, Agobardo arcivescovo di Lione, Paschazio Radberto, Ratramo, Incmaro, Milone di Saint-Amand. Delle regioni meridionali e mediterranee sono originari Paolo Diacono, Teodulfo di Orlans, Paolino d'Aquileia, Giona, Prudenzio vescovo di Troyes, Bertario abate di Montecassino, Audrado, Floro di Lione, Heric di Auxerre, Servato Lupo di Sens.
La Germania convertita prese dunque d'un tratto una parte essenziale alla civilt, alla quale fino a quel momento era rimasta estranea. La cultura era stata fino allora tutta romana; allora divent romano-germanica, localizzandosi per nel seno della chiesa.  evidente pertanto che in Europa aveva luogo un nuovo orientamento, a cui il germanesimo collaborava. La corte di Carlomagno e Carlomagno stesso erano certamente molto meno latinizzati che i Merovingi. Col nuovo ordine di cose una gran quantit di funzionari furono presi in Germania, e vassalli austrasiani si stabilirono nel Sud. Le mogli di Carlomagno furono tutte germaniche. Riforme giudiziarie come quella degli scabini, per esempio, hanno la loro origine dai paesi di dove proveniva la dinastia. Sotto Pipino il clero si germanizz(986), e sotto Carlomagno tra i vescovi di paesi romani abbondavano i Germani. Ad Auxerre, Anghelmo ed Eribaldo erano tutti e due bavaresi; a Strasburgo, Bernoldo era sassone; a Mans, tre Westfaliani si succedettero; a Verdun, Uduino era un tedesco; a Langres, Erulfo ed Ariolfo provenivano da Augsburg; a Vienne, Wulferio; a Lione, Leidrado erano bavaresi. Ed io credo che la reciproca non sia vera. Per valutare la differenza si paragoni un Chilperico, che poetava in latino, a Carlomagno, che fece raccogliere gli antichi canti germanici.
Tutto questo doveva produrre uno spostamento dalle tradizioni romane e mediterranee, obbligando l'Occidente a vivere su se stesso, e producendo un'aristocrazia mista nelle ascendenze e nelle discendenze. Non fu forse allora che entrarono nel vocabolario certe parole, di cui si pone l'origine sicuramente troppo indietro? Non c'erano pi barbari, ma una grande comunit cristiana vasta quanto l'ecclesia. Questa ecclesia senza dubbio guardava verso Roma; ma una Roma che si era distaccata da Bisanzio e non poteva fare altro che guardare verso il Nord. L'Occidente viveva oramai di vita propria, si preparava a svolgere le proprie possibilit, a far valere le proprie forze, senza aspettare altra parola d'ordine che quella della religione.
Si era formata una civilt comune, di cui l'impero carolingio era il simbolo e lo strumento. Infatti se in esso l'elemento germanico collaborava, si trattava di un elemento germanico romanizzato dalla chiesa. Sussistevano senza dubbio, delle differenze. L'impero si smembrer, ma ciascuna delle sue parti sopravviver, poich la feudalit rispetter la monarchia. Insomma la cultura, che sar quella del Medioevo primitivo fino alla Rinascenza del secolo XII - una vera rinascenza questa - conserver indelebile l'impronta carolingia. L'unit politica spar; ma sussistette un'unit internazionale di cultura. Come gli stati fondati dai re barbari in Occidente nel V secolo conservarono l'impronta romana, cos la Francia, la Germania. l'Italia conservarono l'impronta carolingia.
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CONCLUSIONE.
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Da tutto quello che precede risultano, come pare, due constatazioni essenziali:
1. le invasioni germaniche non misero fine n all'unit mediterranea del mondo antico n a quello che si pu considerare essenziale nella cultura romana, cos come si conservava ancora nel V secolo, cio nell'epoca in cui non ci fu pi un imperatore di Occidente. Malgrado i turbamenti e le perdite risultate da questo fatto, non apparvero nuovi princpi direttivi n nel campo economico, n in quello sociale, n nello stato della lingua, n in quello delle istituzioni. Ci che sussiste di civilt  mediterraneo; la cultura si conserva presso le rive del mare e di l prendono origine i fenomeni nuovi: monachesimo, conversione degli Anglo-Sassoni, arte barbarica, etc. L'Oriente resta il fattore fecondante; Costantinopoli il centro del mondo. Nel 600 il mondo non ha preso una fisionomia qualitativamente differente da quella che aveva nel 400;
2. la rottura della tradizione antica ebbe per suo strumento l'avanzata rapida ed imprevista dell'Islam. Questa ebbe come conseguenza la separazione dell'Oriente dall'Occidente, mettendo fine all'unit mediterranea. Paesi come l'Africa e la Spagna, che avevano continuato a partecipare alla comunit occidentale, da allora in poi gravitarono nell'orbita di Bagdad. Apparve un'altra religione, un'altra cultura; il Mediterraneo occidentale, divenuto un lago musulmano, cess di essere la via degli scambi commerciali e delle idee, che non aveva cessato di essere fino a quel momento.
L'Occidente fu imbottigliato e costretto a vivere su se stesso, in condizione di vaso chiuso. Per la prima volta nella storia l'asse della vita mondiale si spost dal Mediterraneo verso il Nord. La decadenza, in cui cadde in seguito a questo fatto il regno merovingio, fece apparire una nuova dinastia, originaria dei paesi germanici del Nord, quella carolingia.
Il papa si alle ad essa, staccandosi dall'imperatore, il quale, assorbito dalla lotta contro i musulmani, non era pi in grado di difenderlo. Cos la chiesa si alleava al nuovo ordine di cose. A Roma, nel nuovo impero che essa fond, non c'era pi che essa, e la sua autorit divenne tanto pi grande in quanto che lo stato, non riuscendo a mantenere una sua amministrazione, si lasci assorbire dalla feudalit, come conseguenza fatale del regresso economico.
Tutte le conseguenze di questi avvenimenti apparvero chiarissime dopo Carlomagno. Con le sfumature che passano da paese a paese, l'Europa, dominata dalla chiesa e dalla feudalit, prese allora una fisionomia nuova. Il Medioevo - per conservare la locuzione tradizionale - cominciava. La transizione fu lunga; si pu dire che essa prese tutto il secolo che corse dal 650 al 750. In questo periodo di anarchia si perdette la tradizione antica e presero il sopravvento gli elementi nuovi.
L'evoluzione termin nell'800 con la costituzione del nuovo impero, che consacr la rottura dell'Occidente dall'Oriente per il fatto stesso che dava all'Occidente un nuovo impero romano. Questa era la prova evidente che si era staccato dal vecchio impero, continuato da Costantinopoli.
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FINE.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE.
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Henri Pirenne non ha avuto, in Italia, una particolare attenzione, di l da generiche manifestazioni di apprezzamento per la sua opera di storico, prima della fine della seconda guerra mondiale. Per convincersene, baster dire che unica recensione di rilievo al Maometto e Carlomagno, apparsa in Italia, fu quella di Paolo Brezzi nella "Rivista storica italiana", s. v, vol. III, 4, pp. 129-35 e che due necrologi, non certamente illuminanti, apparvero in "Nuova rivista storica", XIX (1935), pp. 562-3 e in "Studi medievali", n.s., VIII (1935), pp. 152-4.
Delle opere, sono state tradotte in italiano, oltre a Maometto e Carlomagno, trad. it. a cura di M. Vinciguerra, Bari, Laterza 1939; Storia d'Europa. Dalle invasioni al XVI secolo, trad. it. a cura di M. L. Paradisi, Firenze, Sansoni 1956, 2a ed. ivi 1967; Storia economica e sociale del Medioevo, trad. it. a cura di L. Cammarano, Milano, Garzanti 1967.
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Per una rapida, ma completa ed essenziale biografia di H. Pirenne - oltre ai ricordi di Jacques Pirenne premessi a Mahomet et Charlemagne, Paris-Bruxelles 1937, pp. V-VII e a Histoire de l'Europe, Paris-Bruxelles 1936, pp. V-XIII - si veda la voce Pirenne, Henri curata da F. L. Ganshof per la Biographie nationale del Belgio, vol. XXX, suppl. II, Bruxelles 1959, coll. 671-723. Indispensabili, per misurare la fecondit dell'insegnamento del Pirenne e valutare la reazione che le sue opere suscitarono, mentr'egli era ancora in vita o scomparso da poco: Mlanges d'histoire offerts  Henri Pirenne, Bruxelles 1926; Etudes d'histoire ddies  la mmoire de Henri Pirenne par ses anciens lves, Bruxelles 1937; Henri Pirenne. Hommages et souvenirs, Bruxelles 1938 (che comprende, nel vol. I, pp. 145-64, una Bibliographie des travaux historiques d'Henri Pirenne, completa e aggiornata rispetto a quella gi apparsa in Mlanges d'histoire... cit., pp. XXV-XXXIX). Per la valutazione critica della sua opera - oltre a quanto, in proposito, ampiamente scritto negli studi ricordati - fondamentali i lavori:
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F. L. GANSHOF, Henri Pirenne and Economic History, in "The Economie History Review", 1936; e. VERLINDEN, Henri Pirenne, in Architects and Craftmen in History. Festschrift fr Ahbot Payson Usher, Tbingen 1958; B. LYON, L'oeuvre de Henri Pirenne, in "Le Moyen ge", LXVI (1960), pp. 437-93.
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Molto importanti anche i rilievi e i sussidi bibliografici aggiornati, relativi ai singoli aspetti toccati dal Pirenne nella sua Storia economica e sociale del Medioevo, dovuti a H. van Werveke, nella trad. it. gi citata, pp. 243-304.
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Su Maometto e Carlomagno, oltre ai saggi e alle critiche indicati nella Prefazione, si veda il volumetto curato da A. F. Havighurst, The Pirenne Thesis: Analysis, Criticism and Rvision, comprendente i saggi pi significativi (da quello del Lopez a quello del Dennett, a quello della Riising) apparsi a proposito della famosa "tesi" avanzata in Maometto e Carlomagno. V. anche il volume miscellaneo Bedeutung und Rolle des Islam beim Uebergang vom Altertum zum Mittelalter. Darmstadt 1968.
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Sulla periodizzazione tra mondo antico e mondo medievale, nella vastissima letteratura sull'argomento, indicheremo solo due saggi, recenti e dovuti a storici italiani di grande valore: Tardo antico e alto medievale: difficolt di una periodizzazione (ora in Italia medievale, Napoli 1966, pp. 1-21). di E. SESTAN; e La fine del mondo antico, Milano 1959, di S. MAZZARINO.
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Dal 1969 ad oggi, l'attenzione alla tesi di H. Pirenne non  certo diminuita: anche se il vigore e l'originalit di certe polemiche che contraddistinguono molti degli scritti indicati nella bibliografia del saggio introduttivo alla nuova traduzione di Mahomet et Charlemagne non si ritrovano con la stessa nettezza. Cos , in una dimensione sostanzialmente celebrativa, la ponderosa monografia di BRYCE LYON, Henri Pirenne, A Biographical and Intellectual Study, Ghent, E. Story-Scientia 1974, pp. XIX-477, in cui - ovviamente - non un sol cenno  dedicato alla nuova traduzione dell'opera pirenniana in italiano e alla relativa Introduzione: e ci per il semplice fatto che non conoscendo evidentemente il Lyon l'italiano (la citazione del saggio di e. M. CIPOLLA, Encore Mahomet et Charlemagne avviene solo perch il saggio stesso  scritto in francese), l'autore ritiene che la nostra lingua non sia scientificamente "degna". Poco male: visto che ignora anche E. ASHTOR, Quelques observations d'un orientaliste sur la thse de Pirenne, in "Journal of Economie and Social History of the Orient", XIII (1970), pp. 166-94; ID., Nouvelles rflexions sur la thse de Pirenne, in "Schweizerische Zeitschrift fr Geschichte", xx (1970), pp. 601-7; A. s. EHRENKREUTZ, Another Orientalist's Remarks Concerning the Pirenne Thesis, in "Journal of Economie and Social History of the Orient", XV (1972), pp. 94-104. Alle quali indicazioni andr aggiunta quella in qualche modo collegata con i temi pirenniani di M. BALARD, Amalfi et Byzance (X-XII sicles), in "Travaux et mmoires. 6: Recherches sur le XIe sicle", Paris 1976, pp. 85-95. La posizione di E. Ashtor nei riguardi della tesi Pirenne , nell'insieme, a favore dell'accettazione sostanziale della stessa. Nei secoli di faticosa e polidirezionale costruzione dell'Europa "carolingia" e "post-carolingia", il commercio nel bacino occidentale del Mediterraneo si sarebbe notevolmente contratto mentre nel bacino orientale ci sarebbe stata una decadenza dell'attivit economica delle citt costiere della Siria e dell'Egitto: la causa di questi fenomeni andrebbe ricercata per un verso nell'incessante tensione bellica tra Musulmani e Bizantini e per un altro nell'esodo (alla fine del VII secolo) dei mercanti greci ed ebrei da Alessandria, Tiro, Cesarea etc., complicata dalle lotte tra Andalusi e Fatimidi che accelerarono, nonostante alcuni provvedimenti restaurativi del califfo al-Mutawakkil, la decadenza di Alessandria. Quindi tra VII e IX secolo ed oltre, il Mediterraneo avrebbe effettivamente conosciuto una grave crisi come via commerciale essenziale, qual era stata prima dell'invasione araba delle coste africane, palestinesi e siriane. Ehrenkreutz, dal canto suo, assumendo anch'egli un atteggiamento di maggiore apprezzamento complessivo per la tesi dello storico belga - cosa piuttosto rara, come si  visto, per un orientalista - si chiede se la decadenza del traffico commerciale mediterraneo non sia da spiegarsi con un nuovo orientamento intercontinentale delle correnti mercantili di prodotti "tradizionali" dell'Oriente. La conclusione di Ehrenkreutz (p. 104)  pertanto: "anzich discutere le condizioni del commercio mediterraneo in seguito alla conquista araba, gli storici che dibattono la tesi Pirenne dovrebbero considerare le condizioni del commercio verso l'Oriente esistenti ai tempi del mare nostrum. Soprattutto, essi dovrebbero ammettere la possibilit che i motivi di certe conclusioni nella controversia sulla tesi Pirenne andrebbero ricercati nella politica economica, ispirata a criteri di costruzione e sviluppo, dei conquistatori arabi".
I lavori dell'Ashtor e dell'Ehrenkreutz, quindi, sono complementari: il primo, valendosi di un'esplorazione assai accurata delle fonti arabe, apporta indubbi elementi di conferma al fenomeno intuito dallo storico belga; il secondo ribalta il rapporto causa ed effetto della celebre tesi: non decadenza del commercio nel Mediterraneo occidentale per la conquista araba, ma costituzione di centri commerciali arabi alternativi a quelli mediterranei. Ed un richiamo - ancora un richiamo - a voler considerare un fenomeno che sembra sempre pi accertato da un punto di vista appropriato, che non  quello "occidentale" o prevalentemente "occidentale", ma soprattutto "orientale". Ed  motivo di non poche riflessioni la circostanza che, al tirar delle somme, la "questione" della tesi Pirenne si ponga sempre nei suoi termini pi veri, che sono i termini della storiografia pirenniana: quelli di una cultura europea nordoccidentale arroccata in una autoconsiderazione della propria centralit nella prospettiva storiografica mondiale. Lopez, in fondo, reagiva ad un mondo culturale che tecnicamente forse aveva superato di non molte lunghezze, ma di cui avvertiva l'insufficienza in un clima che, specie dopo la seconda guerra mondiale, non aveva pi certi "sottofondi" etici. Pure, quella che un sociologo alla Braudel o alla Brunner chiamerebbe una "struttura", e cio l'entit storico/geografica "Mediterraneo", era balzata proprio in primo piano dopo Mahomet et Charlemagne e dopo Les villes du Moyen Age: non  senza significato che F. BRAUDEL, Civilt e Imperi del Mediterraneo nell'et di Filippo II, trad. it., Torino 19532, p. 1536, consideri "per l'orientamento generale del libro: le opere di base e di controllo" come da collocarsi "in testa all'elenco, com' giusto, le opere di Henri Pirenne, Les villes du Moyen Age (Bruxelles 1927), Mahomet et Charlemagne, in 'Revue belge de Philologie et d'Histoire', I (1922)". Mi sembra perci strano che il Mahomet et Charlemagne - non quello della "Revue belge" n quello postumo - pirenniano non compaia citato in I. WALLERSTEIN, Il sistema mondiale dell'economia moderna, Bologna 1978, trattandosi di libro costruito in un'assoluta ortodossia "braudeliana" e derivante da Presupposti medievali (cap. I, pp. 15-79) oltre che dal postulato "Das Mittelmeer ist eine Welt fr sich", come ricorda lo stesso Braudel nell'Introduzione all'edizione italiana, p. X. Ma in fondo nell'utilizzazione di The Stage of the Social History of Capitalism, in "The American Historical Review", XIX (1914), pp. 494-515 e della Storia economica e sociale del Medioevo, trad. it., Milano 19722  implicito tutto un richiamo alle tesi dello storico belga.

Quanto abbiamo scritto nelle pagine precedenti rispecchia una situazione bibliografica e di dibattito storiografico al 1979, data alla quale ripubblicavamo le Introduzioni aggiornate ai due volumi del Pirenne (Mahomet et Charlemagne e Les villes du Moyen Age) che erano stati ritradotti o tradotti in italiano, per l'editore Laterza, nel nostro volume Medioevo passato prossimo, edito per i tipi de Il Mulino (cfr. O. CAPITANI, Medioevo passato prossimo, Bologna, Il Mulino 1979, pp. 98-101). Che cos' avvenuto da allora? Nessuno ci chieder di segnalare tutti i "ricordi" della tesi Pirenne: baster fare una menzione, anche a conferma che - siano o non siano i medievalisti italiani, come pare voglia Cinzio Violante in alcune confidenze a Girolamo Arnaldi, rimasti "pirenniani" nel fondo delle loro coscienze - quella famosa tesi come scriveva R. S. LOPEZ nel 1977, in Quaranta anni dopo Pirenne, in La navigazione mediterranea nell'alto medioevo, Spoleto, Cisam 1978, pp. 15-31; 33-44) apparisse: "un dibattito che dopo averci molto insegnato, si  ormai chiuso senza conclusioni accettate o accettabili all'unanimit" (p. 15). Ma del Lopez - che non fece mai menzione della nostra Introduzione com' noto - ci piace sottolineare che quasi dieci anni dopo la stessa, nella discussione (p. 41) riconosceva che un grande valore, forse l'essenziale, era contenuto negli aspetti culturali ed intellettuali, che erano alla base dell'articolo del 1922 (cfr. Discussione alla lezione Lopez, in La navigazione mediterranea cit., p. 41). Il che vuol dire confermare quanto avevamo gi scritto nel 1969 sul permanente valore del libro come stimolo, non solo e non tanto, ormai, per la storia economica, ma per una pi ampia storia culturale.
Certo, anche attesa la fortuna editoriale che  toccata alla ristampa della trad. it. di Mahomet et Charlemagne (dal 1969 sette ristampe nella "Universale Laterza" e una nella "Biblioteca Universale Laterza"!), i medievisti italiani si mostrano variamente interessati: e forse sulla loro scia anche quelli di lingua inglese, se guardiamo a R. HODGES - D. WHITEHOUSE, Mohammed, Charlemagne and the Origins of Europe, Oxford, Alden Press 1983, che si propone di compiere un approccio "archeologico" alla famosa tesi, come richiama il sottotitolo: Archaeology and the Pirenne Thesis. Molte delle critiche alle famose quattro "sparizioni" che costituiscono i pilastri della tesi vengono ribadite dai reperti archeologici; ne viene soprattutto inficiato il presupposto del ruolo determinante dell'ingresso degli Arabi nell'area mediterranea, come causa di profonde modificazioni delle relazioni economiche tra Oriente ed Occidente: "the transformation of the Mediterranean was well advanced before the first Arab incursion" (p. 169, corsivo nostro). La permanenza di un qualche assetto romano tra V e VI secolo non sembra potersi estendere al VII secolo, cos che "the creation of an Islamic empire in the later seventh and eight centuries was partly a product, not a cause of the economie transformation detected by Pirenne" (p. 170). E cos Anne Riising aveva ragione; e quanto alla crisi completa del rapporto nel IX secolo, essa  in parte spiegata dall'accesso di manufatti occidentali nei mercati baltici, dove la monetazione argentea defluita dall'Oriente veniva assorbita dai programmi di Carlo e di Ludovico il Pio impegnati in una politica di prestigio e di "grandeur" affidata alla Chiesa come elemento ben pi coagulante del territorio del vasto Impero carolingio. Crisi, pertanto, cronologicamente parallele, ma autonome dopo la met del sec. IX, tra i Carolingi, dilaniati dalle note guerre interne tra i discendenti di Ludovico il Pio, e tra i califfi abbasidi, anch'essi lanciati in una politica di "grandezza" con la costruzione di capitali gigantesche e sfarzose, avviarono ad un distacco sempre pi netto Occidente ed Oriente.
Come si vede anche da queste semplici e sommarie notazioni, l'approccio archeologico condotto dai due autori inglesi conferma sostanzialmente i punti di arrivo di tutta la critica non preconcetta che da cinquant'anni  stata mossa alla tesi Pirenne. Su di un piano storiografico - di storia della storiografia, intendo - c' da osservare, da parte italiana, che se avesse tenuto conto delle considerazioni avanzate sin dal suo primo apparire in traduzione italiana con Introduzione, nel 1969, presso Laterza, il libro avrebbe potuto, forse, dedicare pi spazio agli aspetti archeologici e assai minore a quelli di rivisitazione storiografica. Ma  ormai perfino tedioso constatare che la storiografia anglosassone, ancor pi di altre su cui ci siamo intrattenuti molti anni fa, ignora tutto ci che non sia scritto in lingua inglese: in omaggio alla concezione britannica dell'unit culturale europea, del sec. XX. Finalmente, l'occasione delle commemorazioni di R. S. Lopez ha offerto a G. Arnaldi (a Spoleto, nel 1987) e a chi scrive (a Genova, nel 1987) di fare altri riferimenti alla tesi Pirenne: mentre la prima commemorazione  stampata in AA. vv., Popoli delle steppe: Unni, Avari, Ungari, n, Cisam, Spoleto 1988, pp. 783-797, quella di chi scrive si pu leggere in o. CAPITANI, Medioevo, Europa e R. S. Lopez, in "Studi medievali", s. III, XXVIII, II (1987), pp. 845-59.
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CRONOLOGIA.
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1862 Nasce a Verviers il 23 dicembre, da Lucien-Henri Pirenne e da Virginie Duesberg entrambi discendenti da famiglie di industriali: il padre  industriale egli stesso e "scabino" dei lavori pubblici.
1878 Legge un indirizzo di saluto a Leopoldo II giunto a Verviers per l'inaugurazione della diga della Gileppe.
1879 Entra all'Universit di Liegi dove, dopo un primo volgersi agli studi giuridici voluto dal padre, Pirenne ascolta le lezioni di G. Kurth, professore di storia medievale e direttore dei "cours pratiques" - sorta di seminari del tipo di quelli creati da L. Ranke.
1882 Pubblica nei "Mmoires" de l'Acadmie royale de Lige un saggio su Sedulius de Lige, per consiglio e sotto la direzione di G. Kurth.
1883 Il 6 luglio discute una tesi di dottorato in lettere e filosofia; in agosto vince una borsa di studio con una memoria dal titolo Histoire de la Constitution de la ville de Dinant au Moyen ge che, riveduta, viene pubblicata a Gand nel 1889.
1883-84 In Germania a Lipsia, segue i corsi di G. CorniI (diritto romano) e di W. Arndt (paleografia); a Berlino segue i corsi di H. Bresslau (diplomatica) e di G. Schmoller (storia economica). Conosce G. Waitz (Monumenta Germaniae Historica), K. Lamprecht e R. Hoeniger(44).
1884-85 In Francia a Parigi frequenta l'Ecole Pratique des Hautes Etudes; allievo di A. Giry (diplomatica e storia urbana), di G. Monod e di M. Thvenin e del celebre ed ammirato Fustel de Coulanges; entra in rapporto anche con M. Vauthier, futuro professore di diritto all'universit di Bruxelles; si lega amichevolmente con M. Prou e A. Lefranc.
1884 Fallisce il progetto di far tenere a H. Pirenne un corso di paleografia e diplomatica all'Universit di Liegi, per l'opposizione del gabinetto cattolico Woeste-Jacobs: Pirenne  noto come liberale.
1885 Un nuovo gabinetto cattolico, anche per l'intervento di G. Kurth presso il ministro degli Interni e della Pubblica Istruzione Thonissen, concede a H. Pirenne l'incarico di paleografia e diplomatica presso l'universit di Liegi;  incaricato di seminari storici presso la Scuola normale della stessa citt.
1186 Professore straordinario di storia medievale e di storia del Belgio all'universit di Gand; tiene anche seminari di geografia politica e di storia nelle "Sections normales flamandes", annesse alla Facolt di lettere e filosofia dell'universit.
1887 Il 19 dicembre sposa Jenny Vanderhaegen, figlia di un magistrato: da allora la signora Pirenne diviene una collaboratrice preziosa per il marito, di cui ricopier a mano - non era diffuso l'uso della macchina dattilografica - le opere per la stampa. Dall'unione nasceranno quattro figli maschi: Henri-Edouard, nato il 18 ottobre 1888 a Gand, professore di filosofia all'universit di Gand, morto il 28 maggio 1935, a Uccie; Jacques, nato a Gand il 26 giugno 1891, professore onorario all'universit di Bruxelles di storia del diritto, creato conte il 23 gennaio 1951; Pierre, nato a Gand il 19 gennaio 1895, studente in matematica e fisica, arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, caduto sul fronte dell'Yser il 3 novembre 1914; Robert, nato a Gand il 28 dicembre 1900, magistrato a Bruxelles, morto a Uccie il 22 aprile 1931.
1891 Membro della Commission royale d'Histoire.
1898 Membro corrispondente della Acadmie royale de Belgique.
1899 Professore ordinario.
1903 Membro ordinario della Acadmie royale de Belgique.
1907 Segretario della Commission royale d'Histoire: promuove la pubblicazione degli Actes des princes belges.
1914 3 agosto: il Belgio  invaso dalle truppe tedesche. Pirenne difende il patrimonio spirituale e materiale dell'universit di Gand contro i tedeschi; ha tre figli al fronte.
1916 Il 18 marzo  deportato, insieme con l'amico e collega Paul Frdricq, in Germania, a Krefeld e a Holzminden; impara il russo; per l'intervento di Benedetto XV, di Alfonso XIII di Spagna e di W. Wilson il 24 agosto dello stesso anno  autorizzato a risiedere a Jena insieme con Paul Frdricq.
1917 Il 24 gennaio  separato dal Frdricq e trasferito a Kreuzburg an der Werra in Turingia; comincia a stendere la Histoire de l'Europe. Des invasions au XVIe sicle, che apparir postuma, nel 1936.
1918 L'8 agosto  raggiunto dalla moglie e dal figlio Roberto.
1920  membro del consiglio di amministrazione della Fondation universitaire (sino al 1926); poi dal 1926 al 1930 ne  vice-presidente; succede per la storia moderna del Belgio a Paul Frdricq.
1922 Da settembre a dicembre tiene una serie di lezioni alle Universit americane. Princeton lo induce a raccogliere le sue lezioni in Medieval Cities: Their Origins and the Revival of Trade, Princeton University Press 1925. Nel 1927 uscir la redazione francese: Les villes du Moyen ge. Essai d'histoire conomique et sociale, Bruxelles 1927.
1923 Presidente del V Congresso internazionale di scienze storiche che si tiene a Bruxelles (pronunzia il discorso introduttivo De la mthode comparative en histoire).  incaricato di storia delle istituzioni medievali.
1926 Tra i fondatori del Comit international des sciences historiques.
1930 H. Pirenne, professore emerito, si trasferisce a Uccie, nei pressi di Bruxelles.
1931 Da novembre a dicembre tiene corsi all'universit di Bruxelles su Maometto e Carlomagno, con enorme successo.
1932 Appare il VII volume della Histoire de Belgique (il I era apparso nel 1900).
1935 4 maggio: termina la prima stesura di Mahomet et Charlemagne; 24 ottobre: muore a Uccie, a settantatr anni.
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NOTE alla seconda parte.
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(582)  inutile parlare qui del regno di Palmira distrutto nel III secolo, e che era a nord della penisola (VASILIEV, op. cit., I, p. 265).
(583) VASILIEV, op. cit., t. I, p. 265, ed ivi cit. DUSSAUD, Les Arabes en Syrie avant l'Islam, Paris 1907.
(584) Ibid., p. 274.
(585) Ibid., p. 263.
(586) Ibid., p. 280.
(587) HALPHEN, Les barbares des grandes invasions aux conqutes turques du XI' sicle, Parigi 1926, p. 132: "Si les Arabes ont vaincu, c'est que le monde auquel ils s'attaquaient, tait prt  tomber en ruine".
(588) Il DAWSON (op. cit., p. 153) vede nell'entusiasmo religioso la causa essenziale delle conquiste.
(589)VASILIEV, op. cit., p. 279, ed ivi cit. GOLDZIHER, Vorlesungen ber den Islam, 1910.
(590) Ibid., p. 275.
(591) Si va all'Islam anche per interesse. In Africa, secondo Ibn Khaldun, i Berberi apostatizzarono dodici volte in settant'anni. JULIEN, Hist. de l'Afrique du Nord, 1931, p. 320.
(592) In Spagna nel IX secolo anche i cristiani non sapevano pi il latino, e si traducevano in arabo i testi dei concili.
(593) VASILIEV, op. cit., p. 282.
(594) Attaccarono Costantinopoli il 668 e il 669; nel 673 iniziarono un blocco, che dur quasi cinque anni: HALPHEN, op. cit., p. 139.
(595) JULIEN, op. cit., p. 318.
(596) Ibid., p. 319.
(597) Ibid., p. 320. Mi pare che il J. riduca al minimo la parte dei Bizantini a profitto dei Berberi.
(598) Ibid., p. 321.
(599) Ibid., pp. 322-3.
(600) Ibid., p. 323.
(601) Ibid., p. 327.
(602) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 240.
(603) HALPHEN, op. cit., pp. 142-3.
(604) Questa battaglia non ha l'importanza che le si attribuisce, e non si pu paragonare alla vittoria riportata su Attila. Essa segna la fine di una incursione, ma non arresta nulla in realt. Se Carlo fosse stato vinto, non ne sarebbe risultato che un saccheggio pi considerevole del paese.
(605) BREYSIG, Jahrbcher des Frnkischen Reichs. Die Zeit Karl Martel, pp. 77-8.
(606) Ibid., p. 84.
(607) Ibid., p. 86.
(608) HAHN, Jahrbcher des Frnkischen Reiches, p. 141.
(609) Si avranno ancora molte devastazioni in Provenza. Nel 799 i Saraceni saccheggiarono le coste dell'Aquitania, senza dubbio dal lato dell'Atlantico: Miracula S. Filiberti, Mon. Ger. hist. SS., XV, p. 303. Cfr. VOGEL, Die Normannen und Frnkisc. Reich, Heidelberg 1907, p. 51, n. 4. Gi nel 768 i Mori molestavano i dintorni di Marsiglia: Cronaca dello pseudo-Fredegario, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., n, p. 191. Nel 778 essi minacciarono l'Italia: JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2424. Nel 793 attaccarono la Settimania: BHMER-MUHLBACHER, Regesta, p. 138. Nell'813 saccheggio di Nizza e Civitavecchia; nell'838, saccheggio di Marsiglia; nell'848 presa di Marsiglia; nell'847 e 850 scorrerie su tutta la Provenza; nell'889 impossessamento di Saint-Tropez e La Garde Freynet. Dal lato dell'Atlantico nell'isola di Noifmoutier c'erano Arabi venuti dalla Spagna nell'VIII secolo: POUPARDIN, Monuments de l'histoire des abbayes de Saint-Philibert, 1905, p. 66.
(610) HARTMANN, op. cit., III, pp. 170-1.
(611) RICHTER e KOHL, Annalen des Frnkisc. Reichs im Zeitalter der Karoling., p. 132.
(612) KLEINCLAUSZ, Charlemagne, Paris 1934, pp. 326 sgg.
(613) Ibid., p. 330.
(614) RICHTER e KOHL, op. cit., p. 141.
(615) Annales regni Francor., a. 799, Mon. Ger. hist., SS., ed. KURZE, in us. schol., p. 108.
KLEINCLAUSZ, op. cit., p. 332, n. 2.(616) 
(617) Annales regni Francor. cit., a. 806, 807, ed. KURZE, pp. 122, 124.
(618) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2515; KLEINCLAUSZ, op. cit., p. 331.
(619) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2524.
(620) Lo HARTMANN (op. cit., III, p. 179), osserva che  la sola spedizione d'oltremare tentata dai Franchi. Cfr. RICHTER e KOHL, op. cit., p. 260.
(621) Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 67. La Provenza verso la stessa epoca fu ancora devastata nell'849: HARTMANN, op. cit., in, p. 224; e dovette esserlo nuovamente nell'890: Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 377.
(622) JAFF-WATTENBACH, op. cit., p. 330.
(623) Mon. Ger. hist., Capit., 11, p. 66. Per l'erezione del muro Lotario nell'846 ordin una sottoscrizione in tutto l'impero.
(624) HARTMANN, op. cit., III, p. 213.
(625) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2959. Saccheggio delle coste italiane nell'872.
(626) GAY, L'Italie mridion. et l'Empire byzant., 1904, p. 130.
(627) La flotta difendeva Bisanzio non solo dai musulmani, ma anche dai Franchi. Bast nell'806 l'invio di una flotta, contro la quale Carlomagno non poteva nulla, perch questi rinunziasse a Venezia. I Franchi sul mare dipendevano assolutamente dalle flotte italiane: nell'846 Lotario, non avendo flotta, domand ai Veneziani di attaccare i Saraceni di Benevento navali expeditione (Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 67).
(628) SCHAUBE, Handelsgeschichte der Romanisc. Vlker des Mittelmeergebiets, Monaco 1906, p. 26. A Ludovico II era fallita la campagna intrapresa in Italia tra l'866 e l'873 in seguito alla discordia tra lui e gl'Italiani, che per un certo momento lo fecero anche prigioniero: HARTMANN, op. cit., in, pp. 265, 288, 296.
(629) Parlando dell'Africa il Marais dice: "I ponti sono tagliati tra essa e l'Europa cristiana. Essa vive con gli occhi fissi su Bagdad o sul Cairo".
(630) A proposito della chiusura del Mediterraneo occidentale per opera dell'Islam (non  lo stesso per quello orientale) vedi il testo dell'Arabo cristiano Yahya-Ibn-Said di Antiochia (XI secolo), il quale dice che dal tempo di papa Agatone (678-681) egli non possiede pi una lista sicura dei "patriarchi di Roma". BDIER, Charlemagne et la Palestine, in "Rev. Histor.", CLVII (1928), p. 281.
(631) Non  un caso che la serie delle monete pseudo-imperiali in Gallia si arresti ad Eraclio (610-641). Cfr. PROU, Catal. des monn. mroving. cit., pp. XXVII-XXVIII.
(632) Secondo il KLEINCLAUSZ (La lgende du protectorat de Charlemagne sur la Terre Sainte, in "Syria", 1926, pp. 211-33), Harun non dette all'imperatore che la tomba del Cristo. Il BDIER, riprendendo la questione (op. cit., "Revue historique", CLVII, 1928, pp. 277-91), pensa che senza che ci sia stata una concessione di protettorato, Harun abbia lasciato a Carlomagno un'"autorit morale" sui cristiani di Palestina.
(633) Il BUCHNER (op. cit., p. 48), stima che il commercio esista ancora fino a questa data, ma non dopo, soprattutto perch l'abbazia di San Dionigi non fece pi confermare i suoi privilegi. Nel 695 essa ottenne una villa in cambio di una rendita tratta dal tesoro pubblico, LAUER, Les diplmes orgin. des Mroving., pi. 24. Cfr. LEVILLAIN, tudes sur l'abbaye de Saint-Denis, in "Bibl. cole des chartes", XCI (1930), pp. 288 sgg.
(634) C' ancora una certa navigazione nell'VIII secolo. Per es., i papi inviavano spesso i loro ambasciatori a Pipino marino itinere, a causa dei Longobardi. Ma il fatto stesso che si specifichi la cosa mostra che essa  eccezionale. Ugualmente gli ambasciatori inviati dai califfi a Pipino ed a Carlo vengono per Marsiglia, Porto, Venezia e Pisa.
(635) Il BUCHNER (op. cit., p. 49), fornisce altri esempi dai quali risulta che non c' pi navigazione tra Marsiglia e Roma. Per errore il KLEINCLAUSZ dice che i legati inviati da Carlomagno a Bisanzio si imbarcarono a Marsiglia.
(636) So bene che bisognerebbe rendere le armi, se i cappi nel capitolare di Kiersy dell'877 (Mon. Ger. hist., Capit., n, p. 361,  31) fossero, come suppone il THOMPSON (Economie and social hist. of the Middle ages, 1928, p. 269) mercanti siri; ma per ammettere questo bisognerebbe supporre con lui che cappi non sia che la forma latinizzata della parola greca ??p???? diventato in siriaco Rapila (mercante). Ma, a parte una impossibilit linguistica, bisogna guardarsi dal credere che cappi designi esclusivamente gli Ebrei. E infine il famoso apax legomenon  dovuto senza dubbio ad una cattiva lettura del Sirmond, che nel 1623 pubblic questo testo su di un manoscritto ora disperso.
(637) Il primo atto reale su pergamena  del 12 settembre 677.
(638) Liber vitae Patrum, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., I, p. 742.
(639)  stato negato, invocando un testo che figura in seguito ai famosi statuti dell'abate Adalardo di Corbie, in un ms. di cui il LEVILLAIN pone la redazione poco dopo il 986 (Les statuts d'Adalhard, in "Le Moyen ge", 1900, p. 335). Ora, siccome gli statuti furono composti nell'822, ci si accorda generalmente nel porre la redazione del testo tra l'822 e il 986. Se cos fosse, risulterebbe che in quell'epoca, o per lo meno dopo l'822, si sarebbe potuto continuare a fornirsi di papiro sul mercato di Cambrai, e quindi in tutta la Gallia.  per strano constatare che nulla viene a confermare questo testo. In realt la cosa si spiega rilevando che il testo non fa corpo con gli statuti, ma  un'addizione posteriore, e rimonta senza alcun dubbio all'epoca merovingia. Esso consiste in effetti di una lunga lista di spezie che i monaci di Corbie possono acquistare sul mercato di Cambrai. Basta percorrere questa lista per ritrovarci con qualche aggiunta tutti i prodotti citati nella carta del 716 per Corbie. Niente di pi semplice, a prima vista - ed  ci che si  fatto - che spiegare questa concordanza con la continuit dell'esportazione; ma sfortunatamente questo non  possibile. Polyptyque de l'abb Irminon, ed. GURARD, II, p. 336.
(640) DUCANGE, op. cit., voce pulmentum.
(641) Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 90 (Capit. "de villis", c. 70).
(642) Ibid., p. 91.
(643) Mon. Ger. hist., Formul., ed. ZEUMER, p. 292.
(644) Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 10.
(645) Ibid., p. 83.
(646) Mon. Ger. hist., Epist. selec, ed. TANGL, I, p. 156.
(647) Ibid., p. 97.
(648) Ibid., pp. 189, 191.
(649) Mon. Ger. hist., Capii., I, p. 251, nei Brevium exempla, composti verso l'810, nei quali  questione della presenza nel tesoro di una chiesa di una "dalmatica sirica", di "fanones lineos serico paratos", di "linteamina serico parata", di "manicas sericas auro et margaritis paratas et alias sericeas", di "plumentium serico indutum". Sono tutti ornamenti di chiesa, ma un certo numero rimonta senza dubbio al periodo anteriore.
(650) HARTMANN, op. cit., II 2, pp. 102 sgg.
(651) DIEHL, Une rpubl. patricienne. Venise, p. 5.
(652) Ibid., p. 7.
(653) BUCHNER, op. cit., p. 58.
(654) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2480.
(655) RICHTER e KOHL, op. cit., II, p. 166.
(656) RICHTER e KOHL, op. cit., II, p. 172; HARTMANN, op. cit., III, p. 60.
(657) RICHTER e KOHL, op. cit., II, p. 178.
(658) HARTMANN, op. cit., III, p. 62.
(659) RICHTER e KOHL, op. cit., Il, p. 188; HARTMANN, op. cit., III, p. 64.
(660) HARTMANN, op. cit., III, p. 66.
(661) HARTMANN, Die wirtschaftlicken Anfnge Venedigs, in "Vierteljahrsschrift fur sozial- und Wirtschaftsgeschich.", II (1904), pp. 434-42.
(662) SCHAUBE, op. cit., p. 3.
(663) HARTMANN, op. cit., III, p. 68.
(664) SCHAUBE, op. cit., p. 3, n. 3; p. 22; DOPSCH, Die Wirtschaftsentwicklung der Karolingerzeit, u, 1922 2, p. 143.
(665) Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 130.
(666) THOMPSON, op. cit., p. 267.
(667) BUCHNER, op. cit., p. 59.
(668) Vedi a questo proposito la curiosa storia di san Graud d'Aurillac. GANSHOF, Note sur un passage de la vie de S. Graud d'Auril, in "Mlan. Jorga", 1933, pp. 295-307.
(669) BRHIER, Bullet. hist., Hist. byzant., in "Revue hist.", CLIII (1926), p. 205.
(670) GAY, op. cit., pj. 66.
(671) Ibid., pp. 46-8.
(672) Pagavano in soldi d'oro le ammende ai sovrani franchi.
(673) ENGEL e SERRURE, op. cit., p. 288.
(674) Annales regni Francorum cit., a. 820, p. 153: "In Italico mari octo naves negotiatorum de Sardinia ad Italiam revertentium".
(675) GAY, op. cit., p. 112.
(676) Ibid., p. 33.
(677) Ibid., pp. 41-2.
(678) Ibid., p. 249.
(679) Ibid., pp. 98, 127.
(680) Ibid., p. 128.
(681) Ibid., p. 98.
(682) HARTMANN, op. cit., III Ibid., III 1 p. 249.2, p. 35.
(683) 
(684) Mon. Ger. hist., Capit., n, p. 67.
(685) GAY, op. cit., p. 129.
(686) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., I, p. 237.
(687) FUSTEL DE COULANGES, L'invasion germanique et la fin de l'Empire, p. 559.
(688) FUSTEL DE COULANGES, Les transformations de la royaut pendant l'poque carolingienne, p. 85.
(689) RICHTER, Annalen des Frnk. Reichs, im Zeitalter der Merow., p. 168.
(690) Ibid., p. 167.
(691) Il FUSTEL DE COULANGES (Les transformations cit., p. 9), non vede assolutamente niente nell'editto del 614 che indichi un indebolimento della regalit. In senso contrario vedi Lot, in LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., I, pp. 321-2.
(692) RICHTER, op. cit., pp. 49, 53.
(693) HARTMANN, op. cit., I, p. 267.
(694) Ibid., pp. 282-3.
(695) Ibid., p. 284 e cfr. RICHTER, op. cit., p. 57.
(696) RICHTER, op. cit., p. 58.
(697) Ibid., p. 69.
(698) Ibid., pp. 70, 72.
(699) Ibid., p. 81.
(700) Ibid., pp. 87, 93.
(701) Ibid., p. 92.
(702) Ibid., p. 94.
(703) Ibid., pp. 159, 161.
(704) HARTMANN, op. cit., Il, p. 247.
(705) GUILHIERMOZ, Essai sur les origines de la noblesse, p. 70.
(706) LOT, PFISTER, GANSHOF, op. cit., pp. 318-20.
(707) L'immensit stessa delle donazioni fondiarie fatte dai re - le quali secondo LOT, PFISTER, GANSHOF (op. cit., p. 340), dettero al clero una ricchezza superiore che in qualsiasi altra epoca - indica che essi non dovevano annettere grande importanza n a quelle terre n ai loro prodotti, e neanche alle imposte che se ne ricavavano. Bisogna ammettere che il teloneum era di gran lunga la parte pi importante delle loro entrate.
(708) FUSTEL DE COULANGES, Les transformations cit., pp. 29 sgg.
(709) Ibid., pp. 32 sgg., ed ivi vedi tutti i casi riportati di rimessa o abolizione d'imposta fondiaria. Sulle immunit vedi LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 316-7.
(710) PIRENNE, Le cellarium fisci cit., p. 202.
(711) Non si dica che esagero l'importanza del commercio. Senza dubbio dal punto di vista assoluto era poca cosa; ma anche il commercio del Medioevo non aveva una vastit considerevole; eppure quali conseguenze non hanno avuto, p. es., le proibizioni delle lane inglesi nei secoli XIII e XIV!
(712) LOT, La conqute du pays d'entre Seine et Loire par les Francs, in "Revue histor.", CLXV (1930), pp. 249-51.
(713) Fastes piscopaux de l'ancienne Gaule, 3 voll.
(714) Ibid., II, p. 88.
(715) Ibid., p. 64.
(716) Ibid., p. 62.
(717) Ibid., p. 55.
(718) Ibid., p. 52.
(719) Ibid., p. 46.
(720) Ibid., p. 97.
(721) Ibid., p. 98.
(722) Ibid., p. 181.
(723) Ibid., p. 194.
(724) Ibid., I, p. 229.
(725) Ibid., p. 235.
(726) Ibid., p. 261.
(727) Ibid., I, passim.
(728) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 332.
(729) L'ultima menzione di un personaggio senatoriale in Gallia  del principio dell'VIII secolo (LOT, PFISTER, GANSHOF, op. cit., p. 311, n. 69).
(730) Ed. POUPARDIN, p. 56.
(731) COVILLE, op. cit., p. 283.
(732) ROUSSEAU, La Meuse et le pays mosan en Belgique, in "Annales de la Soc. d'archol. de Namur", XXXI (1930), pp. 45, 221.
(733) Recueil des chartes de Stavelot-Malmdy, ed. ROLAND e HALKIN, I, p. 39.
(734) ROUSSEAU, op. cit., p. 226.
(735) RICHTER, op. cit., 159.
(736) Ci si pu gi accorgere forse della cosa in Vita S. Eligi, II, 20, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, p. 712, dove  detto al santo durante il suo apostolato nella Gallia settentrionale: "Numquam tu, Romane, quamvis haec frequenter taxes, consuetudines nostras evellere poteris".
(737) Il WIERUSZOWSKI, op. cit., constata che sotto Pipino il clero si germanizza: questo per cominci dall'Austrasia.
(738) Vedi i testi in FUSTEL DE COULANGES, Les transformations cit., p. 80.
(739) Ibid., p. 100.
(740) Ibid., p. 101.
(741) Ibid., p. 106.
(742) RICHTER, op. cit., p. 173.
(743) Ansegiso, padre di Pipino, non fu maggiordomo.
(744) FUSTEL DE COULANGES, op. cit., p. 168.
(745) Ibid., p. 178.
(746) RICHTER, op. cit., p. 174.
(747) Ibid., p. 175. Secondo il Liber hist. Francorum, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., n, p. 322, e. 48, era "statura pusillum, sapientia ignobilem, Consilio inutilem".
(748) Liber hist. Franc, cit., p. 323.
(749) RICHTER, op. cit., p. 177.
(750) Ibid., p. 182.
(751) Ibid., p. 181.
(752) Ibid., p. 182.
(753) RICHTER, op. cit., p. 183: "Fuit illo tempore valida persecutio".
(754) Ibid., p. 176.
(755) Ibid., p. 184.
(756) Ibid., p. 185.
(757) RICHTER, op. cit., p. 185.
(758) Il FUSTEL DE COULANGES (Les transformations cit., p. 189), non vuol credere, contro l'evidenza, ad una reazione germanica.  per vero che essa fu inconsapevole.
(759) RICHTER, op. cit., p. 185.
(760) Ci si pu fare un'idea di quello che avvenne allora dalla storia dell'abbazia di San Pietro di Gand. I nemici dell'abate Celestino si recarono dal princeps Carlo, accusando Celestino di aver scritto a Raginfredo. In conseguenza di ci Carlo "privavit eum a coenobiali monachorum caterva ac de eadem qua morabatur expulit provincia. Villas quoque quae subjacebant dominio monasterii Blandinensis suos divisit per vassallos absque reverentia Dei". Questa situazione dur, dice l'annalista, fino al tempo di Ludovico il Pio.  dunque la cuccagna sui beni della Chiesa, compresi quelli dei monasteri, e con la quale si compensano i vassalli fedeli.  certo che con tale clientela Carlo fece la sua fortuna (Liber traditionum S. Vetri, ed. FAYEN [1906], p. 5). Carlo fa perfino mettere a morte alcuni ecclesiastici, senza preoccuparsi dei sinodi, come per esempio nel 739 l'abate Wido di Saint-Vaast d'Arras, capo di una cospirazione (BREYSIG, op. cit., pp. 87-8).
(761) RICHTER, op. cit., p. 186.
(762) RICHTER, op. cit., p. 187.
(763) Ibid., p. 195.
(764) Ibid., p. 196.
(765) Ibid., p. 196.
(766) Ibid., p. 197. Gi in Provenza c'era stata una rivolta contro Pipino di Herstal, condotta dal patrizio Antenore (PROU, Catal. des monnaies mrov. cit., p. CX).  impossibile non ammettere che ci sia in tutto questo un'ostilit nazionale. Le Formulae Arvernenses danno come causa della sparizione di carte che bisogna ricostruire la "hostilitas Francorum" (BRUNNER, Deutsch. Kechtsgeschich., I, 2a ed., p. 581, n. 31.
(767) RICHTER, op. cit., p. 202.
(768) Ibid., p. 214.
(769) Ibid., pp. 203-4.
(770) Il papa ottenne da Foca, contro il patriarca di Costantinopoli, che aveva preso il titolo di ecumenico, di essere riconosciuto come "la testa di tutte le chiese" (VASILIEV, op. cit., I, p. 228).
(771) Esso data i suoi atti dagli anni dell'imperatore.
(772) HARTMANN, op. cit., I, p. 384.
(773) VASILIEV, op. cit., pp. 201-2.
(774) HARTMANN, op. cit., I, pp. 392-4.
(775) VASILIEV, op. cit., I, p. 225.
(776) HARTMANN, op. cit., II 2 p. 180.
(777) VASILIEV, op. cit., I, p. 228.
(778) Ibid., p. 294.
(779) Ibid., p. 283.
(780) GAY, op. cit., pp. 9-10.
(781) VASILIEV, op. cit., I, p. 297.
(782) HARTMANN, op. cit., II, pp. 77-8.
(783) VASILIEV, op. cit., I, p. 313.
(784) Ibid., p. 314.
(785) Ibid., p. 331.
(786) Ibid., p. 339.
(787) Ibid., p. 342.
(788) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2180. Cfr. HARTMANN, op. cit.,
II 2-, p. 94.
(789) HARTMANN, op. cit., II 2, p. 95.
(790) JAFF-WATTENBACH, op. cit., p. 257.
(791) HARTMANN, op. cit., II 2, pp. 111-2.
(792) Ibid., p. 134.
(793) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2244.
(794) HARTMANN, op. cit., II 2, p. 138.
(795) SCHUBERT, op. cit., p. 269.
(796) JAFF -WATTENBACH, op. cit., p. 244.
(797) SCHUBERT, op. cit., p. 300.
(798) JAFF -WATTENBACH, op. cit., nn. 2159-2162.
(799) Ibid., n. 2168 e cfr. SCHUBERT, pp. cit., p. 301.
(800) Ibid., n. 2249.
(801) HARTMANN, op. cit., II 2, pp. 170-1.
(802) Ibid., p. 144.
(803) Lo SCHUBERT (op. cit., p. 287), ha trovato parole molto giuste per caratterizzare questo rovesciamento: "La patria della cristianit occidentale, il teatro della sua storia si  spostato a Nord; la linea Roma-Metz-York lo designa: Roma, la signora, non si trova pi in mezzo, ma alla periferia. La cultura unitaria delle terre mediterranee  rotta. Nuovi popoli vengono alla luce e tendono a nuova unit. Un nuovo tempo comincia; quello del trapasso  finito".
(804) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 2308.
(805) BHMER-MUHLBACHER, Die Regesten des Kaiserreichs, I, (2a ed.), p. 36.
(806) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 410.
(807) Ibid., p. 411.
(808) OELSNER, Jahrbcher des Franksc. Reiches unter Kn. Pippin (1871), p. 267.
(809) BHMER-MUHLBACHER, op. cit., pp. 42-3.
(810) OELSNER, op. cit., pp. 320-1.
(811) Ibid., p. 346. Cfr. Codex Carolinus, ed. GUNDLACH, Mon. Ger. hist., Epist., III, p. 521.
(812) Codex Carolin., cit., p. 536.
(813) Egli gli scrive: "Post Deum in vestra excellentia e fortissimi regni vestri brachio existit fiducia". E pi innanzi, parafrasando il testo biblico: "Salvum fac, Domine, Christianissimum Pippinum regem, quem oleo sancto per manus apostoli tui ungui praecepisti, et exaudi eum, in quacumque die invocaverit te" (Codex Carolin., cit., p. 539).
(814) OELSNER, op. cit., pp. 396-7.
(815) BHMER-MUHLBACHER, op. cit., p. 53.
(816) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 413.
(817) BHMER-MUHLBACHER, op. cit., p. 73. Cfr. LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 422.
(818) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 423.
(819) JAFF-WATTENBACH, op. cit., p. 289.
(820) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 425.
(821) Ibid., p. 427.
(822) Ibid., p. 427.
(823) DAWSON, op. cit., p. 227.
(824) Ibid., p. 226.
(825) "Nostrum est: secundum auxilium divinae pietatis sanctam undique Christi ecclesiam ab incursu paganorum et ab infidelium devastazione armis defendere foris, et intus catholicae fidei agnitione munire. Vestrum est, sanctissime pater: elevatis ad Deum eum Moyse manibus nostram adjuvare militiam, quatenus vobis intercedentibus Deo ductore et datore populus Christianus super inimicos sui sancti nominis ubique semper habeat victoriam, et nomen domini nostri Jesu Christi toto clarificetur in orbe" (lcuini epist., n. 93. Mon. Ger. hist., Epist., ed. DMMLER, IV, pp. 137-8).
(826) BHMER-MUHLBACHER, op. cit., p. 145.
(827) "Ad decorem imperialis regni vestri." LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 457, n. 10.
(828) Lo HARTMANN (op. cit., il 2, p. 348), non crede ad Eginardo, quando questi pretende che Carlo fu sorpreso dall'iniziativa di Leone III. Secondo lui tutto era stato combinato prima.
(829) Ibid., p. 350.
(830) La situazione di Carlo come capo della cristianit  espressa anche sulle monete, dove egli fece coniare la leggenda: Christiana religio (HARTMANN, op. cit., II 2, p. 334). Secondo il PROU (Catal. monnaies carol. cit., p. XI), queste monete sarebbero posteriori alla coronazione. Esse portano al retto il busto imperiale con la leggenda: D. N. Karolus mp. Aug. Rex F. et L. La testa  laureata all'antica e il busto coperto di paludamentum come gl'imperatori romani dell'alto impero.
(831) GIRY, Manuel de diplomatique, p. 671. Sotto Giustiniano si diceva: "Imperante domino nostro Justiniano perpetuo augusto" (ibid., p. 668).
(832) HARTMANN, op. cit., III 1, p. 64.
(833) L'incoronazione di Carlo non si spiega affatto con la ragione che sul trono di Costantinopoli regni una donna.
(834) Lo HARTMANN (op. cit., II 2, p. 353), ha visto bene dove scrive: "Geograficamente ed economicamente, politicamente e culturalmente si  prodotto uno spostamento nell'aggruppamento dei popoli cristiani, che d la sua impronta al Medioevo". Vedi anche DAWSON, op. cit., p. 147: "Nel VII, non nel V secolo noi dobbiamo porre la fine dell'ultima fase dell'antica civilt mediterranea, l'era dell'impero cristiano e il principio del Medioevo".
(835) CUMONT, Comment la Belgique fut romanise, pp. 26-8.
(836) VOGEL, Die Normannen, pp. 144 sgg.
(837) PROU, Catal. des monn. mrov. cit., pp. 245-9.
(838) Ibid., pp. 257-61.
(839) Ibid., pp. 261-4.
(840) Ibid., pp. 265-6.
(841) Ibid., pp. 267-9.
(842) Ibid., Dp. 269-70. Sul commercio di Duurstede vedi VOGEL, op. cit., pp. 66 sgg.
(843) PIRENNE, Draps de Frise cit., pp. 309-10.
(844) Il PROU cita numerosi denari coniati a Duurstede sotto Carlomagno, Ludovico il Pio e Lotario I (Catal. des monn. carol. cit., pp. 9-12). Ce ne sono anche di Maastricht, Vis, Dinant, Huy, Namur, Cambrai, Verdun (molto numerose), Ardenburg, Bruges, Gand, Cassel, Courtrai, Throuanne, Quentovic (molto numerose), Tournai, Valenciennes, Arras, Amiens, Corbie, Pronne (ibid., pp. 14-38).
(845) Ibid., p. XXXIII.
(846) VERCAUTEREN, op. cit., p. 453. Nel 790 Gervoldo "super regni negotia procurator constituitur per multos annos, per diversos portus ac civitatcs exigens tributa atque vectigalia, maxime in Quentowich" (Gesta abatum Fontanellens., Mon. Ger. hist., SS. in usum schol., p. 46). Nell'831 Ludovico il Pio accorda alla chiesa di Strasburgo l'esenzione dei diritti doganali in tutto il suo regno, salvo Quentovic, Duurstede e le Clusae. Cfr. DEPT, Le mot "Clusa" dans les diplmes caroling., in "Mlanges H. Pirenne", I, p. 89.
(847) Il VERCAUTEREN (L'interprtation conomique d'une trouvaille de monnaies caroling, faite prs d'Amiens, in "Rev. Belge de philol. et d'hist.", XIII, 1934, pp. 750-8), mostra che in quel tesoro nessun pezzo proviene dal sud della Loire e che il 90 per cento delle monete furono emesse nella regione tra la Mosa e la Senna.
(848) VERCAUTEREN, tude sur les Civit. cit., pp. 246-7.
(849) Sulle esagerazioni di BUGGE a proposito del commercio dei Normanni con la Francia, vedi VOGEL, op. cit., pp. 417-8.
(850) BUGGE, Die Nordeuropisch Verkehrsivege im frhen Mittelalter, in "Vierteljahrschrift fr soziai und Wirtschaftsgeschich.", IV (1906), p. 271.
(851) Nell'808-809 il porto di Rric fu distrutto dal re di Danimarca, che obblig i mercanti a fissarsi ad Haithabu per poter meglio percepire i diritti doganali (Annales regum Frane, ed. KURZE, art., 808, p. 126).
(852) DE MOREAU, Saint Anschaire, 1930, p. 16.
(853) Su Birka vedi Vita Ankarii, Mon. Ger. hist., SS. in us. schol., ed. WAITZ, p. 41.
(854) PIRENNE, Le villes du Moyen ge, pp. 46 sgg.
(855) VOGEL, op. cit., pp. 68, 72. Secondo l'HOLWERDA, Duurstede sarebbe sparita nell'864.
(856) VOGEL, op. cit., p. 88.
(857) Ibid., p. 100.
(858) Ibid., p. 90.
(859) Un buon esempio in VOGEL, op. cit., p. 138, n. 2. Nell'856 il duca di Bretagna Erispo fece dono al vescovo della dogana dei battelli a Nantes. In quell'epoca per il commercio di quella citt era stato annientato dai Normanni.
(860) VERCAUTEREN, in LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., I, p. 608. Cfr. Offa, re di Mercia, che batte ancora alcuni pezzi d'oro (ibid., p. 693).
(861) Vita S. Remigi, Mon. Ger. hist., Rer. Merov., III, p. 251.
(862) PROU, Catal. des monn. mrov. cit., p. VII.
(863) LUSCHIN VON EBENGREUTH, op. cit., p. 161.
(864) PROU, Catal. des monn. carol., cit., p. XXXII.
(865) Il re Offa di Mercia (757-96) conia monete d'oro, ma imitate da quelle arabe (LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., p. 693). L'oro senza dubbio era fornito dal commercio scandinavo, come quello delle monete frisone. In ogni caso questa  una prova della necessit della moneta d'oro per il commercio a lunga distanza e una conferma della sparizione di questo commercio dove  stata sostituita da quella di argento.
(866) PROU, Catal. des monn. carol. cit., p. XXXIII.
(867) Ibid., p. XXXV.
(868) Il DOPSCH (Naturalwirtschaft und Geldwirtschaft, 1930, p. 120), s'inganna completamente. Egli riprende ci che ha detto in Wirtschaftsentwicklung der Karolingerzeit (n, 1922 2, p. 306) per provare, in contraddizione con l'opinione corrente, la quale - a torto, secondo lui - ammette che si cominci a coniare in argento perch venne a mancare l'oro, cerca dimostrare che quest'ultimo metallo non era sparito nell'VIII secolo; e cerca di provare il suo asserto citando le ammende in oro che Carlomagno e Ludovico il Pio imposero al duca di Benevento (p. 319); il bottino fatto sugli Avari e l'oro portato nella Francia meridionale dai musulmani in Spagna (p. 319). Fa inoltre allusione alla somma di 900 soldi d'oro donata dal maggiordomo a san Corbiniano (p. 319); al ritrovamento di alcune monete d'oro ad Ilanz (Coir) (p. 320); alle monete frisone; e infine si riferisce al gran lusso dell'epoca! Secondo lui, se i Carolingi coniarono monete d'argento  che si trovarono davanti ad una tremenda crisi monetaria e vollero scacciare la diffidenza che si manifestava verso le monete d'oro di cattiva lega, sostituendole con monete di argento massiccio. A mio avviso egli s'inganna del tutto paragonando questa riforma con quella del grosso denaro nel secolo XIII.
(869) PROU, Catal. des monn. carol. cit., pp. XXXI-XXXII; BLOCH, Le problme de l'or au Moyen ge, in "Annales d'hist. conom. et sociale", 1933, p. 14.
(870) PROU, Catal. des monn. carol. cit., p. LXXIV.
(871) Ibid., p. LXXIX.
(872) Ibid., p. LI.
(873) Ibid., p. LXI.
(874) RICHTER e KOHL, op. cit., II, I parte, p. 1; OELSNER, op. cit., p. 340.
(875) RICHTER e KOHL, op. cit., p. 16.
(876) Carlo fu in ottimi rapporti con Harun dal 797 all'809: KLEINCLAUSZ, op. cit., p. 342.
(877) RICHTER e KOHL, op. cit., p. 116.
(878) Ibid., p. 144.
(879) Ibid., pp. 173, 184, n. 810.
(880) Ibid., p. 186.
(881) KOHL, Annalen des Frnkisch. Reichs cit., t. II, II parte, 1887, p. 260.
(882) ABEL e SIMSON, Jahrbcher des Frnkisch. Reiches unter Karl dem Grossen, II, p. 427.
(883) Ibid., II, pp. 488-9.
(884) In agosto 890 un testo dice che "Sarazeni Provinciam depopulantes terram in solitudinem redigebant": Mon. Ger. hist., Capit., ed. BORETIUS-KRAUSE, II, p. 377.
(885) SCHAUBE, op. cit., p. 98.
(886) Ibid., p. 99.
(887) Nel 979 l'arcivescovo di questa citt dichiara: "Res nostrae ecclesiae vastatae et depopulatae et sine habitatore relictae".
(888) Il LEVI-PROVENAL (L'Espagne musulmane au Xe sicle, 1932, p. 183), fa osservare che la Linguadoca fu senza dubbio tributaria delle industrie musulmane della Spagna nel X secolo; "ma la mancanza assoluta di documenti sulla questione non permette sfortunatamente che di fare presunzioni fino a questo momento"
(889) THOMPSON, op. cit., p. 314.
(890) LIPPMANN, Geschichte des Zuckers, 19292, p. 283.
(891) Il monaco di San Gallo riporta che Ludovico il Pio nelle grandi feste regalava "preciosissima vestimenta" ai grandi funzionari del suo palazzo. Si trattava di stoffe di seta? Cfr. HAEPKE, Die Herkunft der friesischen Gewebe, in "Hansische Geschichtsbltter", XII, 1906, p. 309.
(892) SABBE, Quelques types de marchands des XIe et Xe sicle, in "Rev. belge de philol. et d'hist.", XIII, 1934, pp. 176-87.
(893) Mon. Ger. hist., Capit., ed. BORETIUS-KRAUSE, I, p. 131: Ordine ai vescovi di sorvegliare i tesori delle chiese: "quia dictum est nobis, quod negotiatores judaei necnon et alii gloriantur, quod quidquid eis placeat possint ab eis emere".
(894) WAITZ, Deutsche Verfassungsgeschich., 18852, IV, p. 45.
(895) Ibid., p. 51; Mon. Ger. hist., Capit., I, pp. 53 sgg. e 132: "Usura est ubi amplius requiritur quam datur; verbi gratia si dederis solidos 10 et amplius requisieris; vel si dederis modium unum frumenti et iterum super aliud exigeris". Il DOPSCH ha un bel fare per provare che i Carolingi non presero provvedimenti contro l'interesse, e non ci arriva che per una via traversa, perch, egli dice (op. cit., II, p. 278), non c' un divieto di prelevare interesse da parte dei laici.
(896) Secondo il DOPSCH Carlo non ha nulla innovato in materia di legislazione anti-usuraria, e si  limitato a continuare la tradizione merovingia che vietava di prelevare interesse agli ecclesiastici (op. cit., II, p. 281). Lo stesso autore d alcuni esempi poco convincenti per provare che il prestito su interesse  stato praticato nell'epoca carolingia.  evidente: giacch lo si vieta vuol dire che c'. Ma il fatto interessante  il divieto (op. cit., pp. 282-4). E conclude (p. 286) con quest'affermazione inverosimile: "Non si pu dunque parlare di una tendenza anticommerciale dei Carolingi o della loro legislazione".
(897) Il capitolare De disciplina palatii (820 circa), Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 298, affida a un certo Ernaldo la sorveglianza delle "mansiones omnium negotiatorum, sive in mercato sive alicubi negotientur, tam christianorum quam et judaeorum". Pare dunque che ci siano botteghe con'abitazione. Ernaldus seniscalcus (?), dicono BORETIUS-KRAUSE, ha la tavola. Una formula delle Formulae imperiales dell'828 (Mon. Ger. hist., Form., ed. ZEUMER, p. 314) aggiunge che i mercanti dovevano presentare i loro conti in palazzo nel mese di maggio.
(898) "Et si vehicula infra regna... pro nostris suorumque utilitatibus negotiandi grada augere voluerint" (Mon. Ger. hist., Formul, ed. ZEUMER, p. 315)
(899) DEPT, op. cit., in Mlang. Pirenne, I, p. 89.
(900) Sulla circolazione delle navi delle abbazie vedi LEVILLAIN, Recueil des actes de Ppin I e de Ppin II, rois d'Aquitaine, 1926, p. 19, n. vi; p. 59, n. XVII; p. 77, n. XXI; p. 170, n. XLI. Cfr. IMBART DE LA TOUR, Des immunits commerc. accordes aux glises du VIIe au IXe sicle, in tudes d'hist. du Moyen ge ddies  G. Monod, 1896, p. 71.
(901) Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 88 "Ut... familia nostra ad eorum opus bene laboret et per mercata vacando non eat". Carlo vieta di tenere mercati la domenica, ma solamente "in diebus in quibus homines ad opus dominorum suorum debent operari (Mon Ger. hist., Capit., I, p. 150, S 18). Cfr. quello che si dice dei preti, che "per diversos mercatus indiscrete discurrunt" (Mon. Ger hist., Capit., II, p. 33). Sul carattere infimo delle transazioni e sulle piccole frodi di donne che si servivano di monete fuori corso vedi Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 301, sub anno 861; e sul piccolo commercio al minuto ibid., n, p. 319 (anno 864): "Illi qui panem coctum aut carnem per deneratas aut vinum per sextaria vendunt"
(902) FLODOARDO, Hist. Remensis, IV, 12, Moti. Ger. hist., SS.. XIII, p. 576. Un altro venditore ambulante  il mercator segnalato nella Vita S. Germani, il quale salito sul suo asino "quidquid in una villa emebat, carius vendere satagebat in altera" (HUVELIN. Essai histor. sur le droit des marche et des foires, p. 151, n. 41.
(903) WAITZ, op. cit., IV (2a d.), p. 47, n. 3.
(904) Ibid., p. 52.  quello che si chiama forum anniversarium o mercata annuale, in contrapposto al forum hebdomadarium.
(905) Miracula S. Remacli Stabui, Mon. Ger. hist., SS., XV 1. p. 436.
(906) WAITZ, op. cit., pp. 53 e 54 n.
(907) Mon. Ger. hst., Capii., I, p. 30.
(908) Il VERCAUTEREN (tude sur les Civil, cit., p. 334), mostra che il DOPSCH, per dare un grande significato al mercato di Laon si  servito di testi che in realt non ne parlano.
(909) Ibid., p. 334.
(910) PROU, Catal. des monn. carol. cit., p. LXII.
(911) WAITZ, op. cit., t. IV, 2a ed., p. 42, n. 3.
(912) HUVELIN, op. cit., p. 149.
(913) Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 129, c. 11.
(914) Anche il DOPSCH (op. cit., I, 2a ed., p. 168) afferma: "I commercianti e gli Ebrei, che in molti casi erano la stessa cosa".
(915) Nel IX secolo si trovano Ebrei a Narbona a Vienne, soprattutto a Lione e forse anche altrove nel Mezzogiorno.
(916) DOPSCH, op. cit., li (2a ed.), p. 345, Mon. Ger. hist., Formiti., ed. ZEUMER, Formulae imper., p. 311, n. 32; p. 314, n. 37; p. 309, n. 30; p. 310, n. 31; p. 325, n. 52. Tutte queste formule sono del regno di Ludovico il Pio, probabilmente prima dell'836. Cfr. COVILLE, Recherches sur l'hist. de Lyon, p. 540.
(917) DOPSCH, op. cit., i (2a ed.), p. 68, Mon. Ger. hist., Formul., ed. ZEUMER, Formul. imper., p. 325, n. 52: "Liceat illi sub mundeburdo et defensione nostra quiete vivere et partibus palatii nostri fideliter deservire".
(918) Mon. Ger. hist., Formul, ed. ZEUMER, p. 310.
(919) COVILLE, op. cit., p. 540.
(920) A Lione. Cfr. COVILLE, op. cit., p. 541.
(921) JAFF-WATTENBACH, Regesta pontificum romanorum, n. 2389.
(922) Citt distrutta presso la moderna Porto Said.
(923) Le livre des routes et les voyages, trad. franc, BARBIER DE MAYNARD, in "Journ. Asiatique", 6a serie, V, 1865, p. 512.
(924) Mon. Ger. hist., Poetae latini aevi carol., ed. DMMLER, I, pp. 460-1; 499, etc.
(925) ROUSSEAU, op. cit., p. 72.
(926) SANCHEZ-ALBORNOZ, Estampas de la Vida en Lon durante el siglo X, 1926, p. 55.
(927) AGOBARDO, Epist., Mon. Ger. hist., Epist., d. DMMLER, V, p. 183.
(928) Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 250.
(929) ARONIUS, Regesten zur Geschichte der Juden, p. 56.
(930) Vedi supra, p. 281, n. 4.
(931) AGOBARDO, Epist., Mon. Ger. hist., Epist., V, p. 183; ROUSSEAU, op. cit., p. 72.
(932) Mon. Ger. hist., I, pp. 51, 190.
(933) Ibid., II, p. 419.
(934) AGOBARDO, Epist., Mon. Ger. hist., Epist., p. 185 e COVILLE, op. cit., pp. 541-2.
(935) "Auro, argento et gemmis, armis ac vestibus necnon et mancipiis non casatis et his speciebus quae proprie ad negotiatores pertinere noscuntur" (Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 129).
(936) "Mercatores, id est judaei et ceteri mercatores" (Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 252); "Mercatores hujus regni, christiani sive judaei" (ibid., u, p. 419); "Mansiones omnium negotiatorum... tam christianorum quam et judaeorum" (ibid., I, p. 298); "De cappis et aliis negotiatoribus, videlicet ut Judaei dent decimam et negotiatores christiani undecimam" (ibid., n, n. 361).
(937) Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 134.
(938) Ibid., p. 140.
(939) VAN WERVEKE, Comment les tablissements religieux belges se procuraient-ils du vin au haut Moyen ge? in "Rev. belge de philol. et d'hist.", II, 1923, p. 643. Una valida prova che questi domni servivano a supplire alle insufficienze del commercio  che essi saranno venduti quando quello ricomparir.
(940) IMBART DE LA TOUR, op. cit., p. 77.
(941) Il DOPSCH (op. cit., t. I, 2a d., pp. 324 sgg.), cerca di provare che esse producevano per i mercati. Non vedo questo in nessuna parte.  vero che in caso d'insufficienza del proprio raccolto si cercava di procurarsi vinum peculiare (Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 83, Capit. de villis, e. 8), per poter fornire le villae dominicae. Suppongo che gli acquisti si facessero in anno di raccolta abbondante; ma da questo non si pu concludere col Dopsch per l'esistenza di un "notevole commercio di vino". Altri testi, che egli allega per provare la sua tesi, non reggono.
(942) DOPSCH, op. cit., t. I, 2a d., pp. 324 sgg.
(943) LOUP DE FERRIERES, Correspond, cit., p. 176, n. 42, art. 845.
(944) "Ut omnis ars, omneque opus necessarium intra loci ambitum exerceretur" (HARIULF, Chronique de Saint-Riquier, ed. LOT, 1894, p. 56).
(945) "Sufficienter et honeste cum domestica corte vestra possitis vivere" (Mon. Ger. hist., Capit., n, p. 438).
(946) LEVILLAIN, Les status d'Adalhard cit., p. 352. Cfr. HARIULF, Chronique cit., p. 306.
(947) Secondo lo HAVET (op. cit., I, p. 31), la parola "mansus" sarebbe carolingia. Il BRUNNER (op. cit., t. I, 2a ed., p. 370), fa parola di servi mansionarii dalla seconda met del secolo VII.
(948) Vedi il quadro che i vescovi fanno di quelli del re nell'858 in Mon. Ger. hist., Capit., II, p. 437,  14.
(949) La formula non  ancora di regola sotto Pipino, ma lo  a cominciare da Carlomagno (GIRY, op. cit., p. 318).
(950) All'epoca carolingia il delitto di lesa maest diventa sinonimo di Herislix e d'infidelitas (WAITZ, op. cit., m, 2a d., pp. 308-9). Non lo si cita pi che per imitazione dell'antichit (ibid., IV, p. 704).
(951) Vedi l'esempio caratteristico del conte Leudaste, nemico di Gregorio di Tours.
(952) Della tassazione romana restano le justiciae.
(953) Non c' consacrazione a Bisanzio in quest'epoca (BLOCH, Les rois thaumaturges, 1924, p. 65).
(954) Cit. da BLOCH, op. cit., p. 71.
(955) EBERT, op. cit., II, p. 127.
(956) BRESSLAU, Handbuch der Urkundenlehre (2a ed.), I, pp. 373-374.
(957) Vedi quello che si  detto sopra di Ebroino e Brunechilde (parte II, cap. II, 1).
(958) L'impero di Carlomagno  un impero di vassallaggio. Carlo sper governare coi suoi vassalli e spinse gli uomini a diventare vassalli dei vassalli (LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., I, p. 668).
(959) GUILHIERMOZ, op. cit., p. 125.
(960) Ibid., p. 123.
(961) Ibid., p. 128.
(962) Ibid., p. 129, n. 13.
(963) Ibid., p. 134.
(964) Ibid., p. 139, n. 4.
(965) A questo proposito  molto caratteristica la storia della formazione della contea di Fiandra.
(966) HARTMANN, op, cit., III 1 p. 22.
(967) Secondo il GAMILLSCHEG, Romania germanica, I, p. 294, essa doveva aver fatto grandi progressi gi nel 600, ed era pienamente compiuta nell'800.
(968) GUILHIERMOZ, op. cit., pp. 152 sgg.
(969) Ibid., I, pp. 397-8.
(970) LOT, A quelle poque cit., pp. 97 sgg.
(971) PIRENNE, De l'tat de l'instruction des laques cit., pp. 165-7.
(972) Nell'813 un sinodo provinciale a Tours stabilisce: "Ut easdem homilias quisque aperte transferre studeat in rusticani Romanam linguam aut Theotiscam, quo facilius cuncti possint intelligere quae dicuntur". Cfr. GAMILLSCHEG, op. cit., p. 295. (Il testo  in MANSI, Sacrorum conciliorum... collectio, XIV, col. 85.)
(973) DAWSON, op. cit., p. 208.
(974) Ibid., p. 213.
(975) "Graecae pariter et latinae linguae peritissimus": BEDA, Hist. eccles., IV, 1, ed. MIGNE, Patr. lat. XCV, e. 171.
(976) Allo stesso Bonifacio si deve un trattato di grammatica (DAWSON, op. cit., p. 229).
(977) Ibid., p. 231.
(978) Il BRUNNER (op. cit., II, p. 250), lo constata, facendo osservare che dopo di Carlo gli scribi giudiziari che egli aveva creati, non si potettero mantenere a causa della ripugnanza dei laici (germani) verso le prove documentarie (che bisognava leggere).
(979) L'Irlanda fu convertita dai Bretoni d'Inghilterra (san Patrizio) nel V secolo, poco prima dell'arrivo dei Sassoni. Vedi DAWSON, op. cit., p. 103.
(980) PROU, Manuel de Palogr. cit., p. 99.
(981) Ibid., p. 102.
(982) Ibid., p. 105.
(983) Ibid., p. 169. Il RAND pensa di avere scoperto un esempio di minuscola precarolina gi nell'Eugippio della Bibliot. nazion. di Parigi, che egli pone tra il 725 e il 750. Cfr. "Speculum", aprile 1935, p. 224.
(984) Tours  anche un centro di pittura: vedi KOHLER, Die Karol. Miniaturen. Die Schule von Tours, I2, Die Bilder, Berlino 1933.
(985) DAWSON, op. cit., p. 231.
(986) WIERUZOWSKI, op. cit., pp. 1-83.
...
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...
FINE.